lunedì 6 febbraio 2017

L'ALBUM DELLE FOTO


 
Come ogni volta. Quando era giù di morale, le cose non quagliavano, insomma non c’era solo da aspettare che cambiasse il vento, ricorreva all’album delle foto. Un album delle foto all’antica con la copertina di finta pelle, le pagine cartonate, alto come una Bibbia di quelle vetuste che si vedono nei film sui colonizzatori americani: le cosiddette bibbie di famiglia, mai lette per intero ma con l’albero genealogico in calce aggiornato via via nel corso delle generazioni.
Il suo album no, era un semplice vecchio album di foto in cui la madre aveva raccolto le immagini della sua vita, cominciando dalla prima, a poche ore dalla nascita con il volto rossastro. Ma già, il rossastro più che vedersi s’intuiva, dato che le foto erano in bianco e nero, e tali sarebbero rimaste per molte pagine successive, sino a quelle del matrimonio, una trentina d’anni più tardi. Sfogliare quelle vecchie foto gli faceva bene, almeno di solito era così, era come riannodare i fili slabbrati della sua esistenza, cercarvi un senso, una direzione. Lui appena nato fra le braccia di mamma, e poi un anno o due più tardi completamente nudo, culetto al vento, disteso su una pelle di leopardo o di leone, o di scimmia. Lui fra zii e parenti vari il giorno della cresima, con un nastro bianco a cingergli la fronte. Poi da scolaretto con il grembiulino nero, la cravatta a fiocco e una voluminosa cartella di finto cuoio sotto il braccio.
E poi. Qui si arrestò. Dalla pagina era scivolata una foto non inserita nell’apposito risguardo: un gruppo di ragazzetti, forse quindicenni o sedicenni. Difficile capire l’anno e l’età esatta. Calzoni alla zuava, camicia aperta sul collo e ciuffo ribelle. Li riconosceva tutti, i compagni di scuola alle Commerciali.
Ma dietro al gruppo, spuntava un signore che lì per lì non ricordava di aver mai conosciuto: alto, con tutta la testa oltre le teste dei ragazzi, capelli ben pettinati divisi a metà da una scriminatura tanto perfetta da sembrare tirata col righello, un paio di baffetti come quelli di Clark Gable in Via col vento, ma una espressione ben diversa da quella del divo hollywoodiano: tutt’altro che sorridente e beffarda, anzi più che seria, severa, aggrondata, quasi truce. Chi era quel tipo? Un professore? Un bidello in alta uniforme? Un genitore? Non riusciva a riconoscerlo, a identificarlo, anzi quell’intrusione gli sembrava una nota stonata in quell’allegro consesso giovanile. Eppure l’intruso doveva averci qualcosa a che fare con lui. A guardar la foto con maggior attenzione si accorgeva che quel figuro sconosciuto aveva insinuato una mano fra il malloppo compatto dei ragazzi per appoggiarla proprio sulla sua spalla. E dunque?
Chiuse l’album con un senso di fastidio, quasi con dispetto: stavolta la funzione rasserenatrice non aveva funzionato.
Doveva pensarci su. Una notte di sonni inquieti ma al mattino, come spesso accade, i ricordi si erano sbrogliati e la soluzione gli si presentava nitida: suo zio Gustavo! Non proprio uno zio, una specie di prozio remoto, un parente un po’ alla lontana, che un bel giorno aveva preso congedo dalla famiglia per emigrare in America: Argentina? Brasile? Stati Uniti? A quel tempo l’America era l’America, senza tante distinzioni territoriali. Si va in America a far fortuna. L’aveva poi fatta la fortuna? Era rimasto là e, dopo la necessaria gavetta, era diventato padrone di una fazenda in Brasile o di una succursale di automobili a Detroit? Perché non ne aveva saputo più niente? E sì che da allora erano passati almeno trent’anni e quella mano poggiata sulla sua spalla stava a significare che lo zio Gustavo a quel nipote italiano ci teneva proprio. 
Un vecchio contadino che aveva conosciuto da ragazzo gli aveva raccontato la propria avventura d’emigrante. In America - diceva – è tutto speciale che neanche te lo immagini. Pensa che c’è una grande macchina per fare a meno dei norcini: da una parte entra un maiale appena ucciso e dall’altro, molti metri più in là, escono le salsicce. A lui però lo avevano rispedito in Italia, e povero come quando era arrivato.
E lo zio Gustavo? Si era naturalizzato cittadino americano, o brasiliano, o argentino, oppure era tornato sconfitto anche lui, con solo i soldi per pagarsi il biglietto sino a casa? Perché non ne aveva saputo più nulla e nessuno si era premurato d’informarlo sulla sorte del congiunto?  Valeva la pena di andare a fondo,  indagare presso qualche parente prossimo o remoto. Magari Gustavo nel frattempo era morto, ricco sfondato, e i suoi possedimenti erano in attesa di erede. Quale migliore erede di lui, il prediletto, come quella mano poggiata sulla spalla stava a dimostrare? Passò qualche giorno in uno stato di ebbrezza, sia pure provvisoria. Forse gli sarebbe convenuto trasferirsi in America per amministrare saggiamente le proprietà? O forse sarebbe stato meglio vendere tutto, disfarsene, e goderseli qui in patria quei benedetti quattrini. Pesos, pesetas, dollari? Decise d’intraprendere le ricerche presso il Consolato. Ma quale? Americano, brasiliano, argentino? Oppure il Venezuela, Perché aveva trascurato il Venezuela fra le sue ipotesi? E sì che di emigrati italiani ce n’erano anche là.

Intanto si mise alla ricerca di un parente, possibilmente in età molto avanzata, che potesse fornirgli ulteriori informazioni sull’emigrante. Trovò un cugino di sua nonna, novantenne, ospitato in una casa di riposo, e gli presentò la fotografia. Il vecchietto la esplorò facendo forza alla sua doppia cateratta. Più che vederlo se lo fece descrivere: capelli divisi a metà, baffetti alla Clark Gable. Lo interruppe: sei sicuro che non fossero baffetti alla Menjou? Lo mise in imbarazzo. Lui non sapeva neppure chi fosse questo Menjou. Abbozzò: sì, potrebbe essere. E il vecchietto: Ma allora non è Gustavo, è Alfonso, quel poveraccio che ha venduto casa e cavallo per comprarsi il biglietto. Gli avevano proposto una bella situazione in Cile. In Cile? Sì, in Cile, c’era da mettersi nel mercato della mescalina. La mescachè? Sì, una specie di fungo per fare le sigarette e pure le frittate. E che gli successe? Lo misero in prigione perché  il traffico non era legale. E poi? E poi non se ne seppe più nulla. A quest’ora sarà morto, laggiù le carceri non perdonano.
Finito il sogno del parente che aveva fatto fortuna in America. Oppure no? Alfonso o Gustavo? Baffi alla Clark Gable o baffi alla Menjou. E se quel povero vecchietto male in arnese e con la doppia cataratta si fosse sbagliato? Restò con il dubbio: un giorno o l’altro sarebbe andato a fondo della cosa. Non poteva trascurare quella fazenda brasiliana o quell’agenzia di Detroit in attesa di proprietario…  
(Leandro Castellani)




sabato 7 gennaio 2017

IO E VANESSA REDGRAVE



Vanessa Redgrave: due indimenticabili incontri a distanza di circa vent’anni uno dall’altro. Il primo, 1968, Londra, Trafalgar Square, oceanica manifestazione di pacifisti e antinucleari che si oppongono a una patria succube dell’imperialismo americano e paladina della guerra fredda. Vanessa, giovane attrice troppo alta di statura per essere integrata in una compagnia teatrale, volto tagliato un po’ con l’accetta (sal scurcèl) come quello di certe giovani inglesi, ma bella, un po’ selvaggia, barricadiera appassionata che convince e avvince con la forza di quegli intensi occhi azzurri, eredità di suo padre, il grande attore Michael Redgrave. Io con operatore e cinepresa al seguito, sulla sua stessa lunghezza d’onda,  a cogliere immagini e posizioni per la mia inchiesta “Dopo Hiroshima”. Ho continuato a seguire, ma da lontano, la sua storia e la sua carriera di attivista e di donna, sposata al leader dei “giovani arrabbiati”, il regista Tony Richardson, e in seconde nozze con il mio connazionale Franco Nero, il bel Lancillotto dai lei incontrato sul palcoscenico di “Camelot”.
Il nostro secondo incontro nel 1987 a Giffoni, il paesino campano dove un intraprendente appassionato ha fatto fiorire il più importante Festival di film per ragazzi. Vanessa e Franco sono fra gli illustri ospiti, io sono presente con il mio “Coraggio di Parlare” che vincerà il massimo premio con voto unanime. Vanessa è seduta accanto a me e si congratula parlando un italiano fluente, ha molti elogi per il mio trepido e tragico film che parla di violenza e di ‘ndrangheta”, ma soprattutto di giovani che trovano la forza di ribellarsi. Ricorda - o forse no - il nostro primo incontro ma ha sempre lo stesso piglio, amichevole, deciso e sincero. Continuo a seguire la sua carriera, sino alla bella toccante performance nel “Coriolano” di Shakespeare, diretto e interpretato da Ralph Fiennes. La rivedo ancora,  divenuta una diafana e vibratile vecchietta, nel “cameo” di “Espiazione”. All’epoca di Giffoni ci avevano fotografato più volte insieme, in amichevole colloquio. Chiesi più volte al direttore del Festival di procurarmi quelle foto. Ma le aspetto ancora. E comunque non fa nulla, resta il ricordo indelebile

venerdì 16 dicembre 2016

IO E... EDMUND PURDOM



EDMUND PURDOM
(1924-2009)

Alto, molto compito, vestiva come ormai si vestono tutti, jeans e felpa, dal professionista al metalmeccanico. In tram, in autobus, fra la gente, nessuno ormai era in grado di riconoscere in quel signore attempatello ma ancora aitante il divo hollywoodiano protagonista del primo colossal in cinemascope, quel Sinuhe l’egiziano che mi aveva letteralmente affascinato da ragazzo, quando era dovuto andare a vederlo in un cinema di Pesaro perché nella mia città il cinemascope non era ancora arrivato. E poco dopo lo avevo ammirato in quello strano pastiche tipo musical tratto da un’operetta di Wilhelm Meyer Foster, Il principe studente. In tutti e due i casi Purdom era stato un fortunato sostituto di due “grandi” impossibilitati a ricoprire quei signori ruoli: Mario Lanza nel Principe studente e Marlon Brando in Sinuhe. Lanciato, lanciatissimo, già allievo preferito di Laurence Olivier, secondo marito di Linda Christian, la mamma di Romina Power, come mai era caduto dall’empireo delle epopee hollywoodiane alla suburra degli italici polpettoni?
Era finito suo malgrado sulle prime pagine dei rotocalchi per la tempestosa relazione con Linda Christian (già moglie di Tyrone Power), sposata nel 1962 e da cui avrebbe divorziato un anno dopo. L'eco dello scandalo – consumato in Europa - arrivò fino in America dove la Warner, in un sussulto di moralità, rescisse il suo contratto per “indegnità morale”. Così, dopo un inizio folgorante, era stato un po’ ridimensionato a far l’eroe del cinema d'avventura che si girava qui da noi (Salambo, Nefertite, L'ultimo zar, Solimano). E aveva finito col trasferirsi definitivamente in Italia. Da allora il nostro paese era diventata la sua seconda patria nella quale avrebbe svolto gran parte della sua attività con film 'peplum' e pellicole 'B Movie' (in totale Purdom ha recitato in più di 80 film).
Io lo conobbi e frequentai come speaker inglese per alcuni miei documentari, per i quali metteva in campo la sua squisita, raffinata dizione.
Ma la sua più autentica vocazione era un’altra. Era un altro il suo lavoro preferito per cui era molto ricercato: il mestiere del “fonico”, registrare concerti classici e voci di raffinati cantori. “Non ce ne vogliono tanti di microfoni come pensa qualcuno  – mi diceva – tutto sta come disporli.” Una volta mi confidò che aveva escogitato un sistema per trasformare le vecchie registrazioni mono in registrazioni stereo, ma il suo brevetto era stato osteggiato dalle grandi case discografiche che ci avrebbero rimesso un sacco di soldi dovendo rinunciare a nuove incisioni.
Mentre registrava i suoi speakeraggi Edmund riusciva a controllare la voce e ad accorgersi del minimo errore di intonazione o di resa. Registravamo in una piccola saletta in via Taranto, poi andavamo a piedi alla fermata dell’autobus, un saluto e alla prossima. 
Forse non amava più il cinema, non lo ricercava quasi più, ma quando veniva scritturato per piccole mediocri parti ci si dedicava con assoluta professionalità ed estenuante perfezionismo. Anche se di solito era cooptato per discutibili imprese, tipo Dracula accanto a Fantozzi.
Fui felice d’averlo come Marchese Rattazzi nel mio Don Bosco. Se la cavò – superfluo dirlo – alla grande, anche se per quel piccolo ruolo risultava un po’… ingombrante. Quando si doppiò nella sua lingua non perse l’occasione di lamentarsi delle voci di altri doppiatori che definì “sgradevoli”. Fu il mio ultimo incontro con il grande Sinuhe, l’egiziano della mia infanzia. 
(Leandro Castellani)




mercoledì 7 dicembre 2016

IO E ALBERTO LUPO



ALBERTO LUPO
(1924-1984)

Negli anni Sessanta-Settanta fu il personaggio più popolare della nostra tv, posizione confermata da un referendum fra i telespettatori. Merito soprattutto della Cittadella (1964) di Cronin-Majano in cui Alberto era il dottor Manson, eroe dei minatori, traviato dal successo ma riconquistato a una sofferta rettitudine.
Un volto singolare, caratterizzato da quelle due ciglia spesse e nerissime, una notevole presenza scenica e una voce molto particolare, bassa, un po’ sgranata, sensuale, la voce con cui avrebbe modulato il celeberrimo duetto Parole parole… (1971)  con la grande Mina, nonchè la poesia  Se  di Kipling.
Quella voce e la sua capacità di farsi seguire, di comunicare,  l’avevo già scoperta io, in anteprima. Negli anni Sessanta, per i documentari narrativi ai quali mi dedicavo, dapprima come ghost director e poi come autore-regista, si usavano di solito due voci, una “fredda” per le parti descrittive o scientifiche, una “calda” per quelle narrative. Per queste seconde il mio speaker privilegiato era Riccardo Cucciolla, principe dei doppiatori e ottimo attore. Ma per la Storia della bomba atomica da presentare al Prix Italia 1963 - che poi vinsi - feci ricorso ad Alberto che impiegai successivamente in altre mie inchieste.
Del resto aveva iniziato la carriera come “voce radiofonica”. Fu proprio lui a raccontarmelo. A Genova, dove condivideva il leggio, ma da ultimo arrivato, con uno speaker d’origine tedesca, voce perfetta e metallica quanto fredda e impersonale, il quale torceva il naso di fronte alle grossolane – secondo lui – esibizioni del novellino, pronosticandogli un breve futuro: “con quella voce sporca dove vuole andare?” Caso  singolare a quello speaker dalla voce corretta quanto fredda e impersonale – di cui ometto il nome – avevo affidato le “parti scientifiche” della stessa inchiesta.  
Dal punto di vista umano, una persona come Alberto, simpatico ed estroflesso, amico di tutti, aveva due soli difetti: fumatore accanito e accanito consumatore di caffè. “Ne prendi troppi !” -  gli obbiettavo – “Ma me li faccio fare lunghi, così fanno meno male.” Gli tolsi l’illusione: “Guarda che la caffeina è la stessa!”
Popolarissimo come attore di sceneggiati (i gialli di Francis Durdbridge, 1970-71), ricercato come “voce”, Alberto sarebbe diventato anche un conduttore garbato ed elegante accanto al fenomeno Mina negli spettacoli del sabato sera (Teatro 10, 1971) diretti da Antonello Falqui. Solo il cinema lo respinse, eccezion fatta – forse – per  Il sicario di Damiani, 1960. Ma in quegli anni la cosiddetta “Settima Arte” mostrava una sorta di spocchiosa idiosincrasia nei riguardi degli attori televisivi e, con pochissime eccezioni, li relegava, se del caso, in prestazioni insignificanti.
Chiudo con un aneddoto: a tal punto la voce di Alberto si era “saldata” alle mie inchieste che, quando mi sposai nella cattedrale della mia città, molti presenti continuarono a ripetere agli assenti che c’era anche Alberto Lupo, garantito!, lo avevano visto. Potere della suggestione!
Poi, nel 1977, arrivò l’ictus che spezzò la sua carriera e da cui non si riprese più. 
(Leandro Castellani)




lunedì 5 dicembre 2016

IO E LUCKY LUCIANO



LUCKY LUCIANO
(1897-1962)

In visita a Napoli – mi sembra fosse il 1950, Anno Santo – da alcuni parenti non eccessivamente frequentati ma molto simpatici. Ci vedevamo a intervalli un po’ dilatati. Noi quattro della famiglia Castellani, papà mamma mia sorella ed io, e loro, i napoletani, una turba. Ricordo la sera in cui Domenico detto Mimì, illustre direttore di manicomio e promesso a una cugina, ci portò tutti a cena – cioè noi quattro, zia Angelina con la Lina nonché con i due figli maschi e  relative consorti – nel ristorante più rinomato di Napoli, la terrazza a mare di Zì’ Teresa. Fu una cena epica, con Mimì che ordinava leccornie marinare e amministrava l’allegria, mentre i posteggiatori eseguivano da par loro una selezione dei più bei motivi napoletani, dalla tristezza struggente di “Scalinatella” alla furberia ammiccante di “Fatte fa ‘na foto”.
A un certo punto della serata il “coup de théatre”: nell’ampia terrazza del ristorante vidi avanzare un gruppetto di individui a precedere un ometto con gli occhiali dalla montatura dorata – si chiamavano già Rayban? - e un bell’abito scuro a righe, accompagnato da una bionda almeno venti centimetri più alta di lui, una bionda di quelle “da cinema”. Stavolta Mimì abbassò la voce stentorea per sussurrarci: è Lucky Luciano!
Allora non sapevo nemmeno chi fosse il fantomatico gangster esiliato dagli USA, ma mi colpì quel suo modo deciso e autoritario di farsi largo, la sua singolare estraneità, l’alone che sembrava circondarlo. Lo ricordo come allora, quei capelli divisi da un lato con una forte scriminatura, e soprattutto quegli occhiali dorati. 
Salvatore Lucania, detto Lucky Luciano, capo assoluto della mafia fra il 1931 e il 1945. Allontanato dagli Stati Uniti, era approdato a Napoli da dove continuava a dirigere il traffico internazionale della droga. E a Napoli, presso l'aeroporto di Capodichino, sarebbe morto d’infarto nel ’62.
Incontro da essere collocato tra schermi e ribalte? Sì e no. No, stando a un criterio rigoroso, sì a mettere in conto i numerosi film che  prima durante e dopo hanno immortalato gangster analoghi o forse ispirati a quel signore che aveva fatto colpo su di me, ragazzo in gita alla città del sole, dei parenti e di Pulcinella. 
(Leandro Castellani)


lunedì 28 novembre 2016

IO E ANNA IDENTICI



ANNA IDENTICI

C’è un certo feeling fra me e la musica, non tanto quella seriosa, importante dei concerti, la cosiddetta musica sinfonica o classica, eccezion fatta per il melodramma, o meglio l’opera lirica, che è un amore nato nell’infanzia, non unico residuo della mia formazione fanese. Ma feeling con la musica cosiddetta leggera, o popolare, da ballo, fate voi. Più volte nel mio lavoro ho utilizzato, in qualità d’attori, cantanti di musica leggera. In fondo un cantante sa mettere a punto un suo stile nell’approcciare la gente, sa muoversi, esternare i suoi sentimenti.
Ho lavorato con cantanti e gruppi orchestrali nelle mie serate di liscio (Vai col liscio, 1974), ho amato far comporre le mie colonne da musicisti cosiddetti “leggeri”, ho avuto fra i miei interpreti Dallara, Svampa, Brivio e Patruno. E poi Claudio Baglioni, Patsy Kensit, Aldo Donati, Edoardo De Angelis e la Schola cantorum… Appartiene alla serie l’incontro con Anna Identici.
Volevo un volto diverso, non consumato dagli sceneggiati televisivi, per il personaggio di Gisella Floreanini, ministro dell’assistenza nella repubblica dell’Ossola, ardente partigiana dei miei Quaranta giorni di libertà (1974). Mi rivolsi per suggerimenti alla mia amica Ivanka Veltroni e lei mi parlò di Anna: “perché non vedi Anna, è una ragazza sensibile, brava”.
Di Anna Identici, già valletta televisiva di Mike Buongiorno, avevo nell’orecchio il ritornello della canzone di Sanremo ’68 (Quando m’innamoro…) e l’immagine, analoga a tante altre di quel periodo: capelli corti, a caschetto con frangetta, gonna a sfiorare il ginocchio, vezzi consueti nel muovere le mani. Ma da quel Sanremo il tempo era passato non invano. Attraverso una vita vissuta e combattuta Anna aveva abbracciato le canzoni civili, si era schierata politicamente a sinistra, si era sposata. Ci incontrammo e la presi in carico immediatamente. Con la Floreanini c’entrava poco, anzi niente. Quella era una donna forte, robusta, ben piazzata e Anna era uno scricciolo, ma uno scricciolo con un’ammirevole, conquistata forza interiore che sapeva anche far risalire in superficie.
Interpretò molto bene il suo personaggio, al quale lo legava una identità ideologica, e inoltre cantò la meravigliosa canzone di Bertero e Guarnieri che costituiva non la sigla – che era la celeberrima “Verde” dei fratelli De Angelis – ma la ballata posta al centro di ogni puntata, a illustrare lo spirito dello sceneggiato meglio di un’eventuale pleonastica scena di maniera. Dopodiché – ahimè - il cinema è come il famoso Grand’Hotel di Vicki Baum: “gente che va gente che viene”. La vita ci unisce e la vita ci divide. Ed è questo il bello del nostro lavoro. O la sua tristezza.
 

venerdì 25 novembre 2016

IO E RAOUL GRASSILLI



RAOUL GRASSILLI
(1924-2010)

Bolognese puro sangue e figlio di un ristoratore bolognese. Suo fratello eredita la tradizione familiare gestendo per molti anni un localino intimo, per raffinati buongustai. Lui no, si dà all’arte.
Attore teatrale di tutto rispetto, impegnato in compagnie con Ruggero Ruggeri, Gino Cervi, Giorgio Strehler, una lunga e articolata carriera. Ma è nella televisione che trova veramente pane per i suoi denti. Il suo volto pensoso, contrassegnato da quei due occhi grigioazzurri, intensissimi, “passa” - come si suol dire – “buca lo schermo”.
Condivideva questa predisposizione tutta televisiva - qualcosa che non si può ridurre a semplice fotogenia - con pochi altri, con Alberto Lupo per esempio, attore forse non eccelso ma convincente e popolarissimo grazie alla tv.
Così Raoul divenne l’eroe degli sceneggiati, anche di quelli più popolari che avevano come numi tutelari Anton Giulio Majano, Edmo Fenoglio,  Sandro Bolchi.  Io lo ereditai da loro, con un po’ di scetticismo iniziale che cadde ben presto di fronte alla professionalità di Raoul Grassilli e all’inequivocabile riscontro del suo “telecarisma”. Fu Carlo Cattaneo nelle mie Cinque giornate di Milano (1970) e poi un meraviglioso Don Minzoni (Delitto di regime, 1973), il presidente Tebaldi in Quaranta giorni di Libertà (1974). Conservava un vago impercettibile residuo di cadenza emiliana, non nella dizione ovviamente ma in certe intonazioni.  
Si stabilì fra noi un cordiale rapporto di stima. Raoul era persona affabile ma poco incline alle confidenze. Aveva fama di essere piuttosto duro e arcigno nei suoi rapporti di lavoro, fama che fui ben presto in grado di smentire. Con me aveva rinunciato a chiedere in anticipo assicurazioni sull’entità e lo spessore del suo ruolo, come faceva con altri miei colleghi. Riponeva in me la massima fiducia.
Indimenticabile nel ruolo di don Minzoni. Unica richiesta: mi invitò ad accelerare la scena del prete assassinato disteso sul letto di morte. Si sentiva a disagio mentre la lunga emozionante processione dei paesani sfilava benedicendo, secondo l’usanza locale, il cadavere, cioè lui. E fu l’unica volta.
Lavorai di nuovo con Raoul alla Radio per il dramma di Vladimiro Cajoli, Lettera a un cardinale (1976), di cui curavo la regia, e poi lo rividi molti molti anni più tardi a Santarcangelo di Romagna per gli ottanta anni di Flavio Nicolini, comune amico e collaboratore. Fu felice di riabbracciarmi, rievocò con me il suo indimenticabile Cattaneo, e ne parlò in una successiva intervista sulla stampa: “bei tempi”, soggiungendo malinconico “altri tempi”.
Si era ritirato dalle scene negli anni Ottanta, abbandonando una televisione che giudicava disinibita, commerciale, volgare. Un uomo schivo, dolce e severo insieme. Anche lui vero autentico amico. 
(Leandro Castellani)