martedì 28 luglio 2026

LEANDRO CASTELLANI - LA DISFIDA, prove tecniche di giallo enologico

 



LA DISFIDA

PROVE TECNICHE DI GIALLO ENOLOGICO


Mi ci potrei provare. Scrivere un racconto giallo, di quelli classici, all’inglese, con morti ammazzati e investigatori che scoprono l’assassino e lo assicurano alla giustizia ma, come da richiesta, dovrei dar vita a un giallo che coinvolga anche i settori gastronomico o enologico, secondo la telefilosofia alla moda negli ultimi anni. Gastronomia d’avanguardia o gastronomia tradizionale? Com’è cambiata la nomenclatura! A casa mia, quand’era bambino, il pesce azzurro si chiamava “pesce”, tout court. Chi l’aveva mai visto o assaggiato il pesce nobile, quello da ristoranti con la tovaglia immacolata e sei forchette per commensale! E il Bianchello si chiamava “vin bianch” senza altri appellativi. Vino bianco con l’aggiunta di una pastiglia di solfito nella damigiana per non fargli prendere difetti, che poi, quando lo si travasava nelle bottiglie, occorreva mettere un pezzetto di rame nell’imbuto per neutralizzarne la chimica. E il pesce? Il pesce, azzurro - azzurrissimo ça va sans dire - galleggiava in una larga pentola acquosa ravvivato da una stilla d’olio e qualche foglia di salvia. Pesce “alla poretta”, era il nome ufficiale. Non è che li amassi molto, quel piatto genuino quanto poco appetitoso e quel vino bianco a cui il transito sul rame era riuscito solo in parte a togliere i1 sano ma non piacevole tanfo del solfito. Quindi, per quanto concerne la gastronomia, la ricetta vincente per il mio racconto poteva essere: pesce azzurro annaffiato con Bianchello?

E il morto? Come procurarmi un morto, possibilmente ammazzato? Ero tentato di pensare alla vittima di un veleno arcano, proveniente da qualche paese esotico nel pieno dell’Africa nera o in una zona inesplorata dell’Indonesia. Uno di quei veleni non facilmente identificabili che comparivano in un romanzo del mio compianto amico, giallista doc. Oppure una fanciulla, una meravigliosa fanciulla, discinta a mestiere, seni prorompenti, ventre piatto, glutei sodi e gambe affusolate, rinvenuta cadavere sul divano del salotto buono, soffocata da un cuscino o dalle mani di un amante tradito. O meglio ancora una vecchietta, precipitata dalle scale impervie di casa sua o dal terrazzo condominiale sul quale aveva avuto la leggerezza di salire, spinta o spronata dalla fedele badante venuta dall’est. O un cadavere ridotto a un misero mucchietto di polvere azzurrina, soffice e odorosa come borotalco, ridotto a quei minimi termini dall’arma letale di un alieno con testa a pera e occhi a mandorla, in transito forzato da un pianeta remoto. Tutte soluzioni eccentriche ma un po’ scontate. E invece no. Dovevo scegliere la soluzione più banale: l’uccisione di un robusto enologo locale, celebre per aver lanciato sui mercati di mezza Europa il Bianchello. Bianchello del Metauro, ovviamente, legato al nome del fiume sulle cui rive l’impero romano aveva fermato l’orda dei bellicosi migranti africani salvando la nostra civiltà sanamente razzista. E quell’inventore, o riscopritore del Bianchello, qualcuno lo aveva ucciso alla maniera classica. Quattro dita di lama infilate nel costato. Un morto, lungo disteso fra botti di cemento, damigiane da venticinque libri e bottiglie col tappo di finto sughero. Ero a buon punto: avevo trovato il mio bravo cadavere nonché ottemperato ai desiderata della committenza. Morto ammazzato e, in più, enologo e viti-vinicultore.

E adesso mi ci voleva il deus ex machina, il disvelatore dello “strano caso dell’enologo ucciso”, poliziotto, commissario, investigatore privato o volonteroso dilettante che fosse. Pensai subito a un detective tipo Marlowe, sminchionato e ubriacone, reso un po’ ottuso dall’alcool e dal fumo di sigarette ad alto contenuto nicotinico, cooptato di solito da qualche magnate del petrolio a salvaguardia delle sue giovani figliole concupite dal vizio: droga, alcool, tabacco, sedili reclinabili o letti facili. Oppure un commissario con la pronuncia d’oltralpe e i baffetti protervi, finto cretino per poi rivelarsi in extremis, a due pagine dalla fine, un raffinato conoscitore di crimini e destini. O ancora un’anzianotta arzilla e impicciona, dedita ad annaffiare begonie e scoprire misteri. O il commissario sornione, made in Sicilia, calvo e paziente quanto amante delle residenze vista mare, o addirittura – per dirla in francese – pied dans l’eau. No, tutti personaggi già spremuti a dovere. Eppure un risolutore avrei dovuto trovarlo, sennò che straccio di giallo sarebbe stato il mio? E l’enologo accoltellato sarebbe rimasto uno dei tanti delitti apparentemente casuali destinati a restare insoluti per anni o per sempre, nonostante gli sforzi benemeriti della Giustizia ufficiale o di qualche sgallettata conduttrice della tv. Trovare un commissario e trovarlo subito! Ed ebbi la fulgida idea di ricorrere a quel cuoco – pardon, chef - di enormi dimensioni, barbuto ma con la faccia d’angelo, che avevo visto in televisione. Si chiamava Antonino e veniva dal Sud, sfoggiava una rotonda parlata campana e impartiva amabili pacche sulla nuca ai suoi assistenti e collaboratori. Non somigliava al Commissario diligente e buongustaio del mio amico Luciano, né ai detective privati, disincantati e incattiviti, dei gialli made in USA. No, Antonino, con quel volto da fanciullone troppo cresciuto, sarebbe stato l’ideale per far luce sul delitto. Da bravo giallista – ancorché non particolarmente esperto – lo misi subito al lavoro. Si era portato dietro un paio di aiutanti, individuati fra gli assaggiatori che seguivano docili le sue imprese telegastronomiche, con l’aggiunta di un poliziotto privato, preso a cottimo, tanto per andare sul sicuro.

I primi individui sospetti. Chi poteva avercela col morto? Il suo fedele quanto affidabile aiutante, che aveva suggerito invano al protervo principale di zuccherare il Prosecco per farne un Lambrusco bianco? Sua moglie, fedele consorte e così estimatrice del lavoro maritale da prendere il vizietto di testare ogni nuova partita di mosto, ogni botte, ogni damigiana, ogni bottiglia? In parole povere era diventata un’ubriacona. La sua amante? Già, perché il defunto enologo i suoi vizietti ce li aveva anche lui. E aveva supplito allo stato perpetuamente etilico della legittima consorte ricorrendo alle grazie della più giovane fra le sue aiutanti, quella adibita a incollare le etichette sulle bottiglie, una ragazza sbarazzina, procace ma - purtroppo nessuno è perfetto! – nemica del Bianchello e dedita esclusivamente alle bevande analcoliche, gassate e zuccherate.

Recenti dissensi sul piano lavorativo? Ce n’era stato uno, relativo al concorso per l’ideazione della nuova etichetta, o logo, o brand per dirla in inglese. Ci si erano provati in molti, studi professionali celebrati e cani sciolti ma ricchi d’inventiva. La prima idea da cui erano partiti quasi tutti era stata quella di sfruttare l’immagine del grande arco dedicato ad Augusto, porta e simbolo di Fano, capoluogo del territorio del Bianchello. Ma era un arco sin troppo inflazionato e agli auspicabili consumatori d’oltralpe, d’oltre Reno ed oltre Manica, per non dire a quelli di oltre Oceano, avrebbe detto ben poco. C’era chi aveva pensato di enfatizzare il riferimento al fiume Metauro e alla storica battaglia: un baldo guerriero romano che schiacciava sotto il tallone ferrato il ventre inerme di un cartaginese d’Africa, brandendo un bicchiere del bianco nettare a mo’ di Santo Graal. Ma l’enologo si era terrorizzato alla sola idea: mancava solo gli dessero del razzista! Era arrivato primo in graduatoria il bozzetto del partecipante più inesperto, un bambino di anni sei, che aveva disegnato un grappolone con grandi chicchi giallo-oro, tipo uva da tavola pugliese. Poteva essere una traccia: e se il creatore dell’etichetta col guerriero romano calpestante l’africano se la fosse presa col magnate committente e con l’imberbe vincitore?

Da coscienzioso autore suggerii ad Antonino di far attenzione all’arma del delitto: quattro dita di lama sanguinante estratte dal costato dal defunto. Roba da cavarci un DNA coi fiocchi. E infatti l’esame fornirà un risultato eccellente: il DNA sulla lama è ovviamente del defunto, ma anche quello dei suoi due fratelli. Indizio di un ripugnante fratricidio? Idi di marzo in famiglia? Dove si nascondono i fantomatici germani? Veloce inchiesta: il fratello maggiore risulta emigrato dieci anni fa nella Napa Valley californiana per insegnare agli immigrati messicani i segreti del Bianchello; l’altro, il minore, si è trasferito da poco in Cina dove sta creando, ovviamente associato ai viticultori locali, un nuovo tipo di bevanda alcolica, per metà barolo e per metà lambrusco. Roba da infartare un enologo serio. Quindi, la pista fratricida va a vuoto.

Quale esperto gastronomo nonché enologico di complemento, l’ingombrante Antonino passò ad indagare fra i “competitor”, per usare la parola inglese di prammatica. Chi poteva avercela col rinomato Bianchello del defunto? Da escludere gli altri produttori, potenziali rivali ma tutti amici o quasi. Bianchelli DOP, DOC, DOCG, EXTRA eccetera, bianchelli di lusso concepiti come prosecchi made in Fano e dintorni, che strizzano l’occhio ai nobili cugini del Nord e flirtano con gli Champagne. O bianchelli nati plebei, in zone limitrofe ma non troppo, da uve raccogliticce e malaticce, e magari corretti con qualche polverina suggerita da un esperto quasi-enologo-fai-da-te, o ancora, bianchelli contadini troppo robusti e sinceri, senza ritocchi e maquillage. Ma tutti uniti da una sorta di sano patriottismo vinicolo. I maligni la chiamavano consorteria. I più cattivi “Sacro Bianchello Unito”. Il delitto del sodale bianchellologo li aveva gettati tutti nel panico: quel crimine perpetrato in piena cantina, fra botti dame e bottiglioni, somigliava a una congiura. Che l’assassino ce l’avesse con tutti i propugnatori del nostro rinomato vino da pesce?

Il timore si tramutò in certezza quando di lì a poco – questione di ore - un secondo enologo fu trovato cadavere, trafitto da analoga lama. Stavolta alla schiena, perché la vittima potenziale, messa sull’avviso, aveva girato le terga all’ultimo istante, tentando di darsi alla fuga, e il killer l’aveva colpita fra le scapole. Un assassino seriale, dunque. Si rendeva necessaria l’istituzione di una “task force”, con una guardia del corpo per ogni vinicolo in pericolo.

Se fossi stato un autore più smaliziato, avrei indetto una bella conferenza stampa per fare il punto delle indagini. Con tutti i cronisti, nazionali ed esteri, seduti uno accanto all’altro con in mano i relativi taccuini e ipod. Al termine della quale i telecronisti d’assalto, e più ancora le fameliche telecroniste, si sarebbero avventati sul povero Antonino, lo avrebbero fermato per strada piazzandogli sotto il naso il microfono o il telefonino e tempestandolo di domande: cosa pensava dei delitti e inoltre del razzismo, dei migranti, della castrazione chimica, del PIL. E poi di che squadra era tifoso, per chi avrebbe votato nelle prossime elezioni comunali, regionali, politiche, europee eccetera. E incidentalmente gli avrebbero chiesto se c’era qualche fermo in programma, se gli assassini, una volta assicurati alla giustizia, si sarebbero pentiti e avrebbero chiesto perdono: alla moglie ebbra o all’amante attacca-etichette, relativamente al primo cadavere, o ai giovani figli ancora imberbi riguardo al secondo…

Come autore mi stavo accorgendo di aver creato non un giallo ma un vero casino e non vedevo l’ora di tirarmene fuori. Mi accingevo a rinunciare alla proposta e rassegnare le mie dimissioni da giallista. Anche Antonino si era rivelato sostanzialmente un incapace, buono solo a trinciar fine fine verdure e arrotolare spaghetti con il forchettone. Ma… un momento: perché non avevo pensato a cercare sicari oltre gli angusti limiti della mia terra? Altri possibili attentatori alla faziosa supremazia del Bianchello! Altri vini, nelle mie Marche, potevano rivaleggiar con il chiaro e un po’ inebriante nettare delle viti da “bianco”. Lasciati da parte i “rossi”, da quello pastoso e fruttato che celebrava le lacrime di un paese dell’anconetano a quello generico dei colli della finitima Pesaro, sino a quello piceno, tutti sangiovesi romagnoli truccati da marchigiani, restava il grande rivale, il precursore dei bianchi adriatici che aveva preceduto le fortune del Bianchello, quel vinello giallino-verdognolo, infido e traditore, già lanciato sui mercati grazie a una strana boccia che sembrava una bottiglietta da profumo malata d’elefantiasi. Insomma il Verdicchio!

E se il malvagio killer fosse stato uno scherano del Verdicchio, assoldato per eliminare la pericolosa concorrenza? Spinsi Antonino a estendere le dovute indagini in partibus infidelium e, col suo sistema di sganassoni fuori ordinanza, coadiuvati da sostanziose bustarelle, il mio gastronomo preferito riuscì a far confessare il portavoce ufficiale del Verdicchio, un chiacchierone, logorroico per contratto, adibito a tesserne sperticate lodi nei congressi nazionali e internazionali di arte culinaria, nei mercati ittici, nelle disfide fra “brodetti” autoctoni e foresti e soprattutto a margine delle “prove” televisive più seguite. Ci potevano essere gli estremi per una denuncia in piena regola alle sonnacchiose e renitenti autorità giudiziarie.

Ma allora a Staffolo, Cupramontana, Matelica e colli jesini se la presero di brutto. Noi verdicchiesi degli assassini? Istigatori di sicari? Fomentatori di killer? Noi, saremmo gelosi di una sorta di una pallida imitazione del nostro vino? Ma quando mai! E l’irritazione sfociò in rappresaglia. Umiliati e offesi per l’ingiusto sospetto, i produttori e i sostenitori del Verdicchio organizzarono una pubblica manifestazione. Ma allora furono i bianchellesi a reagire di brutto: noi degli imitatori? Vergognatevi! Da ambo le parti s’indissero pubbliche manifestazioni di piazza con relativi comizi, cortei e striscioni. “Io che bevo il buon Bianchello voglio bere solo quello”, gridavano i fanesi. E quelli di Jesi: “Se non bevi il buon Verdicchio stai sicuro che ti picchio.” I difensori del Bianchello mossero dalle terre di Montemaggiore al Metauro e quelli del Verdicchio da Staffolo e da Matelica. Cosa sarebbe accaduto se le due compagini si fossero scontrate a metà strada, dalle parti di Falconara Marittima? Il solito nucleo di infiltrati black block, immancabili in ogni corteo, avrebbe potuto assalire le Cantine, anche quelle sociali, democratiche e cooperative E intanto stavano già sfasciando botti e spezzando bottiglioni nei supermercati lungo la strada: il profumo acidulo del vino si spandeva per le vie dei borghi, entrava dalle finestre aperte, mandava in coma gli alcolisti in giro. Si temeva l’Armageddon, lo scontro finale.

La catastrofe, un nuovo sessantotto, la rivoluzione? Per fortuna un politico di buon cuore e poca fantasia pensò di arginare l’imminente cataclisma indicendo un tavolo di trattative fra i leader e le delegazioni delle due schiere belligeranti per cercare una composizione della vertenza a livello enologico. Come prevedibile la composizione fu raggiunta attraverso un pastrocchiato compromesso. Si decise, in segno di forzata pace, di creare tutti insieme un nuovo vino bianco, con tutti i crismi comunitari possibili e immaginabili, da denominare Bianchicchio, oppure Verdello. Previo referendum fra i beoni e salvo il quorum del cinquanta per cento. Pace fatta. Tutto è bene quel che finisce bene.

Mi avvio alla conclusione del mio strampalato racconto ma l’ipotetico lettore potrebbe eccepire: che razza di giallo è questo se non si scopre nemmeno uno straccio di assassino? In altri termini, chi li avrebbe fatto fuori i due enologhi nelle rispettive cantine? Certo, se fossi un giallista patentato ricorrerei a una delle soluzioni di prammatica: svelare il criminale nella penultima pagina individuandolo in qualcuno che non c’entra nulla, piovuto nella vicenda venti righe prima della parola fine: il gemello incognito di uno dei defunti, un nipote rientrato dall’Australia, oppure la cugina del primo ammazzato che, visto il successo ottenuto col secondo delitto, poteva aver deciso d’intraprendere la carriera della killeressa. Oppure il compagno di vita e di amori di un viticultore frustrato. Purtroppo non disponevo di un maggiordomo a cui poter accreditare i delitti in ultima istanza, come nei sani gialli d’antan. E allora, data la mia stolida inesperienza come giallista, decisi d’inventarmi l’omicida più emblematico, sinestetico, metaforico e allegorico. E cioè il Presidente di una quasi ignorata Accademia degli Astemi Intransigenti, un allampanato signore, astemio, vegano, nemico del saccarosio e del glutine nonché con la segreta aspirazione a fare l’assassino.

Attualmente ho messo sulle sue tracce il mio solerte investigatore che riuscirà sicuramente a scovare qualche prova da esibire al Sostituto procuratore della Repubblica tuttora in solerte attesa. Antonino ha già scoperto che il vegano astemio faceva collezione di coltelli da delitto oltre che di etichette di acque minerali. Molto presto, il caso potrà dirsi risolto e, con buona pace dei miei sconsiderati lettori, anche il giallo. E questo è tutto. Farò meglio la prossima volta.


sabato 25 luglio 2026

LEANDRO CASTELLANI - APPELLO PER GLI EDITORI . IL FONDO DEL BARILE

 

Leandro Castellani

IL FONDO DEL BARILE

Un libro curioso per lettori voraci. Ex-regista di vaglia e scrittore di lungo corso, Leandro Castellani riunisce in questo volume forse le pagine più singolari, inedite o, in rari casi, rubate e riprodotte, dalla sua ricca bibliografia. Un po’ di storia, molta leggenda e altrettanta fantasia per narrare sogni che sembrano incubi o realtà che sembrano sogni: i fantasmi della sua vecchia casa natale, personaggi vissuti o immaginati, la guerra della sua infanzia, memorie truccate da sogni e da favola. Le speranze di una fuga irenica verso paesi e tempi diversi, l’evasione verso vite non vissute o dalle quali si cerca scampo, i migranti di ieri e di oggi, i santi senza aureola e i marziani un po’ inquieti. Il tutto senza dimenticare l’ironia dell’autore e il divertimento del lettore. E poi, dove finisce la memoria simulata e inizia la favola immaginata? Un viaggio imprevedibile e bizzarro che rappresenta il fondo segreto – o il consuntivo poetico? - del suo inesauribile “barile”.

Vediamo se un curioso editore mi si fa avanti, tramite facebook richiedendomi il testo completo nonché le succulente note biografiche che mi riguardano - cinema-tv- libri- Premi eccetera. Occasione eccezionale, per me e per l’auspicabile Editore a cui è rivolto questa sorta di appello!


Leandro Castellani, è un noto autore e regista che alla tivù e più sporadicamente alla radio e al cinema ha dato un valido e originale contributo spaziando dal grande sceneggiato (Le cinque giornate di Milano, La gatta, Incantesimo, ecc.) all’inchiesta storica (La bomba prima e dopo, Mille non più mille), alla biografia (Oppenheimer, Tommaso d’Aquino, Don Bosco, ecc.) ottenendo i massimi riconoscimenti internazionali, dal Leone d’oro di Venezia al Premio Montecarlo, ai Festival di Mosca, Villerupt (Francia), Chan-chung (Cina) ecc.

Come scrittore ha spaziato fra volumi di carattere storico (Mistero Majorana), giornalistico e di costume (Lo Strauss della Romagna), saggi sulla comunicazione e i media (Premio Fabbri, Premio Capri, Premio “Scrivere di cinema”),nonché opere di narrativa (Veleni di paese; Occhi da cinema), Premio Domenico Rea 2009, Premio Pegasus 2013)


A MO’ di PREFAZIONE

Scrivere ancora? Un libro? Un altro libro? Ma ne avrebbe più avuto il tempo? E di cosa scrivere? Della cosiddetta realtà che lo circondava? Misera, sempre più misera. Il mondo alla merce’ di alcuni pazzi, intenti a trasformare la cosiddetta realtà - o qualcosa che le somigliasse - in un incubo imminente, sempre più assurdo ma tragicamente verosimile: era inutile che questa realtà continuasse a ripresentarsi, e lui a commentarla e darne giudizi: c’era già troppa gente che se ne occupava, temendo o forse cullando previsioni più o meno catastrofiche.

Rifugiarsi nella pura invenzione, nell’immaginazione, vale a dire nella fantasia e nei sogni. A ben guardare - a prescindere da libri strettamente storici o riguardanti il suo specifico lavoro - aveva quasi sempre scritto di sogni e fantasie, cioè di cose più autentiche perché meno reali, inventando e insieme pregustandone le conclusioni sempre positive e felici. Per mettersi al sicuro dall’angoscia, dalla paura del futuro o come benevola anticipazione del destino? Scrivere ancora una volta di sogni e fantasie gli avrebbe permesso finalmente di dar vita al grande “romanzo”, quello con la Erre maiuscola, che, messo in mano a un Editore - ma con la E maiuscola - fosse in grado di assicurargli - perché no? - la fama, eterna o quasi, perlomeno sufficientemente duratura. Fosse narrando o riferendo sulla piccola realtà di tanti sparuti italici paesi, che nella realtà somigliavano a formicai in via di spopolamento ma sempre più agitati - terra giallastra contro un mare azzurro o bluastro - tutti in attesa dell’onda del biblico diluvio o, più modestamente, di un semplice nutrito acquazzone.

Dott. Leandro CASTELLANI

via Fenile, 87 – 61032 FANO

e.mail: leandro.castellani@hotmail.it


mercoledì 12 giugno 2024

LEANDRO CASTELLANI - LINEA

 


Da quando si era instaurato il nuovo potere della linea? Da appena due mesi o da duemila anni? Come saperlo, dato che il passato non esisteva più? Scomparso assieme alle vecchie anticaglie, quali l’intelligenza artificiale, gli avatar, i cellulari multifunzioni, il computer con il saltellante mouse eccetera eccetera. Tutto scomparso definitivamente, per sempre, sostituito dalla “linea”, quella dimensione sottile, forse solo immaginata o virtuale, neppure rintracciabile digitalmente. Non era indispensabile toccarla o vederla, bastava solo pensarla, immaginarla, sognarla, perché tutti i problemi della vita attuale venissero risolti. E non solo i tuoi, ma quelli di tutto il tuo mondo, perché la linea pensava a tutto, risolveva tutto, poteva trasportarti nel punto più lontano di questo o di altri paesi, crearti attorno una famiglia, una comunità, un paese o sostituirteli in un batter d’occhio. Non servivano più le abilità tecniche, e nemmeno le mani, gli attrezzi di qualsiasi vaglia e mestiere. Restava la gioia di vivere  assistiti dalla linea, che era madre e figlia, padrona e serva.

Linea senza inizio né fine, forgiata in un metallo che sembrava argento ma non lo era, o forse oro ma non lo era, o forse traslucido diamante ma non lo era, o forse qualcos’altro. La linea sempre disponibile, più che ai tuoi comandi, ai tuoi pensieri, al più strambo e irrealizzabile dei tuoi desideri. Ormai impossibile connettersi con il più o meno deprecabile passato, come pure cercar connessioni con il futuro, che peraltro era impossibile prevedere o anticipare. Dunque restava solo questo presente, che spegneva i bisogni del corpo e dell’anima, le angosce ma anche i desideri.

Come venirne fuori, almeno per un attimo? Il nostro ipotetico personaggio pensò di chiederlo alla onnipotente linea, ma quella non rispose, del resto come avrebbe potuto tradire il suo scopo esistenziale? E poi quell’ipotetico personaggio aveva già tutto. O meglio, non aveva più bisogno di niente. Una famiglia, che farsene? Una comunità con una frotta di falsi amici a rovinargli l’esistenza? Un paese da sentire come proprio e da amare, con i suoi tesori pseudoartistici decrepiti, le sue statue sbocconcellate e polverose, le sue pitture scolorite dall’umidità o avvizzite dal tempo? Una patria, imbelle oppure rissosa, o prona ai poteri più forti, che poi si riducevano ad uno, il potere dei soldi?

Viaggiare, per dove e perché? Per ritrovare altre vite, incomplete come la sua, altre insofferenze e desideri? Desiderare, che cosa? Non c’era la linea a pensava a tutto? Non era bello sentirsi privi dei bisogni e dei desideri? Il mondo, grazie alla linea, stava cambiando profondamente, anzi, era già cambiato prima che lui stesso ne potesse avere contezza.

Avrebbe voluto e dovuto ringraziarla di cuore quella sua linea prodigiosa, onorarla con fiori, corone e candele accese, forse adorarla. Ma l’ineffabile e inafferrabile linea, inodora  incolora e insapora - le tre caratteristiche che, in tempi passati, si attribuivano all’acqua - non accettava ringraziamenti o preghiere, inafferrabile e indefinibile com’era. Non restava che assuefarsi di buon grado a quella nuova esistenza, senza più dilemmi, dissidi, risse e guerra, e ringraziarne la linea. E lasciarsi vivere nell’attesa di quell’indefinibile e inquietante futuro, peraltro inesistente perché nel frattempo poteva esser già diventato passato, e quindi scomparso negli abissi del mondo ante-linea..

 

***

Poi, un bel giorno - ma anche il giorno, essendo una scansione del tempo, non esisteva più - la linea divenne inquieta e, suo malgrado, finì per imbattersi e incrociarsi con altre linee erranti, forse scaturite da altre fantasie distorte o malate. Insomma la linea generò un volume, un solido, un cubo, un cilindro, un cono, un dodecaedro o qualcosa del genere. Si moltiplicò da sola, senza che nessuno avesse mai tentato di farle nulla. Per virtù propria, per una sorta d’impensabile e assurda partenogenesi, sentì l’irrefrenabile necessità di creare una dimensione più ampia, che l’inglobasse e l’arricchisse, non più lineare ma spaziale, fatta di linee che delimitassero uno spazio! Più facile chiamarlo “cubo”. Da cosa nasce cosa, e i cubi si moltiplicarono sino a colmare tutto lo spazio e la realtà immaginata, o solo pensata, divenne una sorta di sterminato “scatolificio”,  dove i cubi andavano a disporsi come in altrettanti  scaffali: fatti conto un negozio di calzature o l’ala di un supermercato senza insegne ed etichette. E nacque lo strano mondo nel quale abitiamo tutt’ora, in forma “multi-cubica”, che consente - oppure obbliga - a disporre e ordinare in forma cubica anche i pensieri e le fantasie, non più confuse e forvianti ma esemplari, iterative, sempre diverse perché sempre uguali. E in forma cubica si dimensionarono non solo gli oggetti, le abitazioni, le città, ma anche le esigenze vitali, i lavori, i mezzi di sussistenza, e anche le fantasie e i desideri.

 

 

 

 

 

 

domenica 12 maggio 2024

LEANDRO CASTELLANI - EDUARDO E IL PERSONAGGIO

 

 (Ripubblico qui il saggio, scritto a ventidue anni di età, che mi fruttò la chiamata alla redazione dela rivista universitaria  "Rcerca")

 


1

 Attore è chi vive ogni sera il personaggio, chi presta un tessuto di forze, di sensazioni, di movenze, di voci alla sua parte, all’immagine che, suscitata da un testo, vivrà in lui solo per una sera. Perchè ogni sera ci sarà un nuovo personaggio, anche se il testo rappresentato non muterà, un nuovo personaggio che un tempo nuovo farà scaturire dalla vita dell'attore.

L'attore è vita, creazione continua, la forma pura; e il dramma dell’attore è quello di dar vita al personaggio così come questi la invoca, di non snaturarlo e tradirlo imponendogli parte di sè, costringendolo ad essere azione o parola o gesto e non vita che è tutto questo insieme e molto di più.

Vien fatto di richiamare queste idee a proposito della giornata teatrale di Eduardo De Filippo, un attore tutto inteso ad « essere » più che a « parere », tutto volto a questo rito di identificazione col personaggio. Il paragone più immediato, una eco più che un confronto critico, è quello con Molière: il fascino prepotente di chi creava ogni sera un « misantropo » o un «malato immaginario » per una sera soltanto. Ormai resta a noi solo la traccia del viaggio spirituale dell'attore Molière, i suoi testi - e sono cose da far gridare al miracolo il critico letterario - ma la creazione dell’attore Molière si è diffusa nel tempo.

La recentissima pubblicazione presso Einaudi delle ultime due commedie di Eduardo ci ripropone, così come ad ogni sua nuova commedia, l’esame globale della complessa personalità di questo attore-autore. Siamo al problema antico e sempre nuovo che nasce con la Commedia dell'Arte, o forse molto prima, e che risorge con diversi caratteri ogni qualvolta ci si trovi in presenza di un autore che sia anche attore, o meglio di un attore che sia anche autore. In tali opere il primo momento appartiene sempre al personaggio concepito e vissuto dall’attore, risolto e concretato

in modi di rappresentazione: l'intuizione teatrale è sempre la fondamentale. E' questa la linea di svolgimento di tutti gli scrittori di teatro che furono anche « uomini di teatro », in senso lato « attori », uomini cioè portati a intuire la vita del personaggio nella creazione del gioco teatrale, il gioco più totale di identificazione creato dall'uomo. Da Shakespeare, a Molière, a Goldoni. Per tali spiriti il testo non può identificarsi con la totalità della creazione ma ne rappresenta la traccia in parole: l’unità è solo quella del palcoscenico. Ecco perché si rivela insufficiente e inadeguata la semplice lettura anche di un capolavoro: « King Lear » come « Le misanthrope ». Da questo punto di vista anzi potremmo dividere le opere di teatro in due grandi gruppi: le creazioni degli autori-attori, che non tollerano la

lettura ma esigono la rappresentazione pena la perdita di elementi vitali, e le creazioni degli autori-letterati, che, anche se sopportano la rappresentazione, non posano sostanzialmente su questa (Manzoni tragediografo, Alfieri). Divisione quanto mai elastica che non implica naturalmente giudizio di valore.

Come tutto il vero teatro anche quello di Eduardo si precisa e concretizza attraverso un linguaggio parlato ed un linguaggio scenico: due facce inseparabili di un’unica sintesi.

I suoi copioni ci offrono la trama parlata, l'ordito tracciato perchè diventi vita: ecco la funzione di quelle diffusissime didascalie che cercano di disegnare lo schema dei giochi scenici, accenti intraducibili e non tramandabili che per via di temperamento e

mestiere:

« Gennaro – (la guarda teneramente. Avverte negli occhi della fanciulla [la figlia] il desiderio d’un bacio di perdono, così come per Amedeo. Non esita. L’avvince a sè e le sfiora la fronte. Maria Rosaria si sente come liberata e, commossa, esce per la prima a sinistra. Gennaro fa l'atto di bere il suo caffè, ma l’atteggiamento di Amalia stanco ed avvilito gli ferma il gesto a metà. Si avvicina alla donna e con trasporto di solidarietà, affettuoso, sincero, le · dice}: Teh... Pigliate nu surzo ’e cafè… (Le offre la tazzina. Amalia accetta volentieri e guarda il marito con occhi interrogativi nei quali si legge una domanda angosciosa: « Come ci risaneremo? Come potremo ritornare quelli di una volta? Quando? ». Gennaro intuisce e risponde con il suo tono di pronta saggezza). S’ha da aspettà,  Amà’. Ha da passa ’a nuttata. (E dicendo questa ultima battuta, riprende posto accanto al tavolo come in attesa, ma fiduciosa). (Battuta finale di “Napoli milionaria”).

Ma le creazioni di Eduardo non vivono solo sul filo della rappresentazione, porgono una tematica ricca e filtrata da una sensibilità diffusa e attenta. Il tema dì tutta la letteratura napoletana, comica o no, -  il contrasto fra la saggezza e il tempo - si arricchisce di nuovi sviluppi. Pure nella cadenza malinconica del racconto, il pessimismo non sarà totale: la lezione del siciliano Pirandello si scontrerà con quella meridionale del «Platone in Italia »: anche nella vittoria del tempo la saggezza, l’umanità, l’oro di Napoli, potrà sopravvivere, e sarà in fondo anche la sua vittoria: “Napoli milionaria”, “Filomena Marturano” “Questi fantasmi”, “Mia famiglia”, per fare alcuni nomi.

Saggezza tutta terrena che si celebra nell’opporre il suo senso di riduzione al tempo, nello scoprire in ogni cosa semplice un motivo di pace, e viene a identificarsi un poco con la nostalgia del « tempo che fu» al vedere insultate le cose di tutti i giorni, i piaceri non artefatti, i principi intoccabili, resi sacri dalla tradizione, di famiglia, lavoro, onestà: nasce il dramma, il contrasto fra questo bagaglio di cose che la saggezza sente sue e la superficialità di chi muta faccia, di chi è pronto a rinunciare a Napoli (intesa come patrimonio di umanità) per abbracciare l’interesse nuovo, la fonte immediata di ricchezza, il mutare.

Il contrasto fra la saggezza e gli aspetti del tempo può assomigliare a quello classico fra Pantalone e le maschere dell'arrivismo (non Pulcinella che è sempre se stesso e perciò saggio, ma Lelio, Arlecchino, Colombina) e si vela quindi di moti, spunti e azioni decisamente comiche fino al grottesco. Assomiglia, d'altro canto, anche al contrasto fra l’io (come fondo immutabile di umanità) e le immagini (una, nessuna, centomila): e siamo alla dialettica pirandelliana - non si dimentichi che Eduardo inizia il secondo tempo della sua opera dialogando una trama di Pirandello, « L'abito nuovo ». - In ciò Eduardo sperimenta una nuova intuizione del dramma del suo personaggio, chè l’errore del tempo coinvolge la saggezza stessa e sembra perderla: anche questa è spesso una occasione per quel suo umorismo triste, per quella comicità velata d'amaro. La saggezza rischia di perdere tutto, di cadere nella caparbietà per non venire a compromessi con l’esigenza vera che è talvolta celata nel tempo. Ma è sua la vittoria finale: essa saprà porsi ancora, più cosciente, più vera, quale centro della nuova costruzione morale:

« ...voglio parlà. Puo darsi che sono ancora in tempo. (Come per

reclamare un suo diritto). Voglio parlà. E voglio dire tutti i luoghi comuni, le frasi più vecchie; non mi vergogno! Voglio citare i proverbi più antichi: L’arta ’e tata è meza ’mparata. Chi va per questi mari questi pesci piglia. Chi te ne fa una te ne fa mille. Chi pratica lo zoppo impara a zoppicare. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Meglio l’uovo oggi che la gallina domani. (Si ferma per un attimo scrutando l’impressione di ognuno, poi chiede bruscamente). E non ridete? Io sto dicendo le cose più antiche, e non ridete? Come vedete un passo lo abbiamo fatto: voi mi sentite dire queste cose rancide e non ridete. E io le dico e non mi vergogno. E' importante… è importante assai. Questo significa che voi avete tentato di farmi diventare una cosa inutile; ma che non ci siete riusciti; e che io ho creduto di trovarmi di fronte a gente che vedeva con un occhio più aggiornato dei mio e non era vero. E' importante... è un miracolo! ».

(« Mia famiglia », atto Il).

Eduardo ci offre oggi una dimostrazione di fede nel teatro, nel personaggio come creazione, come vita, come mediazione di vita al pubblico, svolgendo i suoi temi con una coerenza che non si preclude ampi sviluppi, con un senso umano d’indagine che non si pone stretti confini, costruendosi ogni volta personaggi completi.

 

2.

Dalla « farsa » alla « tragedia delle farse »: si potrebbe sintetizzare così la storia della produzione teatrale di Eduardo. Nel  primo tempo della sua opera (fino al dopoguerra, approssimativamente) è un lento svolgersi dai modi comici e furbeschi del teatro dialettale napoletano, quel teatro che si rifà direttamente alla Commedia dell’Arte attraverso le esperienze del « San Carlino » e le farse classiche di Eduardo Scarpetta, il teatro di Pulcinella per intenderci, con il suo repertorio di lazzi, di movenze e di fondamentale saggezza Un tempo da non ignorare nè da disprezzare se ci frutta alcune delle creazioni più vivaci e ricche di umorismo della densa tradizione comica napoletana. Non si può spiegare Eduardo senza la scuola scarpettiana che in lui vuol dire “teatro”, amore dell'effetto comico, dell'azione vivace e compiuta, senza residui di letterarietà, risolta interamente sul palcoscenico, del gioco mimico preciso, attento. Ma già, in questo comun-denominatore del teatro comico dialettale, Eduardo si inserisce con una novità d'invenzione sorprendente unita a doti d'osservazione non comuni: « Natale in casa Cupicllo » (1930), vero preludio in tono scherzoso alla sua grande stagione. In fondo la malinconia è il succo di ogni allegria protratta a lungo, di ogni allegria che voglia indagarsi: questo schema ci aiuta a comprendere l’intima genesi del dramma eduardiano. Ad un certo punto il puro gioco pare peccato, tradimento, e nasce il bisogno di esaminarsi per distinguere il riso dell’ottimismo da quello del fantoccio, sorge il bisogno di assicurarsi che il riso non sia solo un'apparenza vuota, il ghigno di una « maschera nuda ». Ed Eduardo passa per il polo Pirandello: un fenomeno di demolizione interiore che il teatro contemporaneo potrà superare, non ignorare: le ricostruzioni contemporanee passeranno tutte attraverso la catarsi pirandelliana concludendo la sua posizione negativa in uno scetticismo totale o correggendola in uno slancio verso l'infinito, in una nuova strada verso l’ascesa.

Con “Napoli milionaria” (‘45) un grumo fitto di umanità sofferente invade il palcoscenico di Eduardo. Gli schemi di riduzione che servirono a Scarpetta per trasformare le figure dell'ultimo ottocento in « macchìette » sono sorpassati in uno slancio poetico e lirico. La tecnica di un mestiere smaliziato, fusa con un forte senso poetico, agisce ormai come strumento di trasfigurazione teatrale. La lezione di Pirandello e quella vicina, urgente e drammatica, del conflitto mondiale e del triste dopoguerra hanno prodotto una crepa profonda: il teatro di Eduardo non ha più l'innocenza dell’infanzia, non se la sente più di scherzare con una ventina di marionette umane che il tempo gli offre, l'innocenza consapevole della maturità, un'innocenza sostanziata di peccati scontati, di colpe perdonate: ecco la differenza che passa tra Settebellizze, arrivista e trafficante, e il «guappo », tra Amalia e la « moglie tiranna », tra Gennaro e Felice Sciosciammocca, la maschera scarpettiana; non che siano antitesi vere e proprie, c'è solo un di più di complessa umanità.

Infatti, a pensarci un poco, ogni personaggio di questa commedia può richiamarci alla memoria un tipo classico, una maschera della commedia di sempre: Gennaro è Pulcinella o meglio Sciosciammocca, Maria Rosaria è la Colombina civetta, Peppe 'O

Cricco il mariolo, e cosi via... Solamente che Eduardo non si è fermato al tipo ma è sceso all’anima di ognuno, ha voluto sulla sua scena dei personaggi, cioè dei caratteri, non delle maschere; e

si sforza di capire, nella ridda degli avvenimenti, le norme dell’agire di ognuno. Il suo atteggiamento interiore corrisponde quasi sempre a quello del protagonista: ci dev’essere un perchè, non è possibile che lo sfacelo sia totale; s’ha da trovare la possibilità per ricostruire.

Rinuccia, la figlia più piccola di Gennaro, è in fin di vita: l’avvenimento agirà su tutti provocando la revisione completa, prospettando il senso vero ed eterno delle cose di contro alla caotica marea del dopoguerra: la saggezza vittoriosa potrà sperare:

« Cchiù 'a famiglia se sta perdenno e cchiù 'o pate 'e famiglia ha da piglià, ’a responsebìfità. (Ora il suo pensiero come verso la  piccola inferma): E se ognuno putesse guarda’ ’a dint’ ‘a chella porta... ogneduno se passaria 'a mano p’ ’a cuscienza... ».

Il problema dell'origine pirandelliana di Eduardo sì ripropone con «Questi fantasmi» (1946), la commedia più ampia forse di Eduardo, disposta su una trama originalissima e inconsueta, e tutta lavorata in profondo, con un equilibrio perfetto fra dramma e commedia, fra comico e tragico. La negazione pirandelliana è, come si diceva, un passaggio d'obbligo per gran parte del teatro contemporaneo mondiale: ogni ricostruzione partirà dal dissidio interno dell’uomo fra essere e sembrare. In Italia si potrebbero indicare due soluzioni principali: quella di Ugo Betti, che muove da Pirandello per giungere alla lucidità spettrale e al forte anelito

di salvezza dei suoi drammi, e quella di Eduardo che, attraverso la sua pietà, la filosofia della saggezza, quella di Napoli, vecchia da sempre, vuol arrivare ad una nuova consapevolezza dell’uomo. E' ancora il dissidio pirandelliano che può spiegare i cento simboli di Jean Giraudoux, stilizzazioni di umanità agenti in un quadro surreale ma vincolato a problemi aperti e a moti attivi (“La folle de Chaillot”). Dissidio che troviamo all'origine dei personaggi titanici e dei parossismi vigorosi dell'O'Neill dei miti greci e più di Arthur Miller (« Erano tutti miei figli » e «Morte di un commesso viaggiatore »). La necessità di ricostruire, di edificare, di indagare fino alle radici le apparenze,  è la linfa di tanto teatro contemporaneo: così Eduardo può dirsi pirandelliano e moderno, nuovo e universale.

Ma la sua problematica non affonda mai nel cerebralismo (per quanti autori contemporanei si può ripetere la stessa cosa?): indagine è pietà, pietà è poesia: ecco i termini del suo discorso. Pietà profonda per l’umanità che finisce sempre col vincere il rancore, la stizza, lo sfogo polemico del primo urto; pietà e poesia che gli permettono, ad esempio, di raffigurare sulla scena i piccoli, i vecchi, i minorati, con una delicatezza che rifugge in partenza dalla tentazione di grossolani effetti cornici: basti pensare ai due personaggi di Carmela in « Questi fantasmi » e di Pasqualino in « Bene mio e core mio »:

« Io non sono scemo, hai capito. Io a dieci anni ero già deficiente, e quella mi chiama scemo… Sai come ha detto il prete a mammà? Ce lo puoi domandare... mammà sta llà. Il prete dicette: "Signora Virginia, il deficiente è sacro!”. Chiamami scemo un’altra volta, e poi vedi la Madonna come ti punisce tanto bello».

Si può concludere che quello di Eduardo è un «pessimismo che il palpito lirico sfoca e ammorbidisce » (A. Fiocco).

Contenuto e tematica universali si è detto, ma questo contenuto  ha la voce di Napoli. Eccoci introdotti a parlare un poco del linguaggio. I personaggi di Eduardo non sono dei puri e un poco astratti cittadini del mondo come quelli di Ugo Betti ma, pur avendo in comune con tutti gli uomini doti intime di sensibilità e spiritualità, sono tutti napoletani, ambientati geograficamente e psicologicamente a Napoli; e di Napoli conservano i tratti, il modo di vivere, le concezioni, la mentalità concreta, gli interessi: tutta Napoli con i suoi vicoli, le sue miserie, la sua sconfinata potenza di poesia, la Napoli dei « clichés » liberata dal < cliché»,

sentita come un modo d'intendere; e gli errori dei personaggi saranno errori di Napoli, le loro vittorie le vittorie di Napoli, le loro parole quelle di Napoli. Ecco come il linguaggio dialettale sia intima necessità, una cosa sola con il discorso della mente, così come il Padron 'Ntoni verghiano non può non parlare e  pensare siciliano. E lo strumento, il linguaggio napoletano, della sua indagine nel reale, della sua inchiesta nella società che gli è vicino, sta a dire come i suoi personaggi non si prestino mai ad essere interpretati unilateralmente come facce di un tema, come aspetti di un problema, ma presentino sempre una precisa individuazione psicologica: « Filumena Marturano» (1946), «Le voci di dentro » (1948).

Dialetto napoletano con le sue mille gamme: dove il barocchismo di un'espressione lirica ridondante non può mai venir confuso con un astratto residuo letterario (chi ha mosso questa osservazione nei confronti di Eduardo è del tutto fuori strada) ma sta a tradurre un preciso modo di sentire; un dialetto saggissimo che profitta di tutte le esperienze degli scrittori in vernacolo: dalle scene realistiche tracciate con un linguaggio diretto, brioso, efficace,   allusivo, agli squarci lirici e patetici dove è viva la eco dell’essenzialità del Di Giacomo, alla scorrevolezza parlata delle scene d’azione.

Linguaggio che si sviluppa in un perfetto equilibrio tra le più peculiari forme dialettali e le più lineari espressioni in lingua, con leggera prevalenza, nelle ultime opere, di locuzioni italiane costruite a vivo su schemi napoletani, col risultato di un effetto di grande freschezza. Basti pensare, come esempio di questo stile vivace, al lungo monologo di Chiarina (atto I di « Bene mio e core mio”) di cui citiamo un brano:

“E che me ne sono vista della vita? Tengo quarantadue anni, sarò andata a teatro sì e no quattro cinque volte. Non conosco cinematografo, non tengo amicizie. Ero giovanetta, sapete… a quattordici quindici anni cominciano i primi grilli  per la testa. Niente mi diceva la buonanima di mammà… che possa stare nella schiera degli angeli... ma  mi guardava mestamente, come per dire: ”Chiarì, mo’ ti metti ad amoreggiare? E la casa?” Mammà era delicata come una libellula, con un polmone solo, stava sempre: tienimi che mi tengo… papà occupato a fare il decoratore… quando tornava voleva trovare tutto pronto. Lui (indica Lorenzo) giovanotto, camicie toglieva, camicie metteva… E Chiarina lavava, stirava, cucinava…”

C'è una forza viva che ci risospinge al “personaggio” di Eduardo, alla vita vera della sua commedia, impastata di serenità e di giochi radicati sulla malinconia, al personaggio che, annullando in un attimo la finzione e superando la barriera luminosa della ribalta, sa filtrarci, attraverso mille cadenze, la disincantata poesia dell’animo del suo autore.

 (RICERCA, 1 settembre 1956)