Leandro Castellani
OMAGGIO AI FRATELLI GRIMM
fiabe rivisitate
Agli inizi del 1800 Jacob e Wilhelm Grimm, due fratelli nati in un paese nei pressi di Francoforte, dettero alle stampe la prima delle loro raccolte di fiabe popolari, tutte d’origine antichissima, tramandate oralmente da generazione in generazione, o meglio da nonna in nonna. C’erano tutte: Cenerentola, Biancaneve, Pollicino, Cappuccetto Rosso e così via.
Fiabe come magici antidoti alle paure dell’ignoto, agli spettri della miseria e della fame, agli agguati della violenza. In quelle fiabe i miserelli vincevano, i poveri si sfamavano e fanciulle, povere ma belle, incappavano in sposi abbienti e titolati.
Le storie redatte dai fratelli Grimm sono molto antiche, risalgono perlomeno al medioevo. E non sono certo un esempio di verosimile realismo. Quante a me, forse attraversando un momento di santa quanto inequivocabile follia. ne ho un po’ rielaborato -almeno alcuna, per renderle più attuali ma senza tradirne lo spirito. O perlomeno non troppo…
POLLICINO
Tredici figli da mantenere, tredici bocche da sfamare – più quella di sua moglie e la sua che fanno quindici - e non ce la faceva a tirare avanti coi miseri proventi da boscaiolo senza aumenti né gratifiche. Erano in troppi, troppo affamati, e lui troppo povero.
Il più piccolo della tredicina si chiamava Pollicino. Cosa poteva mai consumare quello scricciolo di figliolo? Ma il saggio avveduto genitore aveva deciso di cominciare proprio da lui per sfoltire la prole: fuori uno! Poi, pian piano, se il sistema funzionava, avrebbe continuato con gli altri. Alla fine ne sarebbero dovuti restare solo due: un maschietto e una femminuccia, come in tutte le famiglie che si rispettino.
Quella mattina, sia pure con la morte nel cuore, radunò i suoi tredici figlioli e se li portò con sé, lontano da casa, nel fitto del bosco. Tutti a far legna, a raccogliere bacche, funghi e – hai visto mai? - tartufi pregiati. Ma sul più bello, approfittando della distrazione del figlio minore, impegnato a giocare con le simpatiche bestiole del bosco – scoiattoli, cutrettole, ghiri, donnole, lupi, volpi e faine – il “padre padrone” piantò lì lo sventurato Pollicino e, quatto quatto, se ne tornò a casa con gli altri dodici.
A sera, tristi e sconsolati, piangendo lacrime un po’ coccodrillesche, mamma, papà e la dozzina superstite si misero a cena: una lacrima e una bella cucchiaiata di fagioli, una lacrima e un buon sorso di vino.
Ma al povero Pollicino, che era piccolo per quanto era furbo – come riferiscono i Fratelli Grimm – non era sfuggita la subdola manovra paterna, conniventi gli amati fratellini. E così, durante il tortuoso viaggio d’andata, aveva avuto l’accortezza di seminare lungo i viottoli che conducevano nel fitto del bosco tutta una sequela di visibilissime pietruzze bianche. Così, una volta vistosi abbandonato, pietruzza dopo pietruzza, ritrovò agevolmente la strada e, fatto dietro-front, se ne tornò verso casa.
Si accostò alla finestrella della miserabile magione paterna, provvidenzialmente rimasta socchiusa, da cui mirò i suoi familiari raccolti intorno al tavolo, tutti intenti a mangiare fagioli e bere vino. Certo, fra un boccone e l'altro, fra un bicchiere e l'altro, spargevano anche qualche lacrima sul fratellino abbandonato. Ma si consolavano con l’incremento delle porzioni. Un banchetto!
Allora Pollicino prese la tanica di benzina che serviva a papà per la sega a motore, ne vuotò delicatamente il contenuto tutto attorno al casolare, senza sprecarne neppure una goccia. Poi appiccò il fuoco. Spremendosi qualche lacrimuccia, mentre già divampavano le fiamme, si allontanò dai suoi cari che tanto affetto gli avevano dimostrato e, pietruzza dopo pietruzza, tornò nel bosco fra le simpatiche bestiole.
CAPPUCCETTO ROSSO
Chissà perché la chiamavano così. Era sicuramente la ragazzina più bella del paese, una teenager procace di corpo e sfrontata nelle fantasie, fatta apposta per stimolare i sogni e le voglie dei maschietti. Soleva indossare vertiginose minigonne e camicette molto trasparenti. Peggio che nuda, commentavano le donne del paese.
Quando lasciava le stradicciole dell'abitato per inoltrarsi nel bosco, a portare la merendina e il giornale quotidiano alla nonna, che abitava tutta sola - chissà perché - in un cottage isolato, Cappuccetto era seguita da cento occhi vogliosi.
Qualcuna, fra le potenziali rivali, aveva anche tentato di passare a vie di fatto, affrontandola a schiaffoni per adescamento di altrui fidanzato. Almeno dieci fra giovani e meno giovani erano finiti in galera per tentata violenza carnale. Solo tentata perché Cappuccetto, esperta in arti marziali, non ci metteva molto a ridurre a mal partito chi si provasse a insidiarla lungo i viottoli del bosco.
Metà paese fuori combattimento, con arti ingessati, oppure in galera. Le moglie effettive o facenti funzione, le ragazze ancora a piede libero, vedevano il potenziale maschile assottigliarsi di giorno in giorno. I giovani disponibili intristivano, non le guardavano neppure le altre femmine. Solo pensieri selvaggi su di lei, sfrontata, irresistibile, irraggiungibile Cappuccetto Rosso.
Quando un bel giorno si seppe che, nel corso dei suoi periodici trasferimenti nel bosco, un lupo spuntato chissà da dove l'aveva assalita e sbranata - trattamento riservato anche alla cara nonnina - fu per tutti una liberazione. E il paese ricominciò a vivere.
CENERENTOLA
Suo padre si era risposato e lei si era ritrovata in casa una matrigna acida e spendacciona accompagnata dalle due figlie di primo letto, quasi sue coetanee, anch’esse acide e spendaccione. Suo padre faceva il commerciante in piadine romagnole e pasta all’uovo ma rischiava il fallimento, visti i tempi e il crollo drastico dei consumi interni. E tutto per non far mancare a moglie e figlie acquisite vestiti firmati, creme di bellezza e aggeggi vari. Lei no, Cenerentola era modesta, appena un filo di trucco e un vestitino autoconfezionato. Ma finanziariamente era l’unica in famiglia a passarsela bene, dato che la sua madrina, di professione broker, amministrava il fondo bloccato lasciatole dalla madre. Lei la sua madrina la chiamava Fata e a lei la chiamavano Cenerentola per lo splendido colore dei suo occhi grigio-topo o grigio-cenere.
Un bel giorno un importante industriale della zona indisse un party per gli amici, in realtà per favorire le nozze di suo figlio, il cosiddetto Reuccio. Un festino escogitato come salvataggio per un figlio ormai attempatello ma senza professione e senza voglia di lavorare. Il babbo la sua industria l’aveva dislocata in un paese dell’est, in Italia le cose andavano maluccio, ma suo figlio avrebbe potuto farsi un avvenire grazie a un matrimonio con una qualche fanciulla plurifacoltosa. Quindi il party era stato concepito come acchiappatoio per l’ereditiere e le agiate rampolle della regione e oltre.
Naturalmente le figlie della matrigna furono le prime a procurarsi un invito. E a prepararsi: acquisti di abiti da sera firmatissimi, gioielli swaroski che sembravano veri, acconciature stravaganti copiate dalla più recente rivista di moda e così via. Furono le prime a fare ingresso nelle lussuosa sala dell’hotel cinque stelle affittata per l’occasione.
In segreto, per non incorrere in premature gelosie, Cenerentola era ricorsa alla sua Fata madrina che – presa così all’ultimo minuto – era riuscita soltanto a procurarle un abito favoloso, appena creato da una famosa casa di mode per la più prestigiosa diva di Hollywood, la quale avrebbe dovuto indossarlo il giorno dopo per le riprese di un film. Ragion per cui l’abito andava riconsegnato prima di mezzanotte.
Sorvoliamo sulla festa, fiori da Sanremo, catering esclusivo con ostriche e caviale, orchestrina da show televisivo. Le sorellastre si danno da fare ma il reuccio non se le fila: il suo segretario gli ha fornito in antecedenza le schede con la situazione finanziaria di tutte le partecipanti. Resta un mistero l’identità dell’avvenente fanciulla che si è presentata all’ultim’ora e senza invito. Però: un abito da urlo, un trucco leggero ma sapiente, delle forme da brasiliana in trasferta. Il Reuccio ci intreccia tutti i balli e se ne invaghisce perdutamente. Se solo sapesse di che rendita la fanciulla può disporre…
L’orologio dell’hotel scandisce la mezzanotte. Cenerentola si rammenta dell’impegno tassativo e scappa via. Ma perde una scarpetta sull’ultimo gradino: roba da far causa all’hotel!
Il Reuccio cerca la ragazza in sala e non la trova più. Che sia alla toilette? Passa un’ora e lei non rientra. Se n’è andata. Come ritrovarla? E poi sarà veramente ricca?
Non ci sono dubbi: ricca, ricchissima! Chi può permettersi di perdere lungo le scale una scarpetta in oro zecchino e non venire a riprendersela?
BIANCANEVE
Era fuggita nel cuore del bosco per sottrarsi a un inaspettato tentativo di violenza sessuale da parte del fedele guardiacaccia. O forse il bruto voleva limitarsi ad ucciderla per far piacere a una certa regina cattiva. Fatto sta che, nel cuore del bosco suddetto, Biancaneve si era perduta. Anche perché tirava vento e pioveva che Dio la mandava.
Sbucata finalmente in una radura abbastanza riparata la fanciulla si rifugiò in quella che, a prima vista, le era sembrata un grazioso porta-bonbon. Ma la bomboniera era abitata da sette nani. Piccoli ma tanti, e cattivi. I quali ebbero presto ragione di lei. Dopo averla ammansita a suon di botte le usarono violenza, tutti e sette, e ne fecero, più che una solerte collaboratrice domestica, una vera e propria schiava: sette letti da rifare ogni mattino, sette abiti da rammendare, sette bucati, sette bocche da sfamare e, almeno ogni due giorni, da infornare quella monotona torta di cui i sette nani erano tanto ghiotti, preparata con le mele appositamente conservate in solaio. E poiché il lavoro dei sette aguzzini consisteva nello sfruttamento della miniera di diamanti e gemme varie situata in cantina, non c'era caso che la lasciassero sola né che le concedessero il giorno di riposo sindacale.
Andò avanti così per molto, troppo tempo. Una volta una strega caritatevole aveva cercato di sottrarla alla schiavitù dei sette, usando un beneficio truccato da maleficio, ma senza riuscirci, e i nanetti avevano dato la caccia alla sventurata megera facendola precipitare in un dirupo.
Una vita da cani: fantesca, cuoca, sguattera e concubina. Finchè un bel giorno Biancaneve non ce la fece proprio più, le forze le vennero meno e cadde a terra come priva di vita. Senza chiamare il pronto soccorso, tentare di rianimarla o versare almeno una lacrima, i sette odiosi nani – che ormai ne avevano abbastanza della fantesca e delle torte di mele - sgombrarono casa scaraventandola in mezzo a una discarica e se ne andarono per i fatti loro.
Fortuna volle che nei pressi dell’amena discarica solitaria transitasse un principe, giovane e belloccio, il quale si accorse di quella fanciulla buttata là, esangue, volto pallido e occhiaie profonde. Si chinò su di lei e, impiegando i sali che portava sempre con sè, riuscì a rianimarla. Ridestatasi, Biancaneve non perse tempo e, nel timore di essere riacchiappata dai nani, si avvinghiò letteralmente al collo del suo salvatore. Rischiando di soffocarlo tanto gli si era stretta al bavero, lo scongiurò di non lasciarla e di portarla via con sé, ovunque e a qualsiasi costo.
Assalito da tanta furia, il giovane non riuscì a scrollarsela di dosso, neppure dopo aver inforcato il cavallo per tornare al castello. Biancaneve non intendeva mollarlo. Il principe riprese il cammino, sempre con quella ragazza appiccicata al collo. Chissà che fine avranno fatto?

