mercoledì 21 aprile 2021

RIFUGIARSI NEI LIBRI

Rifugiarsi nei libri. Sollevarne la copertina e tuffarcisi dentro, come in una piscina rigeneratrice In questi tempi di isolamento forzato a noi – particolarmente a me – non è rimasto molto altro. I miei libri – tutt’ora rinchiusi negli scatoloni nei quali li ho lasciati dal giorno del mio abbandono della capitale – ormai non posso nemmeno aprirli e scorrerli, ma solo intuirli, serrati dentro le quattro pareti cartonate. Cosa ci sarà dentro lo scatolone numero 25? Non ce l’ho scritto sopra, perché sarebbe stato come dargli un arrivederci a tempi lunghi. E rovinarmi la sorpresa. Così i mei libri, le loro storie reali o strampalate, posso solo sognarli, anticipando l’esultanza di quando aprirò di nuovo gli scatoloni e vedrò che fine hanno fatto, come hanno passato questo troppo lungo lasso di tempo? Come stai Edmond Dantes? Tutto bene al castello d’If? E tu simpatico D’Artagnan? Li hai poi conquistati i tuoi sudatissimi galloni da moschettiere? E com’è andata a finire la Rivoluzione francese emersa a fatica dal periodo del Terrore? Si è poi riscattato il truce Robespierre. Ma non restiamo sempre in Francia. Le opere di William Shakespeare, un volumone. Le ho lette proprio tutte? O forse - che fortuna! - me ne manca ancora due o tre e non vedo l’ora di completare la conoscenza. Che emozione quando spunterà quel vecchio libro di Fenimore Cooper che mi son divertito ad adattare in italiano corrente, traendone una sceneggiatura “da leccarsi i baffi”! Quanti libri imboscati! Libri d’arte di storia, di filosofia, di varietà, di curiosità. Libri di cinema, che ne analizzano la storia e di film che forse non avrò mai la possibilità di vedere. E poi – sorpresa sorpresa! - libri che parlano di Fano, la mia città, e mi ricordano amici perduti, primo fra tutti Luciano Anselmi, e poi altri ancora: Delio Bischi che parla di Piobbico o Aldo Deli, Franco Battistelli e Alberto Berardi che parlano di Fano. Ho paura di sbagliare dimenticandone i più importanti, come Fabio Tombari: dove sono finiti i suoi testi autografati? E non garantisco che fra tanti scatoloni non riesca a trovare quello con i miei inediti, romanzi abbozzati, sceneggiature mai girate o sfoghi come questo che ormai mi sembra il caso di concludere.

LEANDRO CASTELLANI

 

martedì 13 aprile 2021

NUOVA LEZIONE GRATUITA PER ASPIRANTI ROMANZIERI

 

Il mezzo è il messaggio: definizione sibillina del buon profeta Mc Luhan. E il mezzo più disponibile sarebbe la scrittura. Scrivere un romanzo che sia insieme mezzo e messaggio. Che sogno! Qual è stato nel corso dei secoli il mezzo impiegato per scrivere? Lo scalpello dei trogloditi, il dito intinto nel fango, una punta di pietra? Seguono nell’ordine la matita, il gessetto, la penna col pennino di varie fogge e poi la cosiddetta biro, la stilografica, il pennarello, e poi ancora la macchina da scrivere, la mia Lettera 22, l’Olivetti elettrica. E poi spunta l’informatica, prima la tastiera del computer e poi di nuovo il dito, che stavolta si muove sul mouse, per giungere al semplice appunto vocale al mio cellulare. E di questo passo chissà dove andremo a finire! Insomma se c’è la voglia e la fantasia, i mezzi per scrivere non mancano. Gli antichi romani amavano scrivere con lo scalpello, usando come supporti alla scrittura blocchi di marmo o di travertino, per fissare qualche legge indispensabile, celebrare una vittoria, ricordare un defunto, eccetera. Non è dato sapere in che epoca iniziò la moda di scrivere sulle pareti dei cessi pubblici usando il dito, sorvoliamo i particolari. Consuetudine che venne più volte sconsigliata dalle autorità preposte alla pulizia e all’educazione ma che pare continui tuttora nei cessi pubblici quasi scomparsi e in quelli di bar e ristoranti. Preferibilmente parolacce e sconcezze, talvolta anche con annotazioni di nomi, maschili o femminili, nonché di numeri telefonici da cellulare. Ma stiamo divagando. Volevano  rivolgerci agli aspiranti romanzieri o mi sbaglio?

Se uno ha voglia di scrivere, scrive ovunque. Annota personaggi e idee sul biglietto della Metro o sugli scontrini dei negozi, sul pacchetto di sigarette per chi è fumatore. Fissato lo strumento di cui vogliamo servirci chiediamoci il perché. Perché vogliamo scrivere un romanzo? Per avere il piacere di farci leggere ed apprezzare. Per fissare una storia che “ci scappa”, ci urge, ci preme dall’interno, per parlare di noi fingendo di parlare di altri, per raggiungere la fama, gli onori e la Treccani? Cominciamo con lo stabilire il perché, smettiamola di girarci intorno. A questo punto dovremmo decidere cosa scrivere, di cosa parlerà il nostro romanzo, a quale genere potrà appartenere. Un giallo con impenetrabili enigmi da risolvere in fretta a una pagina dalla fine? Un horror fitto di  streghe, bruti, mostriciattoli, cadaveri in trasferta, sanguinolenze assortite nonché incubi notturni? Un romanzo d’amore pieno di eteree bellezze, di baci desiderati, di desideri carnali sognati o magari praticati, oppure rimandati sino al prevedibile epilogo, con o senza cerimonie ufficiali, civiche o religiose che siano? O una di quelle storie di adesso, fitta di amplessi descritti in dettaglio, etero o preferibilmente mono, di coppia, di gruppo?

Stabilita la finalità che intendiamo raggiungere e l’ambito che ci siamo assegnati  possiamo finalmente cominciare a narrare o ad esplorare la nostra storia, senza più rimandare con scuse o sotterfugi. Ma… tempo scaduto. Ci leggiamo alla prossima. 

LEANDRO CASTELLANI



domenica 11 aprile 2021

RACCONTO GIALLO, MOLTO GIALLO, QUASI NERO


Intanto mi ci vorrebbe un morto. Ricerca non ardua. Oggi i morti, specie quelli ammazzati, abbondano, e non parlo solo dei cadaveri sterilizzati, amorfi, pseudo-manichini, disseminati nei film e romanzi gialli. I defunti a causa delle catastrofi più o meno naturali come terremoti, crollo di ponti, tsunami, incidenti sul lavoro, sciagure bibliche, cadute da cavallo, pandemie. E non metto in conto tutti quelli dei videogiochi o dei film cosiddetti d’azione, che crollano come birilli o manichini da vetrina sotto i colpi delle armi micidiali ostentate dagli avversari, morticini colorati e coreografici che non fanno neppure tristezza. Dopodiché, per cercare il colpevole del delitto di turno, dovrei inventarmi l’apposito commissario, detective, investigatore privato, insomma il protagonista del mio “giallo”: Sherlock Holmes, Sam Spade, Philip Marlowe, Hercule Poirot, Nero Wolfe, Jules Maigret o chi per loro. Visto che si tratta d’inventare propenderei per un’investigatrice, ma non tiratemi fuori quell’ammuffita di Miss Marple! Come immaginarmi la mia eroina? Una bella ragazza, longilinea ma non troppo, pin-up tutta curve, da rivista patinata, analoga a quelle che appaiono in tv, ma anche meglio, con occhi che esprimano intelligenza oltre che provocazione. Una di quelle ragazze che, quando passano per strada, voi le fischiate dietro rischiando di finire in prigione. Trattandosi d’inventare meglio tenersi comodi, ed io l’ho pensata così: chi la vorrebbe una protagonista sbilenca e sfiorita? Un’aspirante investigatrice alla ricerca di un “caso”, talmente spregiudicata da inventarselo alla bisogna.

Fare l’investigatrice era stata sempre la passione di Carolina, il suo più ardente desiderio, da quando – appena una bambina –  era riuscita a ritrovare tra i rifiuti del cassonetto la tazzina di porcellana cinese che mancava dal servizio buono di sua nonna e che, con tutta probabilità, l’inesperta collaboratrice familiare del momento aveva buttata via senza accorgersene, insieme allo strofinaccio e al centrino di Offida. O forse se n’era accorta e lo aveva fatto apposta: parlo della colf.

Divenuta un’avvenente giovinetta, Carolina aveva conservato la stessa passione ma, vista la momentanea mancanza di “casi” veri, aveva deciso di crearsene uno, fasullo quanto incontestabile, puntando sulla collaborazione della sua amica più fidata, la quale avrebbe dovuto simulare un rapimento con lettera di riscatto e minaccia di morte. Niente di nuovo, un soggettaccio visto e rivisto al cinema e in tv ma, per il momento, la nostra aspirante investigatrice non aveva di meglio.

Ecco il piano. L’amica del cuore dovrà sparire dalla circolazione per alcuni giorni. Tanto vive sola e nessuno se ne accorgerebbe se Carolina non mettesse in giro la notizia. Notizia o meglio notizietta curiosa, tale da essere captata dal giornale locale e presto ripresa da quello nazionale a distribuzione gratuita: Giulia Giulietti, giovane giornalista in erba, sparita dalla circolazione da oltre un mese: una gita, una fuga o un rapimento? La famiglia inesistente tace, tacciono i compagni di lavoro precario. Anche per il fatto che Giulia non ha né famiglia né lavoro precario. Un rapimento, una vendetta, la furia di un innamorato deluso, o non piuttosto la Mafia, l’Andrangheta, la Sacra Corona Unita, Cosa Nostra? Niente paura, ci penserò io a rintracciarla!, garantisce Carolina, che con l’amica scomparsa mantiene un inconfessabile contatto quotidiano segreto. Agirò nell’ombra, datemi tempo!

La storia non passa inosservata alla più insaziabile delle assatanate conduttrici televisive che, accaparrandosi Carolina e la sua indagine, è pronta a garantirsene l’esclusiva. Va sul sicuro perché ogni giorno la ragazza ne inventa una nuova, tirando fuori nuovi particolari, scoprendo indizi, seguendo tracce e annunciando decisi passi avanti nell’indagine, seguiti saltuariamente da veloci passi indietro. Illude e delude tirando fuori indizi centellinati via via: una foto, un fermaglio da capelli, una busta da ricattatore, un golfetto rosa, un coltello sporco: sangue o conserva di pomodoro come nei film? Ogni giorno una scoperta, una rivelazione, salvo i festivi, quando il programma dell’assatanata tele-conduttrice non va in onda.

Tutto per il meglio. Ma un brutto giorno, mentre l’aspirante investigatrice-lampo si appresta ad aprire la consueta  conferenza stampa, giunge la notizia, improvvisa e inaspettata, come il tradizionale quanto inflazionato “fulmine a ciel sereno”. A pochi chilometri dalla città, in un casolare abbandonato ma abituale residenza di barboni, girovaghi, ladruncoli e drogati, è stato ritrovato il cadavere di una ragazza. Che guarda caso risulterà essere quella di Giulia Giulietti, l’amica di Carolina falsamente datasi alla macchia per agevolare la carriera dell’aspirante investigatrice.

Le carte del gioco sono tragicamente cambiate. Dalla capitale arriva quasi in volata un investigatore vero, con tanto di diploma e  patentino. La situazione si ribalta. Non si tratta più di una strana scomparsa da “chi l’ha visto”! Qui c’è un cadavere, anzi “una” cadavere. Come faceva l’inesperta Carolina a sapere tante cose? E se fosse stata proprio lei a condurre un gioco pericoloso sfociato in un delitto? Da investigatrice misteriosa Carolina diventa elevata – o declassata - a principale indagata. Ora è lei a doversi difendere: com’è venuta fuori quella foto, da dove è spuntato il golfetto rosa, come è stato trovato il coltello sporco? Ecco perché – come è pronta a insufflare la stampa vampiresca – ‘sta Carolina sapeva sempre tutto! E se fosse stata proprio lei l’ignobile assassina! Per l’investigatrice sono i cosiddetti “cavoli amari”. Occorre che ricorra a un avvocato o meglio – per osservare la parità di genere – a un’avvocatessa. Carolina resiste, si difende, si trincera dietro il famoso “articolo quinto”, molto usato negli Usa, che suggerisce: “quello che sai… tientelo per te”. Ne va della sua reputazione di investigatrice e di tele-informatrice. Del resto anche la patronessa dei pomeriggi-tv è pronta a girarle le spalle. Naturalmente la solerte avvocatessa che si è assunta la difesa è pronta a sostenere che si è trattato di una candida burla finita male: una falsa scomparsa a fini promozionali per l’amichetta in carriera. Ma le prove sono schiaccianti: quel golfetto rosa lo avevano comprato insieme – la prevedibile assassinata e la presumibile assassina – nel supermercato appena inaugurato vicino alla stazione ferroviaria, quello che aveva preso il posto di un vecchio mastodontico mulino, raro quanto ingombrante esempio di archeologia industriale. E il coltello? Non faceva parte della serie di lame da cucina ordinate per posta dalla neo investigatrice? Quelli di titanio fasullo che comparivano negli spot televisivi del cuoco finto-italiano, malamente doppiato, il quale ne vantava la funzionalità nel taglio di roast-beef, arrosti con dentro la frittatina, cotolette asburgiche e patate julienne, nonché utilizzati anche per tranciare contenitori in alluminio o in dura plastica? Quanto al procuratore non stava più nella pelle: che bel processo si prospettava, con un’imputata bella come una star e un’avvocatessa di difesa arrancante e un po’ patetica.

Il giallo s’infittisce. Essendo fortunatamente eliminata dalla nostra Costituzione la pena di morte, restava disponibile l’ergastolo, o i trent’anni di prammatica. A questo punto il giallista di vaglia – fate conto che sia io – si troverebbe nel dubbio: un “giallo” alla Christie o un legal thriller alla Grisham? Come venirne a capo per chiudere la storia? Lapalissiano: individuando il vero assassino. Sarebbe l’unico modo per salvare la bella incriminata dalla inesorabile forca mediatica nonché dalla prigione. E qui il giallista improvvisato – sempre io - si troverebbe a mal partito. Scovare l’assassino vero e proprio. Chi? Un violentatore di mestiere? Un fidanzato abbandonato? Un nemico giurato? Un condomino scocciato? Il solito clandestino? Un giovinastro di buona famiglia? Interesse, amore, gelosia, passione, rabbia, rancore, rappresaglia, odio… Che meravigliose prospettive mi si aprono davanti!

LEANDRO CASTELLANI

 

mercoledì 7 aprile 2021

STUDI DI FATTIBILITA'

Uno di quei titoli - o incarichi - che ai miei tempi non esistevano. C’erano desideri, aspirazioni, voglie, progetti, tentativi e poi realizzazioni, facili o difficili, avventate o corazzate. Ma niente studi di fattibilità. Era fattibile quanto era in via di realizzazione, infattibile quanto, per mancanza di mezzi o disinteresse per la sua cosiddetta “mission”, restava un semplice conato. Come diceva Amleto: essere o non essere? Trasformare un nobile edificio, magari diruto in seguito alla trascuratezza o al vandalismo, in un’ipotesi progettuale un po’ avventata ma garantita da un grosso nome, in grado di garantire ai committenti perlomeno la visibilità mediatica. Un progetto tutto cartaceo o digitale, magari riassunto da un video, un modellino, una suggestione, un preventivo di massima e quant’altro. Poi si vedrà. Nel frattempo potranno mutare disposizioni, mode, tendenze, dirigenze. Ma la fattibilità risulta studiata e documentata “a futura memoria”.

Bando alle macabre considerazioni. Ah, se fossi libero anch’io di redigere il mio studio di fattibilità! Dare concretezza cartacea o digitale alle mie idee strampalate, soluzioni falsamente o autenticamente avveniristiche, restauri come reinvenzioni “a capocchia”, edifici come nuvole, ectoplasmi, laboratori spaziali dove tutto studiare e nulla fare, crocevia dove far incontrare intellettuali accreditati e artisti simpatizzanti per creare, o almeno per sognare, una nuova civiltà meno stitica della presente! A noi italiani farci progettare è come invitarci a nozze. Abbiamo più idee, abbiamo più sogni campati in aria che voglia e possibilità concrete di realizzarli. Ma nel frattempo i nostri studi di fattibilità possono viaggiare nell’etere, planare verso Bruxelles patria dei sogni realizzati e dei sogni infranti. E’ la nostra condanna. All’estero sognano meno e fanno di più. E soprattutto non debbono far conto di quello stuolo, più o meno massiccio, di intermediari – leggi infiltrati - che vedono in ogni progetto, così come in ogni cataclisma naturale - un terremoto, una pandemia ecc. -, solo un’occasione preziosa di arricchimento, con relativa distribuzione di mazzette, commissioni, sotterfugi o – per usare una parola più comprensibile -  di truffe.

Attualmente sto elaborando uno “studio di fattibilità” per un serial sulla Divina Commedia, tre stagioni di venti episodi ciascuna, tutte da girarsi in location naturali, all’inferno di facile reperimento, al purgatorio onnipresente e in paradiso, quest’ultimo ricostruibile negli studi di Cinecittà o nella “nuvola” di cui sopra. Dante potrà impersonarlo Russell Crowe, previa cura dimagrante, o Roberto Benigni al naturale, per Beatrice quell’attrice neozelandese che sembra quasi una spagnola ma che invece è d’origine tedesca. Ma con la bisnonna nata a Sorrento. Un sogno impossibile? Forse, ma che bello studio di fattibilità! Datemi trecentomila Euro e ve lo presento in un mese, completo di video sulle location e di provini per alcuni ruoli: Caronte, Paolo e Francesca, il Conte Ugolino, su su sino agli angeli del paradiso, questi ultimi da girarsi in apnea, in un vuoto spaziale senza un briciolo di atmosfera. Contento io, contenta la committenza, contenti tutti. Vedrete che figurone la conferenza-stampa in streaming! 

LEANDRO CASTELLANI