Come si scrive un
racconto? Debbo dire che non l’ho ancora imparato. Secondo la vulgata non
basterebbe un inizio e una fine ma ci vorrebbe anche una storia, breve o meno
breve che sia, magari senza espressa conclusione, senza l’…e vissero felici e
contenti che contrassegnava le fiabe della nostra infanzia. E una storia non
troppo lunga e intricata sennò il racconto diventa un romanzo. E scegliere un
genere, una categoria. Per esempio le vite dei santi. Tale Jacopo da Voragine,
italianizzato in Giacomo da Varazze, ne ha fornito fulgidi esempi nella sua
“Legenda aurea”, dove si narrano vite e miracoli dei suddetti uomini e donne
esemplari. Ma questo va bene per i santi veri, autorizzati catalogati e
giustificati dalla Chiesa o perlomeno dalla tradizione religiosa. Ma per i
santi non autorizzati, le meteore della santità, i sedicenti, i cialtroni?
Molto più difficile. Io di santi veri ne ho incontrati, e così pure di finti
santi, quelli fatti conoscere o amplificati dalla voce comune, dalle cronache
locali e poi dalla televisione, o semplicemente da una sorta di epidemia
misteriosa che ne diffonde le fortune e la fama. Santi che promettono
guarigioni esclusive, guadagni imprevisti, fortune isperate o semplicemente
scorciatoie miracolistiche per evitare operazioni spericolate o fugare mali
incurabili. Finti santi, fasulli, in buona o cattiva fede. Guaritori,
taumaturghi, veggenti. Carte da gioco, tarocchi, pendolini, fondi di caffè o
semplicemente uno sguardo, un terzo occhio misterioso che permette loro di
vedere ciò che i abituali due occhi non permettono di scorgere. I miei genitori
non li amavano troppo né avevano mai voluto averci niente a che fare.
Li ho conosciuti in
età tardiva, grazie alle passioni di mia suocera. L’unico finto santo la mia
famiglia ed io lo avevamo incontrato negli anni della guerra. Un uomo
intabarrato in una mantella nera e con un feltro nero in testa. Lo chiamavamo
l’uomo del tesoro, abbreviato in Tesoro. Ne ho già parlato a lungo.
Tesoro era un finto
santo che non si ergeva a guaritore né pretendeva di avere virtù nascoste,
salvo quella di conoscere le piante, le fortune nascoste e le epistole
salvagente. I santi amati da mia suocera, che alcune volte mi coinvolse nelle
sue devote spedizioni, erano altri: giovinette stigmatizzate, madri di famiglia
che vedevano la Madonna, un ex-operaio con le visioni, un frate laico
guaritore... Uno di questi santi era un ex-postino che abitava a Senigallia. Ti
faceva pregare insieme a lui e ti benediceva: tutto qui. Un altro era un
burbero signore con barba che abitava in un paese della Romagna: qui il
cerimoniale era un po’ più complesso. Una sala d’attesa costellata d’immagini
di santi, con l’immancabile Padre Pio in grande evidenza, una specie di antro
costellato di altrettante icone, dove aveva luogo l’edificante colloquio nel
corso del quale ti veniva rivelato, una volta
per tutte, il tuo autentico destino, e poi finalmente l’uscita
attraverso un camminamento a mo’ di grotta, “stile catacomba”, tutto buio,
eccezion fatta per una grande statua illuminata della Madonna.
Ma l’incontro più
singolare con una supporta futura santa riguarda Mamma Ebe. Riceveva in una
villetta di recentissima costruzione, anzi neppure terminata, alla moda del
“non finito laziale”, nei pressi di Sacrofano sulla Flaminia. Una sala
d’aspetto, che utilizzava l’ampio spazio non ancora suddiviso nei futuri
ambienti, ospitava una sorta di toccante corte dei miracoli, un’umanità dolente
di donne, uomini, vecchi, giovinette e tanti bambini. Alcuni agitati, in preda
a convulsioni, altri con le gambine distorte, altri con evidenti menomazioni
fisiche e psichiche. Il marito della Mamma – ma vivono insieme come San
Giuseppe e la Madonna, suggeriva il passaparola – calmierava gli ingressi,
stabilendo i turni, alleggerendo la cupa atmosfera con qualche battuta di
spirito, qualche scherzo, in modo simpatico e allegro. E finalmente si era
introdotti dalla Mamma che, a grandi intervalli, si era già fatta vedere
fuggevolmente in sala d’attesa, quasi a rincuorare gli spossati dalla lunga
aspettazione. Alta, magnetica, occhi di fuoco, capelli neri raccolti sulla
nuca, un camice bianco da infermiera, perfettamente inamidato. Ti riceveva.
Poche parole, un notevole intuito introspettivo, poi ti cospargeva il corpo di
uno strano unguento massaggiandoti energicamente con le sue mani robuste. Il
massaggio o la sostanza usata ti provocavano un prurito intenso, come ci fosse
del peperoncino, e forse c’era. Ti prescriveva una qualche medicina, che faceva
controfirmare da uno pseudo-dottore, e si accomiatava. Con lei – o meglio, alla
sua sequela - due o tre fanciulle, evidentemente plagiate, talvolta la
sostituivano nei massaggi: ma allora quel pizzicorino non c’era più, segno
della mancanza di virtù terapeutiche o di peperoncino nella pomata.
Con me, che aveva
saputo coinvolto in faccende televisive, la Mamma si soffermò un po’ di più,
per parlarmi delle sue doti di conversatrice radiofonica a conforto dei malati,
doti che erano state boicottate da una bieca figura verso cui nutriva fiero
rancore. Me ne disse il nome: il candido Silvio Gigli.
Qualche tempo più
tardi vennero a galla i retroscena della storia, gli amanti, gli ordini
religiosi fasulli, i seminaristi e le fanciulle plagiate. Un processo, una
condanna, un film di Lizzani, e Mamma Ebe ricominciò imperterrita. Fra una
condanna e l’altra continua ancora!
Faceva già notte quando ripresi la macchina,
lasciandomi alle spalle un’umanità dolente, assetata di speranza che – ahimè -
non avrebbe trovato risposte. O forse sì. Essere ascoltati, consolati, incoraggiati
a vivere, nonostante le disgrazie, le piaghe nel fisico e nel morale. Lasciai
quel covo di illusioni tradite. Quelle cosiddette infermierine alla sequela
della santa, dagli sguardi rapiti e perduti un po’ nel nulla, quelli
imbroglioni astuti che le sorreggevano.
Il cielo si era già fatto scuro ma presto avrei
incontrato le luci sfavillanti della capitale d’Italia, la Roma eterna dei
sogni traditi.

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