domenica 17 aprile 2022

Punt.3 - Leandro Castellani - MEMORIE DI UN FABBRICANTE DI IMMAGINI

La famiglia di mia nonna abitava un palazzo nobiliare nel paese di Piobbico, alle pendici del Monte Nerone. Una famiglia avita, circondata da generale rispetto ma un po’ inquinato da leggende vagamente torbide. Da bambino, amavo molto quella vecchia casa che mi aveva accolto per un bimestre abbondante, all’età di quattro anni circa. Per la convalescenza dalla “tosse convulsa”, durante tutto l’arco di tempo in cui potevo costituire un pericolo di contagio per la mia sorellina di pochi mesi. Nell’avito Palazzo di Piobbico facevo vita solitaria, mi aggiravo per il bel giardino, nascondendomi fra i cespugli fioriti delle aiole, ammiravo i pigri andirivieni di due tartarughe, mi affacciavo a seguire lo scorrere del Candigliano che proprio sotto l’ardito ponte a schiena d’asino, visibile dal piccolo bastione, s’incontrava con il suo collega Biscubio per correre insieme verso il Metauro.

Ma soprattutto aspettavo con ansia l’ora della merenda, che consisteva in una salsiccia secca fra due fette di pane, il tutto annaffiato da due dita di quel passito dolce e vigoroso che si chiama Vinsanto. Sì, esatto, avevo quattro anni: una precoce educazione enologica!

Il Palazzo, che allora mi sembrava immenso e di cui non sarei mai riuscito a esplorare né a contare tutte le stanze, ospitava il fratello e le sorelle di mia nonna. Lo zio Arturo, ex-ciclista bersagliere, cieco da molti anni per colpa di quel glaucoma che mio padre e mia zia avrebbero ereditato a loro volta dalla famiglia materna. La zia Nelda, piccolissima, sempre vestita di nero, la più giovane ma già molto anziana, così a me pareva, molto più vecchia di mia nonna che invece era la primogenita. L’altra sorella di mia nonna era la zia Ida, con suo marito Arezio e la figlia minore, Adele, mentre i due figlioli maschi, Sandro e Amedeo, stavano fuori casa per gli studi. E poi c’era il ricordo, ma un ricordo pesante come una coltre invernale, del defunto zio Virginio, un pittore allievo del grande Giovanni Fattori, che aveva lasciato dietro di sé una lunga scia di quadri e bozzetti a gremire tutta un’ala della casa. Paesaggi, cavalli, tipi caratteristici, ritratti di famiglia.

L’altro ricordo era quello di una zia Ines, morta giovane in odore di santità: dopo la sua precoce dipartita, si era scoperto che aveva indossato un cilicio, forse da lunghi anni, per scontare le sue colpe, anzi la sua unica colpa. In gioventù, quasi adolescente, quella fanciulla, segregata nell’austero palazzo di Piobbico, aveva vissuto una “storia” segreta, ed era nata una bambina, Alba. Chi ne era il padre? Dov’era finita la piccola? Non venivano certo a dirlo a me, fanciullo ingenuo e sprovveduto: quella volta ai bambini non si diceva nulla. Un brandello di verità lo avrei scoperto col passare degli anni, ma la cosiddetta “verità vera” la ignoro ancora e forse resterà per sempre sepolta, dato che tutti i testimoni diretti non sono più in vita.

Ines era bella, anzi bellissima, stando alle rare fotografie che la ritraggono. Piccola e minuta ma dalle forme perfette, con quell’aria aristocratica e severa che era anche di mia nonna, a contrasto con un viso dolcissimo. La sua bambina, fatta donna, l’avrei vista qualche volta a casa mia, ormai grandicello, ma senza sapere chi fosse. E’ venuta l’Alba, annunciava la mamma. Una donna già fatta, a me sembrava addirittura anziana, con gli occhi severi e le fattezze aristocratiche di mia nonna, ma quasi celate sotto un grande fazzoletto contadino. I miei erano molto gentili con lei, direi affettuosi. Restava a pranzo, mi sembra le venissero offerti anche dei doni. Poi l’Alba ripartiva a sera per il paesetto dove abitava, a mezza strada fra Piobbico e Acqualagna. Molti anni più tardi il marito della cugina di papà, Delio Bischi, erede dei ricordi familiari della magione piobbichese, mi rivelò che a casa Bartolucci si diceva che il padre della bimba fosse mio nonno Leandro, in quanto era uno dei pochi ammessi a frequentare, da congiunto sopportato ma non amato, il loro chiuso palazzo. Sopportato ma non amato perché nonno Leandro era un tipo ribelle, ricco d’iniziative e d’inventiva ma cattivo amministratore di se stesso. L’attribuzione non mi sembra plausibile, soprattutto perché, al contrario dei fratelli, mia nonna aveva sempre mostrato per l’Alba un’aperta affabilità, troppo sincera per essere legata a un ricordo imbarazzante.  




Punt.2 - Leandro Castellani - MEMORIE DI UN FABBRCANTE DI IMMAGINI

Capitolo 1


GIORNI INDIMENTICABILI 

                                  "I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono    

                                 cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.”

 (Ennio Flaiano)

1. Le famiglie

Forse nevicava o forse no quel 1° dicembre, forse era un limpido giorno di sole come quell’altro 1° dicembre del 1965, quando mi sposai. Uno splendido giorno di un autunno inoltrato ma ancora radioso: la bella cerimonia, fra parenti e amici, con il Nunzio apostolico, monsignor Romolo Carboni, a benedire le nozze, poi il pranzo nuziale al Ristorante Tutta Frusaglia, officiato dal famoso Gigione, al secolo Enzo Biagiotti, e poi via, partenza sulla Volkswagen rossofuoco. Prima sosta un caffè in un baretto a Cattabrighe: quando ci arrivammo – salutati genitori, parenti e amici - era già notte.

Comunque, accantonando le ipotesi metereologiche, sono nato il 1° dicembre, a Fano, “ridente cittadina sulle rive dell’Adriatico”. Raccontava mia nonna, nata ai piedi del Monte Nerone, come si divertisse a prendere in giro il consorte, fanese puro sangue, recitandogli con sommessa ironia l’adagio: “fra’l bel Metauro e la renosa Arzilla giace la bella Fano”. Non “giace” ma “sorge”, la correggeva bonario nonno Leandro…

Ma torniamo a me. Per molti anni, sino a quando misi posticce radici a Roma, pensavo che ogni città dovesse finire con il mare, che una più o meno frastagliata linea azzurra dovesse mettere lo stop ad ogni abitato e ne fosse la logica conclusione.

Papà era segretario della locale scuola d’Avviamento professionale e Scuola tecnica “Matteo Nuti” e, in carenza di docenti, insegnava anche ragioneria e computisteria, ma aveva alle spalle un’avventura giovanile d’attore, durante i fantastici anni del cinema muto, e nutriva una genuina passione per l’agricoltura a cui dava esito occupandosi del podere della nonna, la mitica nonna Penelope, dei Bartolucci di Piobbico, discendente, per vie mica tanto traverse, dal Barone di ferro Bettino Ricasoli, della cui moglie aveva perpetuato l’inconsueto nome, un nome che odiava: “Penelope, che nome brutto, non lo mettete mai a nessuna, mi raccomando.” A Piobbico, suo paese natale, mia nonna era la “sora Penelina”.

La mamma discendeva dalla nobile famiglia Bechelloni di Cetona, con un avventuroso nonno garibaldino come leggenda familiare, ed era rimasta orfana in giovanissima età a far da mamma a un fratello e tre sorelle minori. La sua leggenda familiare parlava appunto di un “nonno Cherubini”, fuggito dal seminario alla vigilia del sacerdozio per seguire l’eroe dei due mondi, un avo che al paese natale vantava vasti possedimenti di cui aveva fatto unico erede un nipote, mio nonno Galileo, perché si prendesse cura di tutti quei beni e li tramandasse ai posteri. E mio nonno aveva dovuto rinunciare a una promettente carriera nei pubblici uffici – poteva diventare il più giovane prefetto d’Italia, ricordava la mamma - per ritirarsi nel paesello toscano, ancora non assurto a “buen retiro” degli intellettuali come in tempi recenti. Oggi del suo vasto patrimonio da tramandare ai posteri, di secolo in secolo, rimane solo una targa, a Cetona, “Via Cherubini”.

 

 

PUNT.1- Leandro Castellani - MEMORIE DI UN FABBRICANTE DI IMMAGINI

 

 


Incipit

Perché acquistare una valigia a Hiroshima? Non è che ne avessi proprio bisogno. Ma era lì, esposta in quel negozio, fiorito come tanti altri nella nuova Hiroshima rinata dopo la catastrofe del 6 agosto 1945. Una valigetta metallica, lucida, leggera ma robusta. Probabilmente di alluminio. Poteva sempre tornarmi utile. E poi che inconsueto souvenir da portarsi dietro dalla città dell’atomica!

Quel mattino avevo ultimato le mie riprese. Il grande arco-tunnel nel Parco della pace, un monumento-tomba per centomila morti, con i giapponesi in preghiera, chini dinanzi agli omaggi floreali. E poi l’incontro con Kikkawa, la cosiddetta prima vittima, miracolosamente sopravvissuto alla catastrofe. Miracolosamente per chi crede ai miracoli. La schiena piagata, mostrata con una sorta d’orgoglio. La piccola moglie trotterellante attorno a lui, l’uomo reso celebre dalla sciagura.

E poi le riprese del monumento a Sadako Sasaki, la tredicenne uccisa dal “male atomico”, con la bella leggenda della mille gru di carta pronte a spiccare il volo per salvarla dalla morte. Se si fanno volare mille gru, non si può morire. Ma Sadako, pur ingegnandosi a costruirle con le sue piccole mani piagate, non era riuscita a tanto. Ed ora le fanciulle di tutto il Giappone intrecciavano gru di carta per farne ghirlande con cui adornare il suo monumentino. Gru da spedire come memento ai grandi della terra.

Mi ero fatto portare dall’elicottero a venti metri sopra la famosa cupola squarciata e contorta, lasciata così a mo’ di perenne ricordo. Mi trovavo proprio nel punto in cui quel fiore di morte si era dischiuso. Da quella altezza la veduta delle verdi colline, della città rinata e del dolce fiume che l’attraversava. La visita al museo degli orrori mi aveva colpito molto meno di quella visione a perpendicolo.

Mi sarebbe rimasto come souvenir quella valigetta di alluminio?

 

Continuai a fare le mie compere, che potevo incamerare via via dentro il nuovo involucro lucente. A sera, sul letto dell’albergo, ripassai, con rito da turista, ciò che avevo acquistato nel corso della giornata: le immaginette del tempio, i ricordi del museo fra cui l’immancabile libro fotografico sugli orrori.

E poi… E poi mi capitò fra le mani un libriccino che certo non avevo acquistato a Hiroshima e che dubitavo mi fossi portato dietro dall’Italia. La mia guida-breve di “Fanun Fortunae”, tempio della Fortuna, nome originario della mia città natale. Lo conoscevo quel libretto, stilato da un erudito locale, Cesare Selvelli, intorno agli anni Trenta. A lui si doveva il merito o il demerito di aver trasformato una cittadina d’impronta urbanistica settecentesca, ma stravagante palinsesto di epoche precedenti - dalla romana alla medioevale, alla rinascimentale - in una sorta di medioevo stile Giacosa: “perché, paggio Fernando, mi guardi e non favelli?” Paggio Fernando non favellava perché aveva visto abbattere mura, demolire Porte, aprire squarci, agghindare edifici con merli e tetti “d’invenzione” in stile “Partita a scacchi”, riaffiorare sotto la singolare facciata settecentesca del Duomo una sorta di romanico di sapore vagamente posticcio, con tanto di bacili arabi a colori.

Ma com’era finito quel libretto fra i miei acquisti recenti? Credevo di possederne almeno tre copie nella mia biblioteca ma sicuramente non aveva senso che me ne fossi portata dietro una, proprio in  Giappone.

La memoria fa brutti scherzi, o forse ci salva. Mescola passato e presente, temporali e pioggerelline. Tutto là dentro, alla rinfusa, nella valigia di Hiroshima.

(6 agosto 2015: settant’anni da Hiroshima)

 

 

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