venerdì 8 dicembre 2023

LEANDRO CASTELLANI - MEMORIE DI UN FABBRICANTE DI IMMAGINI, p.4

 


Nacqui in un giorno d’autunno inoltrato. Primo dicembre. Dici dicembre e pensi inverno. E invece no. Autunno inoltrato. Molto più avanti scoprirò che in altri “primo dicembre” sono nati Woody Allen, Bette Middler e Richard Pryor, tutti temperamenti brillanti, un po’ funambolici ma con un velo di tristezza sotto traccia.

Che ore erano? Anna Boiani, cioè Giuseppina Boiani-Tombari, attenta ricercatrice e amica di famiglia, mi fornisce l’ora, le cinque e un quarto: di sera o di mattina? Faceva bel tempo? Quali ascendenti? Tutte domande a cui – ahimè! – non so dare risposta. E neppure lei. Seppi da mia mamma che il “tempo” previsto per la nascita era già scaduto da oltre una settimana. Il ginecologo le proponeva di liberarsi di un bimbo probabilmente morto. Mia mamma si ostinò, non volle, a rischio della vita, e nacqui io.

Povero bimbo che avevo faticato a nascere, tentando di ritardare l’impatto con il mondo!  Papà diceva che ero bellissimo, il bimbo più bello che avesse mai visto. Ma era l’unico a crederci e a sostenere la tesi!

Perché assai presto venni assalito da una brutta malattia infantile: il lattime. Mi ero ricoperto di croste, tubi di cartone nelle braccia per impedire che mi grattassi. Poi, dopo i quattro anni, arrivarono la pertosse o “tosse convulsa”, l’asma bronchiale e la polmonite.

Una leggenda familiare: mi son beccato la polmonite, febbre altissima. E non scende. Viene convocato un lontano parente che è un importante medico – pediatra? – nella vicina Senigallia. Il bambino è debilitato, mangia?, chiede il luminare ai miei genitori alquanto distrutti. No, non vuol prendere niente. Fatelo mangiare, qualunque cosa voglia, ma fatelo mangiare! Cosa vuoi, Leandrino, dicci cosa vuoi? Mia lunga perplessa esitazione e poi:  Mortadella e patatine fritte!

Venni salvato dalla morte grazie alla mortadella di Bologna, il più umile degli insaccati - la “mortazza” la chiamano a Roma -  ancor oggi al vertice delle mie voluttà gastronomiche, nonché dalle patatine fritte, insuperabili nell’attuale versione Mac Donald’s .

(da ”La valigia di Hiroshima, memorie di un fabbricante di immagini”, Amazon)


 


mercoledì 6 dicembre 2023

LEANDRO CASTELLANI - MEMORIE DI UN FABBRICANTE DIIMMAGINI -- n.3

 


Nel corridoio di passaggio fra le stanze “nobili” di Palazzo Gabuccini e quelle “di servizio” era stato ricavato un piccolo vano senza finestre tramite una parete di tela verniciata, come quella dei quadri a olio: era la “camera scura”, rifugio privilegiato di mia nonna. Vi teneva i suoi ricordi e anche un piccolo letto spesso preferito a quello più grande e comodo nell’ampia stanza accanto al soggiorno, la stanza dove si era trasferita mia mamma in preda alle doglie e dove ero nato io.

La “camera scura” mi attraeva e insieme mi faceva un po’ paura. C’era una grande cassapanca dove la nonna conservava vecchi numeri del “Corriere dei piccoli”, forse appartenuti ai suoi primi nipotini – i figli di sua figlia Dolores -, giornaletti che qualche volta mi permetteva di sfogliare ma con cautela e moderazione, e un quadretto della “Madonna del Soccorso” dove era raffigurato un bimbo che veniva sottratto, grazie all’intervento della Santa Vergine armata di randello, alle mire di un diavolo con le corna, gli arti villosi e gli zoccoli caprini: uno spauracchio che mi attraeva e terrorizzava insieme. 

Oltre il piano nobile del Palazzo la grande scala saliva ancora, ma rimpicciolendosi, sino al mezzanino, non proprio una vera soffitta, dove viveva la vedova dell’ultimo custode-amministratore dei conti Gabuccini, amorosa guardiana dei residui cimeli dell’avito casato: una scatola di reliquie, ognuna con la bolla attestante la sua autenticità, una collanina di libri sette-ottocenteschi, alcuni dei quali scritti a mano con impeccabile grafia da un letterato – tale Fulgenzio Mariotti - che aveva tradotto, direttamente dal francese, testi e romanzi d’autore non più individuabile. E poi un manoscritto: l’autografo originale di un vasto poema concepito dall’ultimo consorte dalla contessa, un gentiluomo inglese approdato a Fano dopo una vita avventurosa, in cerca di quiete e serenità, per comporre l’opera che avrebbe dovuto assicurargli l’immortalità. Due grandi libroni zeppi di correzioni e ripensamenti, l’Adelais, poema probabilmente ancora inedito di John Taaffe.

La vecchietta dell’ultimo piano viveva con una nipote, gentile, nubile e magrolina, che negli anni amari della guerra sarebbe divenuta una ragazza madre. Per la Prima Comunione mi regalò l’inesorabile libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. 

Al piano terra, in testa al corridoio che dal piccolo portone di via Rainerio 4 conduceva al nostro appartamento, c’era lo studio dello scultore Strolìn, in realtà un deposito di rilievi decorativi in gesso con i relativi stampi. Uno scorbutico vecchiaccio in papalina – o era uno zucchetto da ebreo? - che mi terrorizzava al solo vederlo. Quando morì, liberando la mia prima infanzia da angosce superflue, quello spazio venne occupato da papà che ne fece il suo studio.

A lato del portoncino d’ingresso, su via Rainerio, c’era il laboratorio da falegname di Leandro, detto Lallo, prodigo nel rifornirmi di piccoli scarti di legno ma avaro in fatto di chiodi che dovevo centellinare e riutilizzare più volte. Attrazione del locale, appeso a una trave del soffitto, era lo scheletro di un gatto con in bocca lo scheletro di un topo. La spiegazione un po’ fantascientifica era che il gatto fosse morto istantaneamente per aver addentato un topo avvelenato.


La finestra del piccolo soggiorno di casa, unico ambiente riscaldato, si affacciava sull’entrata laterale del Duomo, sempre sbarrata, da cui si accedeva direttamente al Battistero. Uno dei miei primi esercizi di lettura fu quello di compitare la lapide posta sopra l’ingresso che ricordava il battesimo di Ippolito Aldobrandini, poi Papa Clemente VIII - il Pontefice del supplizio di Giordano Bruno e della decapitazione di Beatrice Cenci - cerimonia celebrata allo stesso fonte in cui, qualche secolo dopo, sarei stato battezzato anch’io: che precedente illustre!

 (da ”La valigia di Hiroshima, memorie di un fabbricante di immagini”, Amazon)


martedì 5 dicembre 2023

LEANDRO CASTELLANI -- MEMORIE DI UN FABBRICANTE DI IMMAGINI - n.2

 

Papà era segretario della locale scuola d’Avviamento professionale e Scuola tecnica “Matteo Nuti” e, in carenza di docenti, insegnava anche ragioneria e computisteria, ma aveva alle spalle un’avventura giovanile d’attore, durante i fantastici anni del cinema muto, e nutriva una genuina passione per l’agricoltura a cui dava esito occupandosi del podere della nonna, la mitica nonna Penelope, dei Bartolucci di Piobbico, discendente, per vie mica tanto traverse, dal Barone di ferro Bettino Ricasoli, della cui moglie aveva perpetuato l’inconsueto nome, un nome che odiava: “Penelope, che nome brutto, non lo mettete mai a nessuna, mi raccomando.” A Piobbico, suo paese natale, mia nonna era la “sora Penelina”.

La mamma discendeva dalla nobile famiglia Bechelloni di Cetona, con un avventuroso nonno garibaldino come leggenda familiare, ed era rimasta orfana in giovanissima età a far da mamma a un fratello e tre sorelle minori. La sua leggenda familiare parlava appunto di un “nonno Cherubini”, fuggito dal seminario alla vigilia del sacerdozio per seguire l’eroe dei due mondi, un avo che al paese natale vantava vasti possedimenti di cui aveva fatto unico erede un nipote, mio nonno Galileo, perché si prendesse cura di tutti quei beni e li tramandasse ai posteri. E mio nonno aveva dovuto rinunciare a una promettente carriera nei pubblici uffici – poteva diventare il più giovane prefetto d’Italia, ricordava la mamma - per ritirarsi nel paesello toscano, ancora non assurto a “buen retiro” degli intellettuali come in tempi recenti. Oggi del suo vasto patrimonio da tramandare ai posteri, di secolo in secolo, rimane solo una targa, a Cetona, “Via Cherubini”.

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La famiglia di mia nonna abitava un palazzo nobiliare nel paese di Piobbico, alle pendici del Monte Nerone. Una famiglia avita, circondata da generale rispetto ma un po’ inquinato da leggende vagamente torbide. Da bambino, amavo molto quella vecchia casa che mi aveva accolto per un bimestre abbondante, all’età di quattro anni circa. Per la convalescenza dalla “tosse convulsa”, durante tutto l’arco di tempo in cui potevo costituire un pericolo di contagio per la mia sorellina di pochi mesi. Nell’avito Palazzo di Piobbico facevo vita solitaria, mi aggiravo per il bel giardino, nascondendomi fra i cespugli fioriti delle aiole, ammiravo i pigri andirivieni di due tartarughe, mi affacciavo a seguire lo scorrere del Candigliano che proprio sotto l’ardito ponte a schiena d’asino, visibile dal piccolo bastione, s’incontrava con il suo collega Biscubio per correre insieme verso il Metauro.

Ma soprattutto aspettavo con ansia l’ora della merenda, che consisteva in una salsiccia secca fra due fette di pane, il tutto annaffiato da due dita di quel passito dolce e vigoroso che si chiama Vinsanto. Sì, esatto, avevo quattro anni: una precoce educazione enologica!

Il Palazzo, che allora mi sembrava immenso e di cui non sarei mai riuscito a esplorare né a contare tutte le stanze, ospitava il fratello e le sorelle di mia nonna. Lo zio Arturo, ex-ciclista bersagliere, cieco da molti anni per colpa di quel glaucoma che mio padre e mia zia avrebbero ereditato a loro volta dalla famiglia materna. La zia Nelda, piccolissima, sempre vestita di nero, la più giovane ma già molto anziana, così a me pareva, molto più vecchia di mia nonna che invece era la primogenita. L’altra sorella di mia nonna era la zia Ida, con suo marito Arezio e la figlia minore, Adele, mentre i due figlioli maschi, Sandro e Amedeo, stavano fuori casa per gli studi. E poi c’era il ricordo, ma un ricordo pesante come una coltre invernale, del defunto zio Virginio, un pittore allievo del grande Giovanni Fattori, che aveva lasciato dietro di sé una lunga scia di quadri e bozzetti a gremire tutta un’ala della casa. Paesaggi, cavalli, tipi caratteristici, ritratti di famiglia.

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La casa che abitavamo costituiva una porzione limitata dell’ala nobile del sei-settecentesco Palazzo Gabuccini, che un angusto corridoio collegava a una parte delle ex-stanze di servizio. Al nostro composito appartamento si accedeva dunque sia dalla scala d’onore, che introduceva a un grande ambiente da noi chiamato “camera degli armadi”, come dalla più angusta scala di servizio collegata alla cucina, quella che usavamo abitualmente. Stanze imponenti, dai soffitti altissimi, ridimensionate dai modesti ma solidi arredi borghesi della famiglia paterna o fatti arrivare dalla Toscana, dalla casa dei miei nonni materni.

Ricordo che, nelle sere d’inverno, mia sorella ed io dovevamo abbandonare ben coperti il piccolo soggiorno riscaldato da una stufa Becchi, dove si svolgeva ampia parte della nostra vita, per raggiungere l’ala notte, attraversando il salotto buono, quello col pianoforte e i due ritratti a olio degli antenati firmati da Giuseppe Ceccarini, l’ingresso nobile adibito a grande stanza degli armadi e la camera dei genitori. Tutti ambienti non riscaldati, gelidi. I nostri letti erano stiepiditi dal “prete”, struttura di legno che conteneva la “monaca”, recipiente di coccio dentro il quale la brace aveva vita breve. Ma riuscivo a rannicchiarmi sfruttando quel residuo di calore in attesa dell’altro, fornito dal mio corpo, che avrebbe invaso una porzione più ampia di lenzuolo.

All’ora della nanna, la mamma ci spogliava nel piccolo soggiorno riscaldato per rivestirci col pigiamino, poi ci faceva indossare una specie di vestaglia – la mia l’aveva ricavata dalla giacca da ufficiale di papà nella prima guerra mondiale – per compiere quella che lei chiamava, con il suo consueto umorismo ottimistico, “la traversata della Siberia”, cioè l’attraversamento delle stanze
glaciali.

Il mio lettino era posto di traverso ai piedi del lettone matrimoniale mentre la sorellina albergava nella culla posta al lato materno. Sopra la camera matrimoniale c’era una terrazza non facente parte del nostro appartamento che fungeva da lavanderia e stenditoio per un’altra famiglia, con tale frequenza che una bella notte l’intonaco del soffitto crollò, risparmiando solo l’area occupata dai tre letti con annessa culla. Per un certo periodo, sino a quando l’incannucciata del solaio non venne ricostruita, ci trasferimmo in un’altra camera di solito inutilizzata, in alcuni casi addirittura affittata a qualche coscritto della locale Scuola Allievi Ufficiali, vanto della nostra città.

Attiguo alla stanza da letto c’era un locale misterioso a cui si accedeva tramite una porticina seminascosta nel parato. Un locale dal soffitto altissimo, che arrivava sino al cielo: lo chiamavamo il camerin-alto e serviva da ripostiglio e da soffitta. Mio padre ricordava di esservi stato rinchiuso qualche volta, da bambino, come punizione per le sue marachelle. Ed era così piccino – rammentava – da nascondersi dentro il “prete” per sentirsi al sicuro e vincere la paura. Molto tempo dopo, messi in fila e razionalizzati i ricordi, avrei compreso che il camerin-alto doveva essere l’antica cappella privata del Palazzo Gabuccini, ormai spogliata dei quadri e dei marmi. Restavano solo le cornici di stucco, sbrecciate qua e là, e un abbozzo di altare, cioè l’anima di mattoni che un tempo aveva sostenuto i rivestimenti marmorei.