giovedì 14 maggio 2020

STORIE DELLA SELVA - punt.6, il saraceno


A Marcus non gli va proprio di fare il contadino: i suoi avi hanno dissodato tutta la terra che dall’Arzilla si spande sino al dirupo della Selva, dove ormai dominano le querce, sottraendo spazio agli ornielli, ai giunchi, alle acacie e alle erbe che si dicevano miracolose ma che nessuno più conosce. Ma lui vuol farsi cavaliere. C’è il signore di Urbino, quella reso orbo da un colpo di spada inflittogli dal nemico, che cerca uomini per le sue spedizioni guerresche. Presso di lui potrà fare, ancora imberbe, il suo apprendistato, così quando il signore della Rovere, la cui famiglia è succeduta a quella dell’orbo condottiero, si preparerà per la grande battaglia di mare della Cristianità contro la flotta dell’impero ottomano, potrà esserci anche lui a coprirsi di gloria. Su una delle numerose navi che accorrono a Messina, dove convergono le galere della Lega Santa, al comando di don Giovanni d’Austria, fratellastro di Filippo II di Spagna. Per farla finita con i feroci pirati che assaltano le terre cristiane per rapire uomini da vendere come schiavi sui mercati d’Oriente e  donne da sfruttare come concubine o meretrici e quelle meno giovani come serve e massare. Basta con i turchi, ha decretato Papa Pio V, e che a Lepanto sia la volta buona!

E qui sulla scorta dei libri e, meglio ancora, di qualche film di pirati tornato di moda negli ultimi anni, dovrei descrivere l’epica battaglia, gli stratagemmi per isolare le ali della flotta ottomana, le manovre d’accerchiamento e poi i furiosi cannoneggiamenti, gli arrembaggi, i corpo a corpo. Lascio il tutto all’immaginazione del lettore. Alla fine della lunga battaglia il mare di Lepanto rosseggia di sangue versato. Un carnaio, da nave a nave gli uomini duellano e si dilaniano. Si ripete la sorte dell’antico condottiero di Cartagine: anche il cadavere di Alì Pascià, caduto in battaglia, viene decapitato, ma stavolta esposto sull’albero maestro dell’ammiraglia spagnola. I turchi non hanno scampo.
Marcus, che fa parte del contingente di Francesco Maria II Della Rovere, Duca di Urbino, aveva giurato ai suoi di strappare al nemico un’insegna ottomana per riportarla in patria. Ma si verifica una sorta di caccia nella caccia, perché anche altri suoi compagni d’arme hanno fatto lo stesso voto, decisi a conquistarsi un guiderdone. Tutti a contendersi una bandiera musulmana. Vincerà l’assurda disfida fra sodali un cocciuto cavaliere di Toscana che la bandiera turca se la porterà nella sua Pisa. Peccato! Marcus avrebbe voluto appenderla al soffitto della cattedrale del paese della sposa, accanto alle grandi ossa di un antico dragone, che qualcuno dice trattarsi del femore di un elefante, perito in un’antica battaglia di cui si è persa memoria. Quel paese ha preso il nome dal lavoro dei suoi abitanti. Si chiama Orciano, il paese degli orci, alla sinistra del Metauro, non lungi da Mondavio, dove c’è il castello inviolabile edificato da Francesco di Giorgio, architetto senese, sede del vicariato retto da un vescovo a cui i signori del ducato, per merito delle sue vittorie e della saggia amministrazione, hanno concesso di usare il loro nome: Marcus Vigerio, ora divenuto Della Rovere, Marcus come lui.
Anche il cavaliere della Selva di Fano, è tornato a casa, ha visitato i suoi, si è diffuso in racconti, gloriosi e terribili come una leggenda, ma è subito ripartito in cerca di gloria. La troverà? Oppure il destino ha deciso altrimenti? Infatti gli ha detto proprio male: sopravvissuto alla grande sfida del mare di Lepanto fra cristiani e ottomani, il nostro Marcus ti andrà a cadere prigioniero proprio dell’ultimo pirata saraceno che, nonostante la distruzione della grande flotta turca, continua a navigare indisturbato compiendo atti di pirateria nei piccoli centri delle nostre coste, saccheggiando e catturando prigionieri da vendere come schiavi. Così il nostro Marcus, accorso per bloccare una “fusta” di pirati che sta compiendo un’incursione su quella striscia di sabbia e di mare chiamata Marotta - “mala rupta” - , stavolta ha la peggio e cade prigioniero: è il colpo di coda della pirateria adriatica,
E i saraceni lo portarono via. Si ritrovò in ceppi ad Algeri, accanto a tanti altri prigionieri, strappati dalle terre rivierasche. C’erano calabri, sardi, pugliesi, catalani, spagnoli, pronti per essere venduti sui proficui mercati d’Oriente.
Con un compagno di sventura il nostro Marcus si trova in particolare sintonia,  uno spagnolo un po’ sognatore come lui. A sera, quando consumano il loro pasto - i carcerieri non avrebbero permesso che perdessero le forze sino al giorno del mercato - i due si scambiano ricordi e fantasie. Miguel, lo spagnolo, narra a Marcus di un bislacco cavaliere in guerra contro i mulini a vento del potere e il gregge dell’ignoranza. Un cavalier dalla triste figura che ama il suo paese, ha uno scudiero rubicondo e terragno, e venera una villanella in cui vede la principessa delle fiabe. Se un giorno potrà tornare in patria scriverà la storia di quel suo Don Chisciotte. Chissà che non piaccia a qualcuno. E Marcus lo ricambia narrandogli a sua volta la avventure di Guerrino detto il Meschino, altro cavaliere un po’ bislacco, alla perenne ricerca delle sue fantomatiche origini reali, amico delle fate e dei folletti. Valgono queste storie a far dimenticare ai due uomini la loro triste realtà di prigionieri in catene?
A Miguel Cervantes lo riscatteranno prima di subire l’onta del pubblico mercato, lui e le sue fantasie. Ma a Marcus chi lo avrebbe mai riscattato? Non c’era nessun nobile congiunto, a Fano e nella Marca, in grado di  pagare la forte taglia. Nessuno si sarebbe  mai fatto avanti per riscattarlo. Lo rivenderanno schiavo sui mercati d’Oriente, insieme ad altri prigioni altrettanto disgraziati.
E qui mi sarebbe necessario usufruire di un supplemento d’invenzione. Immaginiamoci il seguito: Marcus è forte, abile nelle armi, sarebbe sprecato impiegarlo come uomo di fatica, agricoltore o servo di casa, meglio lanciarlo sul mercato come adattissimo a fare lo scudiero, o anche la guardia del corpo, una volta che l’acquirente riuscisse a conquistarsi la sua fiducia, magari obtorto collo. E andrà proprio così: venduto a uno sceicco di Algeri, di quelli potenti ma anche magnanimi, Marcus si piegherà - col tempo e con la paglia - alla nuova situazione. Voleva diventare un cavaliere. A servizio dello sceicco Alì riuscirà a diventarlo. Lo servirà fedelmente per molti e molti anni.  Ritornerà mai in patria? Forse un giorno, vecchio cadente, con la lunga barba bianca e  i capelli racchiusi in un turbante, tale e quale a un saraceno.
Dissolvenza e lo ritroviamo a Fano. Un vecchio un po’ strano, forse diventato matto per quante ne ha viste e subite nel corso della vita. Come è riuscito a liberarsi, come ha fatto a ritrovare la via di casa? Chi l’ha traghettato sulla costa italiana dopo una vita passata in onorata schiavitù? Ormai vecchio, inabile a ogni tipo di lavoro, dopo la morte del suo principale a cui era ormai affezionato, gli eredi hanno approfittato dell’ennesima incursione piratesca per scaricarlo ad Otranto, proprio su quella costa salentina già teatro del più grande eccidio compiuto dai saraceni nella loro non troppo onorata carriera di banditi: il massacro di ottocentotredici cristiani renitenti a convertirsi all’Islam. Dalla costa di Puglia, vivendo di scarse elemosine e di frutta rubate in campagna, Marcus, ormai divenuto Alì, risale verso la costa, seguendo la linea del mare, alla ricerca di siti conosciuti ma forse ormai dimenticati. Giunge alla Mala-rupta dove è iniziato il suo disperato destino, e da lì gli è poi facile ritrovare la strada di casa. Alla Selva i suoi non ci sono più: sua madre è morta dal dolore dopo il suo rapimento – gli raccontano – tanti e tanti anni fa, dei suoi fratelli il minore lavora ancora a Fano in un opificio mentre le sorelle hanno formato famiglia altrove. Il vecchio dal turbante non saprebbe più rintracciarle né saprebbe più riconoscerle. Dove sono andate a vivere? Avranno a loro volta figli e nipoti? Marcus-Alì vorrebbe fermarsi nella vecchia casa dei suoi, alla Selva, ora abitata da gente che non conosce eppure disposta a offrirgli generosa ospitalità. Ma quel vecchio saraceno vestito alla turca, che del dialetto fanese ricorda solo poche parole, che prega più volte al giorno chino su un ridicolo tappetino, sarebbe un estraneo. Meglio ripartire, cercare un rifugio nelle campagne vicine, forse a Sant’Andrea, dove i fanesi benestanti hanno edificato le loro ville suburbane, o più in alto, a Novilara, la “nobile aria”, come dicono i suoi abitanti. Da quelle alture – quasi dei colli che non ce l’hanno fatto a diventare dei monti – il vecchio saraceno può ancora riuscire a vedere la Selva dei suoi, la terra natale. Ed è come fosse tornato o forse mai partito.


martedì 12 maggio 2020

STORIE DELLA SELVA - punt.5, Antonello



Questa mia nuova storia potrebbe riguardare Antonello, il giovane signore feudale che regge il castello di Carignano, a pochi chilometri dalla Selva, e che, dal suo feudo, domina e amministra un territorio fatto di colline e brevi pianure dove scorre un torrentello chiamato l’Arzilla. I suoi uomini, fittavoli, contadini, maniscalchi e soldati adibiti alla difesa e all’offesa, li ha tratti dai dintorni, talvolta reclutandoli con la prospettiva di un salario. Come è avvenuto nel caso di Remigio, uno dei ragazzoni della famiglia che coltiva i campi della Selva. Ne ha fatto un paggio fedele, ponendolo alla guida del piccolo gruppo di facinorosi e indomiti campagnoli a formare l’irrequieta forza d’assalto con la quale l’ambizioso nobile vorrebbe muovere addirittura alla conquista della città prossima alle sue terre, Fano della Fortuna, dove domina invece la famiglia Del Cassero, una schiatta spuria scesa dal Nord. Le scaramucce fra i rustici abitanti del contado, signoreggiati dalla fiera arroganza di Antonello, e il plotone di mercenari che Guido, ultimo rampollo dei Del Cassero, ha formato a difesa della città, sono troppo frequenti e mettono a repentaglio l’incolumità della gente per bene, che coltiva la terra o si dedica a indispensabili servizi. I fanesi fanno razzia dei prodotti dei campi, coltivati con pazienza e fatica, e rubano gli animali da pollaio allevati con sacrificio. Ma non solo: approfittano dei rozzi ingenui contadini ogni qualvolta uno di essi deve scendere in paese per procurarsi un attrezzo da lavoro, una zappa, una vanga, o farsi ferrare un cavallo. Per la legge del contrappasso, nottetempo i carignanesi forzano le porte di Fano, scavalcano le mura, individuano le postierle, malmenano i guardiani. Un’incursione, una rapina e, quando i pigri mercenari del comune si svegliano, il danno è fatto. Non resta loro che predisporre l’ennesima razzia verso il paese dell’odiato rivale. Al Papa di Roma, erede legittimo delle terre dell’impero romano per grazioso lascito di Costantino, giungono continue rimostranze dagli offesi di ambo le parti, avvalorate dalle diffide e dalle proteste di alcuni ricchi pretonzoli che sono i primi a farne le spese, come i frati del convento di Brettino, posto a mezza strada fra Carignano e Fano. Si escogita una soluzione, imposta dai sani consigli del messo papale. La solita: cari sudditi, datevi da fare! Trovate due nobili maritabili, uno per parte di sesso diverso, e fateli sposare. Una bella festa, una sbornia generale e tutto a posto!
Propria in quei giorni, un poeta transumante da corte a corte, cioè un trovatore, ha raccontato in giro la triste historia di un romanzo d’amore finito male, facendo versare fiumi di lacrime ad ogni anima assetata di poesia. La storia, narrabile anche in forma di ballata, è pressappoco questa: in quel di Verona, due nobili famiglie – Capuleti e Montecchi - sono in lotta fra loro per il dominio della città, non si possono proprio sopportare, si fanno i dispetti, si contendono gli appalti, fanno man bassa di pubblici uffici. Ma i giovani virgulti delle due famiglie ferocemente rivali, Romeo dei Montecchi e Giulietta dei Capuleti, incontratisi per caso in una festa – potremmo dire un’antenata della discoteca - si sono perdutamente innamorati fra loro, violando tutte le regole del sano antagonismo locale. A complicare le cose ci si mette di mezzo un frate: Sai, che facciamo? – suggerisce alla pia Giulietta – Approfittando del fatto che Romeo è fuori città perché momentaneamente al bando, io ti ammannisco un cocktail-beverone che ti farà cadere finta morta. Stai tranquilla: di droghe me ne intendo. Così, i tuoi si daranno una calmata e tu, quatta quatta, ti svegli e te ne vai da Verona  per raggiungere il tuo innamorato. Ma quel facilone di un frate si scorda di informare il giovane Romeo della sua bella trovata. Quello torna in città di soppiatto, trova l’amata Giulietta sul catafalco, defunta e col rosario fra le mani e la coroncina in testa,  e  straziato dal dolore, cava il pugnale dal fodero e, detto fatto, si trafigge al cuore. Nuovo e definitivo colpo di scena: la finta morticina si sveglia dal torpore, scorge il suo Romeo schiattato in un lago di sangue, gli estrae il pugnale dal costato e lo segue a ruota nel regno di Persefone. Finale da tragedia shakespeariana? No, perché ecco la felice (?) morale della triste historia: le due rissose famiglie, sentendosi responsabili per quanto accaduto, pentite anzi pentitissime, faranno pace giurandosi eterna amicizia. E il trovatore termina la ballata con una strimpellata di chitarra mentre piovono lacrime dai volti delle dame di corte nonché del popolino che, nei giorni di mercato, accorre nella piazza di Fano.
Massacro a parte, la vicenda sembrava offrire un monito e una soluzione alla contesa fra le due famiglie più agguerrite e violente del contado fanese. Ci si mise di mezzo il vescovo per combinare in tutta fretta le nozze fra una fanciulla disponibile in quel di Carignano e un giovane fanese. Affare fatto. C’era solo una difficoltà: la Giulietta di Carignano era una grassa vedova piuttosto attempatella mentre il Romeo di Fano era a malapena emerso dalla pubertà e, in più, correva voce che avesse più inclinazione verso i prestanti cavalieri che per le leggiadre donzelle, Dettagli superabili, e il Vescovo in pompa magna celebrò le nozze che avrebbero sancito la pace perenne, Così allo stesso tavolo nuziale convennero il fiero Angiolello da Carignano e il sussiegoso Guido Del Cassero.
Il pranzo nuziale fu micidiale, registrato negli annali della città con annesse quattro pagine di menù. La tavola imbandita occupava tutta la Piazza e le portate si succedevano con assillante crescendo, rossiniano ante-litteram. Dalle rustiche cucine di Carignano arrivarono porcellini interi con la mela in bocca, agnelli, vitelli e vitelloni, e poi galline, gallinacci, faraone, nonché una ricca cacciagione selvatica di colombacci, fagiani e lepri e cinghialetti. Dolci a profusione, forniti dai migliori e più creativi dolciari della città della Fortuna che si erano addirittura sbizzarriti: dolci a forma di Palazzo comitale, della Cattedrale, dell’immancabile Arco di Augusto, del Porto con le caravelle di marzapane e la lanterna di zucchero filato. I migliori vini, bianchi, rossi, passiti, digestivi e grappe assortite. La grassa sposa fece talmente onore al banchetto che cadde alla ventiduesima portata priva di sensi: sorretta da quattro robusti donzelli fu trasportata ipso facto alla residenza nuziale, mentre lo sposetto, attentissimo alla linea, si limitava a spiluccare e spandere sorrisi. E per la fausta occasione il solito trovatore di passaggio, improvvisatosi copyright, ideò un motto nella lingua dei sapienti: “ex concordia felicitas”, quel motto che adorna ancor oggi lo stemma del comune di Fano, dove il rosso dei focosi carignanesi s’incrocia e si sposa con il bianco dei finto-pacifici fanesi.

Ma nel frattempo in Italia, fatto non insolito, le cose mutavano. Nella regione adriatica stava prendendo piede una nuova facinorosa schiatta, che aveva scolpita nel proprio stemma la testa di un elefante: che fosse originaria da quegli antichi cartaginesi dispersi qua e là? Sceso dal fiero Montefeltro, il patriarca dei Malatesti, un signore orbo ma dai modi apparentemente melliflui e concilianti, aveva espresso la volontà di pacificare l’intero territorio a sud di Rimini chiamandone a consesso tutti i più nobili e potenti rappresentanti. Tutti invitati, più che convocati, a un grande convegno di pace nella grande sala vescovile, presso un luogo di pescatori chiamata la Cattolica. Vi aderirono tutti, e naturalmente accorse anche Angiolello accompagnato dal fido Remigio della Selva, e accorse Guido con il gonfaloniere di Fano, e accorsero tanti altri signorotti pari grado. Tutti riuniti attorno a un tavolo per rinnovare i fasti dei Cavalieri di Re Artù. La storia ci dice come andò a finire, e ce lo attesta anche il fedele cronista Dante Alighieri che all’episodio ha dedicato tre o quattro versi, ma dei suoi, di quelli immortali. A un certo segnale gli scherani di Malatestino dall’Occhio, signore di Rimini, quel “traditor che vede pur con l’uno”, serrarono le porte e irruppero facendo strage a colpi di mazza dei più o meno pacifici convenuti. Secondo un’altra versione catturarono i due fanesi durante il viaggio di ritorno in patria e li chiusero in sacchi piombati per gettarli in mare dalla rupe di Fiorenzuola, a sud di Cattolica, a macerarsi. Usando il termine “mazzerati”, il buon Dante ci lascia nel dubbio. In entrambe le ipotesi il Malatesta risolse la questione senza decreti, conciliaboli e convenzioni. Ma il fido Remigio riuscì fortunosamente a sfuggire all’agguato e poté correre a diffondere la turpe notizia nei paesi del fanese, anche se,  per paura di rappresaglie, gli convenne rifugiarsi alla Selva e non muoversi di lì.
Frattanto al giovane lezioso sposo fanese, che a suo tempo aveva contribuito alla pace sacrificando le sue predilezioni carnali, non restò altro che arrendersi agli appetiti della sua robusta  stagionata matrona carignanese, che peraltro fu in grado di  scodellargli una nutrita figliolanza. E il motto rimase: Ex concordia felicitas, dalla concordia la felicità. Almeno per chi si accontenta.

domenica 10 maggio 2020

STORIE DELLA SELVA - punt.4, la strega


La Selva si è arricchita di erbe nobili dalle virtù curative, ma anche di alberi e cespugli selvaggi che la rendono impervia. Nei recessi di quello scosceso dirupo, nelle sue cavità, si profilano antri nascosti, rifugi per le belve, inaccessibili agli uomini. Dal monte Catria e dal Nerone sono discesi i lupi, che aggrediscono le piccole greggi dei contadini-pastori, ma anche gli orsi e i cinghiali che distruggono le povere coltivazioni dei campi dissodati con tanta fatica, e poi le donnole, le faine, le volpi che attaccano i  pollai. E in cielo plana la poiana, pronta a piombare giù e ghermire un pulcino allontanatosi da mamma chioccia in cerca di avventure.  Nelle acque torbide del torrente Arzilla, sotto i bordi erbosi, i lucci, i coregoni e le anguille hanno nascosto la loro prole per sottrarla agli agguati dell’idra ingorda, in grado di ingoiare tutta intera una pecora sfuggita al gregge, mentre più a valle, nelle ultime paludi non ancora prosciugate dal sole e dal lavoro degli uomini, si cela sotto la melma l’ultimo drago, in attesa del cavaliere errante che lo trafigga con la sua lancia. Ma nell’antro più segreto della Selva – dicono le voci – si è istallata una strega. E’ una strana creatura, di cui si ignora l’origine, rossa di capelli e con la pelle bianca come il latte, forse figlia o discendente di quei barbari invasori venuti dal nord che, in passato, distrussero gli antichi palazzi creati dal popolo dei romani – templi, teatri, archi, terme, basiliche – uccidendo gli uomini e facendo razzia di fanciulle da violare. Attraverso il gioco imprevedibile delle generazioni, discende da loro quella strana selvaggia bianco-latte? Nata da una violenza carnale, cresciuta da sola, nutrita da una capretta smarritasi come lei? E se fosse la figlia di un demoniaco connubio fra una rossa volpe e un candido unicorno? Per questo la sua carnagione è così bianca e il suo viso così pallido? Voci, leggende, dicerie. Nessuna l’ha vista arrivare e prender possesso di quell’antro.
Ma un giorno un irsuto contadino, inoltrandosi fra i fitti cespugli che rendono impervie le rive dell’Arzilla, la scorge mentre, nuda come Dio o il demonio l’hanno partorita, cerca di trovar refrigerio fra le acque che in quel punto formano una piccola gora, divisa dal corso naturale del torrente grazie a due grandi massi che la mettono al sicuro dall’orrenda idra di cui narrano le voci, anche se nessuno è mai riuscito a scorgerla.
La lunga chioma colore del fuoco che le scende sulle spalle non riesce a celarne i seni turgidi e neppure il suo fiore segreto del suo ventre. Forse la fanciulla sta cantando, una nota triste, tenuta a lungo, evocatrice di un mondo segreto. Gli uccelli incrociano i loro canti d’amore fra i pioppi. gli ornielli e le siepi di biancospino. A pelo d’acqua volano le libellule multicolori con un tenace e sibilante frullio di ali. Se fosse presente uno di quei trovatori usi a celebrare la bellezza femminile e gli incanti della natura con una ballata, un madrigale, un bisticcio e magari uno strambotto licenzioso per sollazzare le dame entro le stanze di un castello, la scena diverrebbe il soggetto per un gentile arazzo o per una dolce poesia. Ma il mondo è crudele e la vergine ignuda nulla sa di corti e di poesia.
Ecco, ora sono costretto a spezzare l’incanto per narrare una scena brutale, di quelle che mettono in difficoltà il più smaliziato degli scrittori. Immaginate. Il bruto che ha spiato la meravigliosa e casta nudità irrompe sulla breve riva sabbiosa di quel selvaggio corso d’acqua, si avventa sulla fanciulla che inspiegabilmente non si ritrae, non sembra temerlo, quasi ritenendo impossibile che qualcuno voglia farle del male. L’uomo l’abbranca, la distende sulla sabbia  liberandosi dalle rozze brache di panno, spinge il suo grosso turgido sesso a violarne l’imene celato da una nuvola di gentile peluria rossiccia, la penetra con violenza facendola gemere e lasciandola prostrata, con l’inguine sanguinante. La fanciulla ha provato subitaneo dolore ma più ancora sbigottimento per un gesto di cui non sa nulla e che non riesce a comprendere. Ha scoperto il sesso nel modo più cruento e bestiale. Il dolore provato per un istante, la brutalità di quell’abbranco, la bocca dell’uomo a ricercare ansioso i capezzoli del suo seno, ad abbrancarne i  glutei rotondi. Ma consumata la violenza, l’ardore dell’uomo si è subito spento, quasi lei lo avesse privato di ogni forza e ogni volontà di farle del male. Non sapeva e non avrebbe mai nemmeno immaginato di possedere il potere di placare quell’uomo già feroce rendendolo, dopo quel gesto brutale, un essere docile, sereno, quasi ilare. Come una subitanea illuminazione: quindi c’era in lei la potenza di placare la rabbia, di donare la gioia, di trasformare un vincitore in un vinto, solo per aver accolto nel suo grembo quel bianco seme, appiccicoso come la resina che scende dalle piante a primavera? Ecco: se ogni esistenza ha un perché, questo poteva essere il suo perché, la sua missione: rendere docile la violenza, spegnere la rabbia, placare il desiderio. Il suo corpo, la gemma nascosta fra le sue cosce come un magico talismano in suo possesso.  La ragazza dai capelli rossi ne rimase soggiogata, intuì di poter affermarsi e vincere solo donando all’uomo - e perché non a quanti più uomini? - quel suo corpo di cui ignorava il potere.
E la voce si diffonde con riserbo: sulle rive dell’Arzilla c’è una ragazza che non teme di mostrarsi nuda, una ragazza bianca come il latte e con i capelli rossi come il fuoco, forse la figlia della volpe e dell’ippocampo. E’ una bagassa che non vuole denaro né regalie ma sodi batocchi. Basta seguirla sino al suo antro nel cuore della Selva e lei sarà felice di darsi a te, di concedersi senza chiederti nulla, né l’obolo di un denaro né un dono come un pane o una fiasca di vino. Lei stessa un dono inaspettato e insperato. Contadini, villici, servi di maniscalchi, ma anche artigiani, scalpellini, muratori, uomini di bottega, soldati di ronda hanno imparato a salire le asperità di quel colle per visitare la ragazza dai capelli rossi e dalla pelle candida e lei continua a darsi a tutti, come un sacrificio inevitabile, una generosa immolazione, e insieme con la soddisfazione di riuscire a dar gioia a quegli uomini feroci o magari pavidi o magari selvaggi. Ogni giorno più selvaggia lei stessa, una lupa ignuda che sembra aggirarsi alla ricerca di sempre nuovi maschi che possano giacere con lei e a cui dare la pace.

Ma qui comincia la seconda parte della nostra storia. Prima o poi dovevano venire a scoprirlo anche le donne il mistero di quelle fughe segrete dei loro uomini, la diserzione dei talami nuziali, il disamore dei giovinastri fannulloni per le pie disponibili zitelle. Era stato il parroco, in un accesso di pentimento, a svelare alla più coriacea delle beghine la sua colpa di uomo di Dio, anche lui divenuto preda di quella generosa profferta d’amore. Prima o poi le altre donne appresero la storia della perversa rossa che adescava i loro uomini, soddisfaceva i vecchi, erudita i fanciulli e metteva in tentazione anche i preti. E poi in paese si conosceva la storia dei figli della Madonna, cioè dei piccoli illegittimi che mani segrete affidavano con frequenza quasi annuale alla ruota del convento delle suore benedettine. Figli rigettati da una madre ignota o da un padre renitente. La strega! Nessuno l’aveva mai vista in Chiesa, neppure nei giorni sacri del Natale, della Pasqua, del Corpus Domini. E si diceva che nel cuore della Selva la misteriosa creatura andasse in cerca di erbe strane, malefiche, per combinare unguenti nefasti e  intrugli d’amore, capaci di spingere alla passione i più renitenti e devoti. Chi avrebbe punito la strega rossa, chi avrebbe avuto il coraggio di additarla alla pubblica esecrazione? Lei che distraeva  gli uomini dalle pratiche religiose e ignorava non solo Dio e la Vergine ma anche i tre santi patroni effigiati sul Palazzo della piazza: Paterniano, Fortunato ed Eusebio? Una strega in grado di far morire i lattanti nella culla, di bloccare le piogge salutari e far morire le messi nei campi o, al contrario, di favorire gli uragani. Lei, amica dei serpenti e dei rospi che la seguivano docili nel suo rifugio.
Si mosse il Vescovo dalla sua sede avita nella Cattedrale di Fano, protestando col Bargello perché facesse giustizia. Si mosse persino il frate inquisitore dal lontano Convento della Fonte Avellana. Braccarla, non darle scampo, trarla in arresto, segregarla, ispezionare il suo covo divenuto lupanare, metterla ai ceppi, rasarla nel corpo per individuare il marchio del diavolo, documentare i rapporti carnali con Satana, se necessario sottoporla a tortura al fine di ottenere la sua piena confessione.
Reagì alle accuse? Cosa poteva saperne lei di eresia e di colpe, come fare a difendersi da quegli aguzzini molti dei quali aveva accolto nell’alcova segreto del suo bosco? La sottoposero a tortura, le intimarono abiure? Ma abiurare cosa, accusare chi? Fu condannata al rogo. Bruciarla come rituale di purificazione, a impedire che potesse tornare  dal regno dei morti. Fu posta al rogo nella pubblica piazza, a perenne monito del popolo devoto, nel luogo oggi contrassegnato da una stella di pietra. E nella Selva oscura la Lonza “leggiadra e presta molto” con le altre belve – il liocorno, la volpe, il tasso, il serpente, il drago - rimasero inutilmente in attesa. Venne la bora e disperse le sue ceneri.  Trascorsero i secoli. Oggi di quell’antica storia è rimasto solo l’immotivato timore, soprattutto da parte dei fanciulli, di calpestare la stella di pietra che scandisce il pavimento della loro antica piazza