sabato 9 maggio 2020

STORIE DELLA SELVA - punt.3, il cartaginese


La battaglia del Metauro, combattuta un  sacco di secoli fa, nel 207 avanti Cristo: l’esercito romano sbaraglia e mette in fuga un esercito che viene dalle coste dell’Africa, dopo aver attraversato  Spagna, Gallia e Alpi, con uomini armi cariaggi e una decina di elefanti. Lo comanda Asdrubale Barca che il fratello Annibale, già stanziato in Italia da diversi anni, ha chiamato in suo soccorso:
– Viene su, Asdrubale che, tu da sopra ed io da sotto, invadiamo Roma e ne facciamo terra bruciata. Ti ho già spiegato la strada. Ti consiglierei di passare da Senigallia, terra di galli senoni, un po’ polentoni ma tranquilli.
- E dopo?, chiede ansioso l‘Asdrubale che di toponomastica non se ne intende.
- Una volta traghettato il fiume Metauro prendi la Flaminia e sempre dritto, non ti puoi sbagliare. Intanto io vengo su dall’Apulia, ci diamo appuntamento nel Lazio e di questi romani facciamo polpette… e di Roma terra per ceci.
Da buon fratello minore, Asdrubale accetta il suggerimento da chi ne sa più di lui. Non per nulla il cartaginese Annibale, per quella via, lunghetta ma sicura,  è riuscito ad arrivare in Italia anni prima:  scaramucce, battaglie, grandi vittorie e meritato riposo un po’ più a sud, in quel di Capua. Di questo riposo il bravo cartaginese se n’è preso anche troppo, non vede l’ora di chiudere la partita e concludere la progettata invasione. E attende impaziente l’arrivo dei rinforzi. Intanto Asdrubale è sceso velocemente dal nord ed è già a Senigallia, in partenza per Marotta. Ci potrà mai ostacolare un fiumiciattolo come il Metauro a noi che siamo abituati al Nilo e alle sue piene?, pensa. Che sarà mai ‘sto Metauro!
Ma i romani sono i soliti furbacchioni e hanno adottato la tattica di dar corda all’invasore non ostacolandone in alcun modo l’avanzata. Non per nulla al loro condottiero lo chiamano il Cunctator, cioè il temporeggiatore, il “vacci piano e dagli spago”: la tattica che adotteranno i russi con Napoleone e i sovietici (russi anche loro) con i nazisti. Poi, scattata la cosiddetta “ora x”,  mentre l’africano ha già iniziato a traghettare il fiume con tutta la truppa dietro, il Cunctator si scatena. Addosso! Viva Roma, viva il Senato, viva i Consoli! Insomma viva noi!
Quanto alla scarsa popolazione locale – ex-galli senoni, ex-goti, piceni autoctoni, veneti di seconda scelta e slavi approdati dall’altra parte dell’Adriatico – non ha capito bene da che parte convenga stare. Si divide in due rissose tifoserie - chi li chiama invasori, chi liberatori -   ma senza passare a vie di fatto:  meglio restarsene neutrali! Non ci compromettiamo! Stiamo a vedere!
Partiti in quarta mettendo in campo le loro collaudate strategie di guerra, i romani fanno man bassa dell’esercito africano. I cartaginesi tentano disperate controffensive ma, uccisi gli elefanti e travolte dalle acque, solitamente tutt’altro che impetuose, armi pesanti, giavellotti, lance africane e catapulte varie, si avviliscono, si demoralizzano e si danno alla fuga. Asdrubale hai voglia a gridare: Vigliacchi! Mi lasciate solo? E a mio fratello che gli racconto?
E arriviamo alla scena madre, quella che, alcuni secoli dopo,  i fratelli Zuccari effigieranno sul soffitto del Palazzo di Montebello:  la cattura di Asdrubale. Capo, l’abbiamo preso, che ne facciamo? Tagliategli la testa! Detto fatto. Gli mozzeranno il capo per farlo recapitare al fratello Annibale ancora in confidente attesa: ecco, aspettavi il fratellone con i rinforzi? E voilà! T’ha detto male! Come annoterà Winston Churchill, durante la sua rapida incursione in quei luoghi nei giorni della seconda guerra mondiale: con la battaglia del Metauro si sarebbero decisi – per sempre? - i destini dell’intero Occidente e della sua civiltà.

La battaglia del Metauro è finita ma la nostra storia comincia proprio adesso. Ai sopravvissuti dell’esercito sconfitto non resta che disperdersi per le  campagne: chi la ritrova più la strada per Cartagine! E poi non è che in Africa ce la passassimo tanto bene. Tanto vale imboscarsi da queste parti e cercare una sistemazione. La gente di qui sembra disponibile ad accogliere chi viene da fuori, ce l’hanno detto in molti. Ed ecco il nostro personaggio, che chiameremo Magone - nome cartaginese d’origine controllata - superare dirupi e fossati, boschi, torrenti e insidie assortite di animali selvaggi e uomini feroci, specie i tranelli dei cripto romanisti che fanno la spia appena vedono in giro un forestiere di origine sospetta. Magone muove verso il nord, si allontana dalla vasta pianura che il Metauro ha formato nel corso dei secoli e si spinge sulle colline. Sul rilievo più dominante i filoromani, nonché i romani lasciati a guarnigione, hanno eretto un’ara al loro Dio preferito, il sommo Giove. Magone dribla il tempietto, si spinge oltre e finisce proprio a ridosso di quel terreno dirupato che i posteri chiameranno la Selva. Naturalmente la Selva non c’è ancora o forse è ancor più estesa e intricata, con accanto un misero pezzo di terra in attesa che qualcuno lo coltivi. Basta con la guerra!, pensa Magone. E se mi rifugiassi qui? Chi mi verrà a cercare fra queste colline frequentate solo da lupi e cinghiali? Del resto non è il solo fuggiasco che si sia stanziato là attorno: ne è testimonianza, almeno secondo le fantasiose teorie di alcuni storici del passato, quel paese che porta il nome di Cartoceto.
Passano alcuni mesi. Il nostro Magone si nutre di erbe, bacche, funghi nonché di piccoli animali selvatici che arrostisce in improvvisati barbecue. Ma ha iniziato a dissodare un frustolo della collina più dolce, quella che guarda verso il mare, dove potrebbe piantare farro e grano. E’ una terra renosa, non troppo fertile, dove è facile imbattersi in pesanti macigni, difficili da rimuovere con la sola forza delle braccia, una terra che alberga piccoli cuori di roccia frutto di ere passate e di sconvolgimenti apocalittici. Magone sa vincere gli ostacoli della natura. Nel corso degli anni e col succedersi della piogge e delle stagioni riuscirà a rendere quella terra feconda. E quella terra, dissodata da un gladio trasformato in vomere, diverrà la sua terra e la terra dei suoi figli.

E qui dovrei parlare dell’incontro, misterioso e un po’ magico come tutti gli incontri che fanno virare l’esistenza verso nuovi orizzonti, fra il rude cartaginese e una fanciulla timida e ombrosa, un po’ selvaggia, fuggita dalla spelonca nativa  per sottrarsi alle angherie di sua madre e alle violenze degli uomini, padre e fratelli. Ma che ha provato immediata fiducia in quell’omone straniero che parla una lingua incomprensibile e sembra un figlio della foresta. Straniera anche lei, capelli rossi come suo padre sceso anni prima dal nord, straniero come quell’africano venuto dal sud. Si capiscono subito, a istinto, anche se Magone si mostra ansioso di apprendere a formulare frasi e parole nella lingua di lei. Formeranno una singolare famiglia, non più singolare delle altre, disperse per le rare dimore dei dintorni. Nasceranno dei figli, una nidiata, rossi di capelli ma con la carnagione bruna. La mamma  insegnerà loro a lavorare, ma anche a prestare la dovuta devozione alla Dea del luogo, che riassume in sé le vecchie divinità celte del Nord e i numi misteriosi della terra d’Africa. E’ una dea massiccia come una turgida matrona e fra le braccia una pesante cornucopia di fiori gemme e frutta. Come si chiama?, chiedono i fanciulli. La Fortuna!, erudisce la mamma. Intorno al suo tempio sono fiorite le capanne dei devoti, che periodicamente le portano in dono i frutti della terra, sino a formare un piccolo agglomerato che prenderà il nome di Fanum Fortunae, il tempio agreste sacro alla Dea Fortuna.
E se ci spostassimo a valle ? - sogna il cartaginese - dove la terra è più fertile e facile da coltivare, ora che abbiamo più braccia per lavorare e più bocche da sfamare?  Certo, anche i contatti sociali, con l’altra gente, compresi gli ex-cartaginesi ormai stanziali, diverrebbero meno saltuari, si faciliterebbe l’aiuto reciproco. Perché non provarci? Ma la pianura e l’ampia valle del Metauro stanno cambiando volto: sono arrivati  nuovi invasori da Roma, la grande città in fondo alla Flaminia che sa far la voce del leone. E non solo la voce. Il loro nuovo capo supremo, che chiamano Cesare, detto l’Augusto, ha deciso di porre fine alle guerre congedando l’esercito e dividendo le fertili terre conquistate nel corso degli anni in appezzamenti ben definiti, denominati centurie, concedendole ai suoi veterani quale premio per le tante battaglie sostenute, diciamo pure quale pensione. E’ un sistema utile a Roma per allargare e consolidare il suo dominio. Per cui a Magone il cartaginese non resterà che limitarsi al possesso della sua impervia collina. Ma da quassù vedo il mare – si consola Magone – e il mare mi fa ricordare la mia antica patria che forse non rivedrò più.
Sulla collina fra il tempio di Giove e il paese della Fortuna alleverà i suoi figli e i figli dei figli, accrescendo la sua rissosa ma placida famiglia gallico-africana. E su quella collina pianterà le querce, la pianta mediterranea che ha imparato a conoscere e che sarà l’unico tesoro da tutelare e lascerà in eredità ai suoi. Chi pianta querce crede nel futuro.

venerdì 8 maggio 2020

STORIE DELLA SELVA - punt.2. il gigante e la quercia


Una volta a Fano, in provincia di Pesaro e Urbino, ci stavano i giganti. Non proprio giganti come quel Polifemo di cui ci parla Omero, laido, scimmiesco, torpido e con un unico occhione piazzato in mezzo alla fronte.
Giganti belli e prestanti, alti due metri e più, giunti dal mare un bel mattino a bordo di una strana imbarcazione, con l’aiuto di un po’ di vento a gonfiare le vele ma soprattutto dando sui remi con tutta la potenza dei loro giganteschi bicipiti.
Approdarono alla Baia del Re, tirarono in secco la navicella e presero fiato, sdraiati sulla sabbia, prima d’intraprendere l’esplorazione di quei luoghi sconosciuti, tuffarsi nei fitti cespugli di tamerici e aprirsi un varco verso l’entroterra, nascosto dal verde ma allettante come una promessa.
Erano una dozzina, forse venti. La maggior parte di loro mise su casa a Novilara. E l’artista della comitiva si divertì a scolpire su alcune lastre di pietra la scena dell’arrivo, nonché il ricordo di antichi combattimenti e della lontana terra natia, dove ruggiva il leone e chiurlava la civetta. Un album di schizzi su selce degno degli antenati Flintstones. Chi vuol controllare vada al Museo Oliveriano di Pesaro o a quello Pigorini di Roma e si faccia mostrare le cosiddette “stele di Novilara”.
L’ultimo gigante, il più intraprendente e irrequieto, se ne andò per conto suo, vagò per la contrada Belgatto, salì l’attuale collina di san Biagio, ridiscese per sant’Andrea e finalmente si sistemò alla Selva, sopra la frazione Fenile.
Tutto questo avveniva circa mille anni prima di Cristo, secolo più secolo meno. Quindi non c’erano ancora né Fano, né Novilara, né il Belgatto, né il Fenile.
Saltiamo velocemente molti secoli e arriviamo a un anno imprecisato, diciamo circa centocinquant’anni fa. Il nonno di mio nonno si chiama Remigio, ha trenta centimetri di barba ispida e brizzolata e in testa un cappellaccio da far invidia al famoso Passatore. Insomma all’aspetto (come si rileva da un dagherrotipo ingiallito) non lo si direbbe un tipo raccomandabile. Possiede un podere, coltivato da un contadino che si chiama Sevrìn.
Allora un bel giorno il nonno di mio nonno – Remigio detto  Bigi, – ascoltato il mezzadro Sevrìn, decide che è opportuno sbancare un po’ di collina per allargare l’aia. La zappa non basta, ci vogliono la vanga, la pala e anche i buoi, per rimuovere e trainare quei cuori di pietra ellittici, talvolta piccoli come una mela, talora grandi come un’anguria, ma non di rado enormi come una botte, che ostacolano il compito, sprofondati nella massa friabile del tufo. Pietre speciali, gialle in superficie ma all’interno rosse come il granato, che il Passeri, accreditato esperto minerario del pesarese, definisce “grumi di durissima pietra”.
Zappa che ti zappa, improvvisamente il tufo vergine si interrompe per cedere alla terra di riporto. E come un miraggio, spuntano due grandi tegoloni disposti a capanna. Il lavoro si blocca di colpo:
-         Il tesoro!, urla Sevrìn.
-         Fermi tutti!, intima Bigi, con la sua vociona da bandito.
Si avvicinano tutti e due, un po’ timorosi e senza testimoni, dato che le donne sono per i campi a spigare o in cucina a tirare la sfoglia, e i bambini a “parare” le pecore e il porcello. Il “fermi tutti” del nonno di mio nonno è assolutamente pleonastico.
Sollevano i due tegoloni: sotto non c’è il tesoro ma solo lo scheletro di un essere umano come coricato su un fianco. E’ lo scheletro gigantesco di un uomo gigantesco, alto un tre metri e – stando alle falangi falangine e falangette - con  sei dita per mano…
La storia diventa leggenda e si tramanda di padre in figlio.
-         Lo sai che una volta qui, dietro casa, hanno trovato un gigante?, racconta mio padre.
-         Chi l’ha trovato?, domando io.
-         Sevrìn e nonno Bigi,
-         E com’era?
-         Era alto tre metri e aveva sei dita per mano.
-         Com’era vestito?
-         Aveva l’elmo, la corazza, la spada…
-         E adesso dov’è?
Mio padre alza le spalle:
-         Boh, l’armatura se la sarà presa qualche museo, a Roma o in Ancona, le tegole si saranno rotte… Ma poi io l’ho solo sentito raccontare da papà mio. Può darsi che non sia vero niente…
Soltanto molti anni più tardi appresi la storia dei ritrovamenti di Novilara e delle stele. Alcuni archeologi parlano addirittura di un “uomo di Novilara”, popolazione misteriosa, addirittura più misteriosa di quegli Etruschi che sembrano detenere a tutt’oggi il copyright del mistero.
Così adesso so che la favola di mio padre, relativa a nonno Bigi e a Sevrìn, nascondeva qualcosa di realmente accaduto. Un antico navigante, forse quello più abile a tenere saldamente il timone grazie alle sue sei dita, aveva scalato a suo tempo le mie lievi colline e, dopo una vita che non so, si era addormentato un mattino, stanco non tanto della sua giornata terrena o del breve trasferimento dal lido dell’approdo, quanto del più lungo viaggio di mare, sognando forse un paese lontano, dove ruggisce il leone e chiurla la civetta.
Si era addormentato, un mattino di tanti secoli fa, sul bel poggio baciato dal sole. E accanto alla sua tomba il vento fece ruzzolare una ghianda, da quella ghianda nacque una quercia e da quella quercia un’altra ghianda, e da quella ghianda un’altra quercia…
E la quercia si fece grande, divenne degna del gigante. Le ossa dell’uomo rividero la luce, grazie al caso e alle zappe di nonno Bigi e di Sevrìn. Rividero la luce e forse tornarono alla terra, senza la pia intermediazione dei due grandi “coppi” disposti a capanna: terra alla terra.
Ma ancor oggi rimane la sua quercia, figlia o nipote di un’altra quercia. La grande quercia gigante, madre e nonna di tutte le querce della selva di Sevrìn, di nonno Bigi e del gigante venuto dal mare.
 (Leandro Castellani)
(già pubblicato in “Fano graffiti”, 1982)

giovedì 7 maggio 2020

STORIE DELLA SELVA - punt.1, prefazione


Costretto a un isolamento forzato per colpa dell’insidioso virus e successivi decreti presidenziali, attesi le ultime due settimane che mi separavano  dal varo della sospirata “fase due” (4 maggio 2020) per buttare giù di getto le mie “storie della Selva” utilizzando un cammino, iniziato anni prima, forse senza rendermene conto, con la pubblicazione della prima di queste storie e delle ultime due ambientate negli anni della seconda guerra mondiale. Le altre sono di mia recente invenzione e stesura, ma la colpa è del virus. Naturalmente, non avendo a disposizione i volumi della mia quasi defunta biblioteca, ho dovuto supplire con la fantasia a una più seria e meditata ricerca storica. E sono nate le pagine che parlano della mitica battaglia del Metauro e poi quelle suggeritemi malamente dalle memorie familiari e soprattutto dalle impressioni e suggestioni infantili.
La Selva è il nome popolare di un boschetto di circa tre ettari che la mia famiglia possiede da svariate generazioni, in cui con i miei andavamo a passare le nostre estate, nonché il luogo dove trascorremmo, sfollati da Fano, il lungo periodo della seconda guerra mondiale. A quel tempo sembrava - ed era - lontanissima dalla realtà cittadina: strade precarie, acqua da attingere a un pozzo lontano da casa, niente luce elettrica, la luce era quella del sole, cui suppliva, a sera e in inverno, una misera candela, un lume a petrolio o la mefitica comparsa di un lume acetilene.  I viaggi alla Selva erano un’avventura estiva da ricordare e attendere con  trepidazione ed eccitazione. Mio padre con la motocicletta Sertum con la nonna sul sellino posteriore, mia madre mia sorella ed io sulle biciclette e a piedi l’ultima scalata. Oggi la Selva è divenuta talmente vicina alla città, con la frazione del Fenile, allora di poche case, cresciuta sino a diventare un civettuolo agglomerato, completo di chiesa, supermercato, servizio medico, banca  eccetera. Tanto che da un paio d’anni, dopo il mio divorzio da Roma,  ne ho fatto la mia stabile residenza, anche se tuttora in attesa di sistemazione a causa di drammatiche incombenze  sopravvenute. Ma rimane tuttora un luogo magico, ideale per chi come me abbia voglia di  partire in viaggio con la fantasia.
Due settimane prima dell’attesissima – e vana? – seconda fase, quindici giorni, il tempo che servirebbe a uno scrittore vero – dichiamo Balzac, di cui ho appena letto una sostanziosa biografia  – per scrivere più di un romanzo. Ma io non dovrei essere uno scrittore vero, visto che mi manca la costanza. O forse la voglia di gettarmi in un’impresa del genere. O forse il talento. Qualcosa però sarei riuscire a scrivere, per esempio una serie di storie, chiamiamole novelle racconti fantasie o quello che vi pare, racchiuse entro una cornice comune, tratta dal vero o perlomeno da plausibili ricordi. Mio bis-bisnonno che scopre la tomba di un uomo preistorico ai margini del bosco di famiglia, il saggio che ci presta uno scongiuro per fugare i pericoli della guerra... Quante storie potrebbe evocare quella piccola macchia, a tre chilometri dal maggior centro abitato, che i locali chiamavano pomposamente la Selva? Storie di secoli passati, o forse fantasie di un autore in cerca di soggetti.
(Leandro Castellani)