Un acuto erudito di storia e cose fanesi, e non solo, Luciano
Aguzzi, fanesissimo emigrato a Milano, mi colloca – bontà sua – fra i pochi
scrittori della passata generazione, accanto a Luciano Anselmi e Peppino Bonura
– entrambi miei coetanei e cari amici di gioventù – muovendomi nel contempo due
censure: primo, di essermi fidato troppo di editori non in grado di diffondere
e promuovere adeguatamente i miei scritti; secondo, di non annoverare, fra i miei
numerosi scritti, quel punto di riferimento, il cosiddetto “capofila” o “pietra
miliare” che in qualche modo introduca e giustifichi le altre. Due amichevoli rimproveri
che accetto senza obbiezioni.
Cominciando ad allineare sin troppi volumi e volumetti
nello scaffale riservato alle mie cose,
credo giunto il momento di tentare un consuntivo, cominciando con l’affrontare la
solita angosciosa domanda: quali fra i miei libri considero migliori e comunque
ineliminabili ? Tenterò di rispondere in tre puntate.
2005, “Lavinia”,
mio debutto nella narrativa tout-court,
edito da “Il lavoro editoriale”. Un sogno provoca nel protagonista un dejà-vu e
questo, a sua volta, un ricordo così vivo e pregnante da dar vita a un “doppio
se stesso” che, come tutti i “doppi” esige una scelta drastica e dolorosa fra
un passato idealizzato, un presente precario e un futuro da vivere o da
rivivere. Un paio d’anni più tardi dal “racconto lungo” trassi un’ardita sceneggiatura,
quasi tutta ambientata a Fossombrone. Il titolo non era male: “Sognare d‘inverno
la primavera”, ma poi non ne feci nulla.
2006, “Il profeta”, titolo scippato a Gibran,
dato che mi ero già auto-scippato quello che doveva essere il titolo originale,
”La terra dell’attesa”, usato per un libretto edito dal mio amico Alberto Berardi.
Sospetto possa essere la mia cosa migliore: la storia ispirata all’avventura
umana di due preti, un costruttore e un profeta, come falsariga per raccontare
la vita della società e della Chiesa ante-concilio nella provincia italiana anni
Sessanta, la chiesa delle parrocchie, degli oratori, della supplenza politica, messa
a frante del messaggio ineffabile del profeta. Edito da una strana casa adibita a
pubblicazioni religiose ma un po’ ereticali e ormai fuori diritti. Alberto Berardi,
nipote del “profeta” alla cui vicenda il libro si ispira, mi invitò a farne un
rigoroso film “povero”, in bianco-nero. Altro sogno rimasto nel cassetto.
2010, “Occhi da
cinema”, la vita e il sogno giovanile di mio padre, Aldo Castellani, in
arte Luco Mario Dani, divo del cinema muto per troppo brevi stagioni, ricostruita ma
soprattutto immaginata e inventata sulla base di pochi lacunosi ricordi. E
insieme una meditazione-variazione, gioiosa quanto un po’ amara, sul mio lavoro
e le sue-mie illusioni. Fu elegantemente pubblicato da una solerte signora
toscana, nella sua editrice quasi personale - Ibiskos-Ulivieri - quale
testo vincitore di una selezione intitolata a Domenico Rea, premiato dalla
Regione Toscana e presentato in più occasioni da un regista-collega, di vecchia
conoscenza ma di fresca amicizia, come Ugo Gregoretti. E ricevette l’entusiastico
plauso del mio amico Enrico Vaime. Ancora premi vari, segnalazioni eccetera.
Alla storia strampalata di mio padre, con variazioni e sconfinamenti vari, avevo
avuto il piacere di allegare una lunga intervista fatta da mia moglie, Maria
Grazia Giovanelli, alla somma diva del “cinema muto, Francesca Bertini, da
lei scovata e riportata in luce. Un caro
ricordo, ma anche un libro singolare, fuori linea, come per altro quasi tutta la
mia narrativa.
2017, “La
ballata dello schioppo e della croce” (Annulli editore), una piccola, media
o grande svolta. Abbandono il narrare “iusta propria principia” per raccontare
in termini nuovi, da narratore o cantastorie popolare, la storia di due ribelli
del secolo scorso: un brigante – Mason dla Bona - ed un profeta – Davide Lazzaretti
- , saltando passaggi e chiose, come si trattasse di mettere in scena con eroi
popolari – o se permettete con burattini – due singolari avventure personali.
Negli stessi anni ho varato un altro modo di raccontare storie vecchie e nuove mediante “versi e versacci”, che poi diverranno una costante variazione del
mio lavoro, con il definitivo abbandono di ricognizioni storiche più meditate –
da Lavinia Della Rovere a Ettore Majorana, a Dolores Prato eccetera. Tra i due
“modi” una curiosa mediazione è rappresentata dalle tre fortunate edizioni di
una biografia, fatta rivivere per “testimonianze” e per “sentito dire”, quella
di Secondo Casadei, re--inventore della musica popolare romagnola.
2022, “Il
trasloco” (Bertoni editore): affrontare un trasloco vuol dire perdere
dimensioni e direzioni conosciute per precipitare in un mondo di cui si fa fatica
a rimettere insieme i pezzi, il tutto sotto le ali minacciose di un mostro
antidiluviano. Ad incontrare mio padre come fosse mio coetaneo e Peter Fonda
come fosse mio auriga personale per muovermi a casaccio fra luoghi e volti
conosciuti, o forse no. Sino ad accorgerci che traslocare significa anche attendere
che un qualche giudice avalli il consuntivo della nostra esistenza. E risorge
quel ”doppio” spuntato fuori dal mio racconto d’esordi
2023, “La
valigia di Hiroshima, memorie di un fabbricante di immagini”. Un’autobiografia,
ma talmente esemplare che ho deciso di stamparmela da solo, o quasi. Foglietti
di memoria, postati per gli amici di Facebook, ricordi di una vita trascorsa,
memorie familiari legati soltanto a una frase captata in casa, magari di
soppiatto. E poi la cronistoria – volta a volta divertente o amara, lasciando
perdere anche la mia abituale ironia -
di mezzo secolo di piccole o grandi battaglie. Con relative vittorie e qualche
sconfitta. Volevo salvare il tutto e farne un occasione di lettura, da
consumare a pezzi e bocconi nelle serate, come quelle che un tempo si usava
fare in famiglia. Memorie edite da solo con l’aiuto di Amazon, presentate e
sponsorizzate da solo, a Fano ovviamente. Tutto da solo, ma con il supporto dell’ottima
giornalista Anna Rita Joni e con l’aiuto del mio impagabile figliolo, Aldo E.
Castellani, che ha disegnato la doppia copertina.
2005-2023: tutto
qui!?
A contarli tutti, a partire dal remoto 1963, data della mia prima
pubblicazione, sarebbero circa sessanta volumi e volumetti, fra saggi, tuffi nella
storia e compagnia bella oppure una ventina abbondante limitandosi alla sola
narrativa, toccando tutti i generi disponibili secondo un mio vezzo congenito. Oltre
all’auspicabile riedizione di una rara e insostituibile “Opera Omnia”, composta
dai cinque o sei titoli sopra ricordati, ci sarebbe poi da por mano a una nutrita
antologia per raccogliere alcuni miei “imperdibili” racconti. Posso abbozzarne
l’indice?
Mio bisnonno e i “giganti” a Fano, avventura più volte
raccontata, forse anche troppo. L’incontro nella mia casa natale con un buon
fantasma nato in Scozia e trasferitosi da noi. L’avventura del mio vampiretto personale,
sperduto fa i deceduti dalla capitale. La casa terremotata per eccesso di
ricordi. Vitruvio e il mistero della cripta, alla scoperta di una Fano ancora
segreta o magari inesistente. E poi la storia
della strega, unica pagina “erotica” del mio castissimo repertorio, e le altre storie
magiche della mia Selva. A pensarci bene, “un voyage autour de ma chambre”: ma questo non
vale per tutti gli scrittori? E poi - ultimo almeno per ora - “La macchina
sputasalsicce”, un apologo, fresco di giornata, della nostra società onnivora
di valori, sentimenti, speranze e affini.
Ho trascurato di citare i cosiddetti scritti “di genere”,
ai quali ho dedicato tempo spazio e passione, da quel breve romanzo-fiume più che degno di meritarsi una “fiction” non
banale e scontata come “La via degli amori”
ai “gialli giallissimi” come “Veleni in paese”,
alle avventure estive come “Caschè”,
ai sortilegi vestiti da incubi come “Dracula
a Roma”, agli orrori dell’horror come “Le
notti del babau” che uscirà entro l’ano in corso. Tutto qui e altro ancora
lungo il cammino … “per una selva oscura”.
Impossibilitato – visto il perdurare della mia benemerita
vecchiaia – ad attendere la definitiva ristampa-edizione di ciò che di meglio
ho saputo produrre, affido il tutto alla virtù e alla solerzia dei miei futuri fortunati
postumi editori.