
Questa è una storia curiosa,
oserei dire strampalata. Non so neppure se riuscirò a scriverla e a darle un
senso compiuto. Insomma, eccola qui. Una certa sera – un anno, un mese fa o
diciamo ieri – disponendomi al sonno, vado in cerca di qualcosa da leggere per
agevolare l’avvento di Morfeo. Il romanzo sul comodino l’ho già finito. E senza
un paio di pagine come faccio ad addormentarmi? Non basta la solita melatonina
Lo so per esperienza. Finito il ciclo di sonno garantito dal “bugiardino
farmaceutico” allegato alla pseudo-droga, mi sveglio e comincio a dar da matto.
E allora è giocoforza che peschi un libro, nel cosiddetto scatolone delle
meraviglie, dove confino i libri che mi offrono in omaggio nella speranza che
li recensisca ed io che dico: grazie, lo leggerò quanto prima, non vedo l’ora.
E difatti l’ora non la vedo proprio, non so se e quando saprò o vorrò
rassegnarmi alla lettura, in vista di una mia nota che non ho nessuna voglia di
scrivere. A meno che sia lo stesso redattore-capo a sollecitarmela: Guarda, c’è
quel libro del mio amico. Non è un granché, ma lui ci tiene tanto. Basta che
leggi il colophon, c’è tutto lì, non ti ci ammattire! Bastano poche righe…
Bando alle divagazioni
serotine, torniamo in carreggiata. Estraggo un libro a casaccio dal terribile
scatolone dei libri omaggiati dagli autori e dagli editori. Il primo che mi
capita. Titolo scontato, infantile e presuntuoso: “Angoscia”, come quel vecchio film con Ingrid Bergman, dove c’era
lei che rischiava di diventare matta. E invece era tutta una congiura del
marito, che poi sarebbe stato il fascinoso Charles Boyer. Allora, vediamo un
po’ questa Angoscia. Di primo acchito il titolo mi farebbe pensare all’autobiografia,
sincera quanto prematura, di una giovane scrivana infelice. Ma tant’è!
Copertina rosa confetto, di un rosa quasi impudico. Colophon leggerino, in
economia, con una sciatta foto di una bella ragazzetta bionda: l’autrice?
Povero me! E leggo. Ma sin dalle prime pagine il libro mi catapulta in un orizzonte
insperato: parla di mare e di sogno.
E’ la storia di Lavinia.
Questo nome mi perseguita, è il titolo del mio primo libro di narrativa
leggera, ed anche del secondo, una ricerca storia fatta a braccia, sulla vita
della sorella dell’ultimo Duca d’Urbino. Ancora una Lavinia? Ma chi si permette
ai giorni nostri di usare un nome così desueto?
Questa ulteriore Lavinia,
che con le mie Lavinie c’entra poco o niente, è nata sul monte, nel casolare
più depresso e abbandonato dell’Appennino e poi, in età scolare, scesa in paese,
e dal paese alla città e poi dalla città alla metropoli. Ma il libro è triste,
troppo triste, sembra fatto più per fugare che per favorire il sonno. E termina
troppo presto, dopo appena sessanta pagine, con un finale sospeso, inquietante:
l’abbandono di ogni speranza, una depressione senza via d’uscita, il desiderio
di morte espresso dal netto proposito di porre fine alla vita, fatale
irrevocabile decisione di quel piccolo libro dalla copertina rosa confetto,
autopubblicato con i suoi risparmi da un’autrice giovanissima ma ormai delusa
dalla vita. Una storia di suicidio annunciato alla fine della lunga teoria di desideri
inespressi, di amori infranti, di vocazioni represse e poi invocate, alla fine
di una placida o forse angosciosa – di cui il titolo - serenità.
Che bel libro! Non me ne sono
accorto ed è già arrivata l’alba. E la melatonina non aveva fatto effetto,
Oppure l’avevo lasciata sul comodino, accanto alla sveglietta e alla bottiglietta di minerale. Corro
alla prima pagina dopo il retro di copertina, dove l’autore o l’autrice di un libro
in omaggio, oltre alla dedica ossequiosa quanto banale, sono solito appuntare
il proprio indirizzo e numero telefonico: hai visto mai che quel critico
sufficientemente famoso magari lo legge e vuole contattarmi? E infatti ho visto
giusto. Nel colophon di quel libro un po’ dozzinale, probabilmente autoprodotto
o edito da una falsa editrice ansiosa di venderne un certo numero di copie fra
parenti amici ed estimatori, c’è assieme alla foto una breve nota biografica
dell’autrice, età venticinque anni, una biondina abbastanza carina, che ha
aggiunto a mano un indirizzo e un numero telefonico. Beh, adesso le telefono,
chissà che sorpresa! Le dirò che mi è proprio piaciuto e che, se lei è
d’accordo, vorrei fare una scheda da sottoporre a un qualche produttore o rete
televisiva. Ma la smetta di sventolare assurdi propositi suicidi! Mezzucci
infantili!
Mi costringo a ricorrere al
cellulare. Che peraltro, contrariamente ai miei colleghi, ai miei familiari, ai
miei amici, insomma contrariamente a tutti, uso molto di rado. Un ultimo imbarazzo e, in questo breve lasso di
tempo sospeso, controllo l’anno di stampa del volumetto rosa. Quando me l’hanno
passato? Un mese, forse due? E la sorpresa è quasi imbarazzante. Come può
essere? Ho lasciato intonso quel libro per oltre …trent’anni! Sì, sono
trent’anni che quel libro mi stato
trepidamente offerto dall’autrice, bionda e un po’ sognante come appare nella
piccola foto in risguardo di copertina. Trent’anni e più: che ne sarà stato di
quella ragazza? Ormai sarà una signora che ha sicuramente rivoluzionato il suo
destino, con annesso desiderio di morte, e dato un indirizzo alla sua vita e ai
suoi perché. Famosa non lo è diventata, come quella sua opera di debutto poteva
promettere. Mi sfiora un rimorso: una mia lunga, entusiastica recensione,
avrebbe potuto esserle utile? Lanciare la sua carriera di originale e
dirompente scrittrice? Che strada avrà scelto, che vita avrà affrontato? Avrà
placato le sue ansie e costruito una bella famiglia? Trovato un compagno, un
amore? O forse, ormai cinquantenne, sarà ancora alla ricerca del suo perché?
Telefonarle?
Le telefono ma nessuno
risponde. Numero inesistente. Era prevedibile. Chissà, forse si trattava di una
di quelle linee telefoniche fisse che la civiltà del duemila ha fatto scomparire.
Un numero morto. E se fosse morta anche lei? La sua giovinezza, le sue
promesse, la sua capacità di donare poesia? Ad essere lei stessa poesia? E se,
fedele a quella singolare autobiografia, avesse messo in atto quella prematura
e sciocca decisione estrema? Se si fosse uccisa? E se fossi stato la sua
inutile e disperata ultima ancora di salvezza in un mondo che sembrava
respingerla? Potrei fare ricerche. Ci sono stati suicidi trent’anni fa, o forse
dieci o forse molti anni più tardi, nella città dell’autrice? O altrove?
Ricerca impossibile. Ci vorrebbe un fior d’investigatore ed io d’investigatori
conosco solo quelli dei romanzi – quasi sempre stranieri o, se italiani, in
lizza per qualche inutile Premio Letterario – i romanzi che sono precettato a
recensire da questa o da quell’editrice importante. Qualche frettolosa ricerca,
ma quel nome non dice nulla, nè a me né ad altri. Forse potrebbe averlo
cambiato, oppure ormai avrebbe il cognome del suo fantomatico consorte. Ma poi
lo avrà avuto o forse lo ha ancora un
consorte? Come vorrei conoscere cosa ne è stato di lei, aiutarla a ricostruire
i sui sogni, a inverare la sua verità. Sono passati trent’anni, ma che importa?
Eppure so che non potrò più farlo, né oggi né mai. Mi resterà un inutile
rimorso. E spero soltanto che anche quel libro fresco di gioventù e di speranze
possa svanire di nuovo dentro lo scatolone dei libri scartati, sparire
anch’esso, magari dopo la mia morte, per mano del solito “pulisco cantine”,
sempre che i “pulisco cantine” esisteranno ancora.
Leandro Castellani
N,B. Si tratta di una
novella di pura invenzione