sabato 23 novembre 2019

IL TRASLOCO - terza e ultima parte

(Romanzo breve oppure racconto lungo di Leandro Castellani @2019: terza e ultima parte)

Finalmente
Finalmente trillò la soneria del suo smartphone. E sul display comparve la dolce immagine di sua moglie. Gliel’aveva scattata lui quella foto: sorridente, un po’ sbarazzina, colta alla sprovvista ma non di meno femminilmente accorta nel nascondere qualche ruga appena incipiente accanto agli occhi, le cosiddette zampe di gallina, o a drappeggiarsi il collo con un vezzoso foulard. Sua moglie, sempre bellissima come nel primo giorno del loro incontro, molti anni fa, con quella solidità di sentimenti e volontà di agire che era stato il suo salvagente in più di un’occasione:


-         Anna, finalmente, come stai?
-         Sto bene, tranquillo...
-         Dove ti trovi?
-         Dove vuoi che mi trovi? A casa, un po’ triste.
-         Triste, perché?
-         Come perché!
Anche lei forviata da quell’assurdo trasloco? Ma nel caso di sua moglie sembrava non ci fossero stati disguidi. Nella sua voce non intuiva traumi, particolari disagi, solo una sorta di tristezza ben rattenuta:   
-         E Gigetto?
-         Gigi è a scuola.
-         Tutto normale?
-         Certo. Siamo tristi. Ma che vuoi? Stiamo riprendendo la solita vita.
La solita vita. Tutto normale. Per lui nulla era normale se non sapeva  nemmeno ritrovare la strada di casa. Eppure sentiva in Anna un empito di inconsueta tristezza che le sue sobrie parole non riuscivano a nascondere. Anna stava soffrendo, stava nascondendogli qualcosa. L’avevano separata da lui con quello strano, assurdo, immotivato, trasloco. Perché era così parca nel rispondergli, usando battute vaghe, da giorno qualunque? Doveva sapere:
-         Come la solita vita, come normale, non ti chiedi cosa mi sia successo? Il trasloco…
Non udì più la voce di sua moglie. Una caduta della linea, una zona d’ombra del cellulare. Provò a ripetere la chiamata spostandosi di luogo, ma il smartphone di sua moglie continuava a tacere. Quel tutto normale aveva contribuito a impensierirlo ulteriormente. Forse era successo tutto in un tempo reale talmente breve che sua moglie poteva non esserne nemmeno accorta. Non ancora? Il bambino a scuola, lei a riassettare la casa, avrebbe aspettato soltanto che la sua giornata lavorativa fosse terminata e atteso il normale rientro di suo marito dal lavoro. Forse stava addirittura preparandogli la cena. Forse il trasloco, nel suo caso fortunato, si era verificato senza errori o disguidi. Chissà se anche nel suo cielo continuavano a volare quegli strani inquietanti animali preistorici che lo avevano messo sull’avviso, se anche a lei era successo di accendere casualmente la tv per ascoltare quello sconcertante comunicato? Quindi stava a lui porre rimedio al disguido, andare alla fonte per evitare che tempi, ricordi, luoghi diversi si sovrapponessero prima o poi in modo così bizzarro. Da quando aveva abbandonato il set di suo padre, quel mondo silente e in bianco e nero, quanto tempo poteva essere trascorso? E quanta strada aveva coperto quello strano autobus dal quale era disceso? E adesso dove si trovava? Vedeva ergersi, quasi sulla linea dell’orizzonte, il pinnacolo ferreo della Tour Eiffel, dominante sul solito mare di case e palazzi. Come? Da Marsiglia quel vecchio bus era arrivato a Parigi in pochi minuti? Ma era proprio Parigi? Nelle sue numerose visite alla “ville Lumière” non si era mai accorto che a poca distanza dalla Torre, anzi quasi dirimpetto, si ergesse il cosiddetto Pirellone di Milano, un minigrattacielo secondo i moduli attuali, che sembrava più antidiluviano della stessa torre. Se avesse potuto raggiungere lo pseudo Pirellone milanese in versione parigina… Troppo lontano, Parigi come Milano. A piedi non ce l’avrebbe mai fatta. Avrebbe avuto bisogno di Peter Fonda con il suo chopper. Per il momento poteva solo spostarsi di qualche metro alla ricerca di una zona dove gli fosse possibile riattivare il collegamento telefonico. Le parole di sua moglie lo avevano rassicurato – in famiglia tutti bene – e per qualche verso avevano destato in lui nuove ansie, nuovo desiderio di sapere. Provò a digitare il tasto per riascoltare le ultime frasi, un po’ sibilline, della telefonata precedente, a esplorare se ci fosse qualche nuovo messaggino. Tutto invano. Non gli restava che abbandonare il prima possibile quel posto maledetto, nei dintorni di Marsiglia, fra Parigi e Milano, dove la vecchia corriera lo aveva improvvidamente scaricato. Chiedere un passaggio. Ma chi poteva mai passare per quella strada decisamente secondaria, quasi un viottolo, lontana dalle vie canoniche, ufficiali, transitate da mezzi pubblici o privati? Un altro disperato come lui oppure la forza pubblica, poliziotti, carabinieri, vigilantes? Poteva solo camminare e sperare. Strano che non sentisse ancora gli stimoli della fama e della fatica. Merito di quel trasloco affrettato e pasticcione che aveva alterato anche le ore dei pasti e dei bisogni fisiologici? Che sventura trovarsi alla mercé di alieni pressappochisti, ignoranti e distratti! E sì che aveva sempre sentito lodare – stando alla narrativa di fantascienza – i poteri mentali e il grado d’intelligenza dei cosiddetti marziani, esseri estremamente più evoluti di noi se erano riusciti a contattarci, mentre noi terrestri, nonostante le stazioni spaziali e tutto il resto, non ce l’avevamo mai fatta. 

Il volo

A bordo di un aereo: da dove verso dove? Un grande aereo di linea con quella miriade di seggiolini che costringono i passeggeri a subire promiscuità e non desiderate intimità. Ma quel suo aereo era stranamente vuoto. Un aereo così vuoto lo aveva incontrato solo una volta, in volo da Londra a Inverness. Si prevedeva tempesta e lo stesso equipaggio era renitente. A bordo solo lui con due compagni di lavoro, nonché una hostess sorridente quanto atterrita che ostentava un sorriso autoimposto che avrebbe dovuto rincorarci e moltiplicava la nostra apprensione. Eravamo finalmente atterrati all’aeroporto irlandese durante una furiosa tempesta di neve. Stavolta no. Il volo era tranquillo, non sentiva neppure il rombo dei motori e  dal finestrino riusciva a scorgere solo un fitto mantello di nubi lanose a ricoprire qualsiasi traccia di orizzonte. Un volo cieco verso un paese sconosciuto. Come aveva fatto a ritrovarsi a bordo se non ricordava nessun imbarco, nessun decollo…
Per qualche verso quell’esperienza gliene ricordava un’altra vissuta a grandi intervalli di tempo, quella del volo sognato. Gli era capitato diverse volte nel sonno di sentirsi meravigliosamente dotato della capacità di sollevarsi da terra e volare. E ne aveva approfittato per sorvolare progressivamente la sua casa, la sua città, il pianeta, il mondo intero, annullando spazio e tempo oppure trovando fra spazio e tempo quelle bizzarre coordinate suggerite  dalla formuletta di Einstein. Planare, sfiorare la terra e riprendere quota. Una magia da tappeto volante. Poi ogni volta giungeva ineluttabile il risveglio  insieme all’ansia non appagata di ricominciare a vivere per vincere le stoltezze, pesanti come macigni, del suo mondo, gente compresa. Ma ora, dove lo avrebbe condotto quel volo sconosciuto. Dove sarebbe atterrato? Forse nell’aeroporto semiabbandonato del suo paese, corroso dalla città che si era espansa rodendone progressivamente i margini? Oppure in uno dei vecchi aeroporti più frequentati a suo tempo, Linate o Le Bourget o Ciampino? Ma ora la coltre bianca e compatta delle nubi che si era come interrotta, o  meglio era stata perforata da una creatura che ormai aveva appreso a riconoscere. Uno pterodattilo dalle lunghe ali membranose volava come di conserva, quasi facendo da scorta al suo velivolo senza passeggeri. E se avessero finalmente compreso l’abbaglio e stessero riportandolo a casa, dai suoi?

La biblioteca

E raggiunse la biblioteca, senza chiedersi come e perché. Ma quella non era una biblioteca ma piuttosto un magazzino, un deposito di scatoloni da trasloco, quelli di cartone pesante, sovrapponibili, che i facchini ormai non trasportano più a braccia ma aiutandosi con le gru, i muletti e altre diavolerie.
Si ritrovò circondato dagli scatoloni con la scritta Libri. Come ci era capitato là in mezzo? E se i solerti marziani - o chi per loro - fossero riusciti, dopo tanti equivoci e quiproquo, a catapultarlo finalmente fra i suoi tesori? Doveva accertarsene. Aprì il primo scatolone con un sentimento misto fra spasmodica aspettativa e  certezza di un’ennesima disillusione. Meraviglia! Erano proprio le sue cose... Ma allora, a poca distanza o forse allo stesso piano superiore, doveva esserci il resto di casa sua. Non resistette alla voglia di chiamare sua moglie, i suoi figli, a gran voce… Uno sconfortante silenzio! Forse la vecchia scaletta a pioli che scendeva dal piano di sopra era stata rimossa. Sul soffitto del magazzino era chiaramente visibile il pertugio richiuso con uno strato di legno o di cartongesso. Corse ad aprire la serranda che collegava il magazzino all’esterno: lo stesso panorama desertico tipicamente americano, arido e brullo, ma stavolta seminato di monconi di vecchie mura e di rocce bizzarre, da film di John Ford. Mancavano solo i cavalli selvaggi, e mancava il chopper di Peter Fonda.
Si dedicò ad aprire gli scatoloni, un po’ a casaccio, alla ventura, ammassando i libri uno sull’altro e poi a terra, sul tratto di pavimento ancora libero. Sì, c’erano tutti, almeno dovevano esserci: i libri di cinema, da lui tanto amati, acquistati uno ad uno quando gli avanzava in tasca qualche lira. Le vite degli attori, a cominciare da quelli preferiti. Le varie versioni della storia di Totò, principe dei commedianti e re dei mendicanti, e poi le biografie che enfatizzavano la vita e l’arte di Eleonora Duse, una diva che non sapeva estraniarsi dai suoi personaggi – come avrebbe suggerito un brechtiano rigoroso – ma che ogni volta pagava pegno per la passione e la sofferenza di “raccontarsi”, scontando con le ferite della sua psiche i dilemmi e le crisi dei suoi personaggi. E poi c’erano i romanzi, quelli più amati, Charles Dickens che sua mamma gli aveva insegnato a conoscere da ragazzo, con il suo mondo incantevole di figure e figurine delineate con umorismo misto a tristezza, i romanzi ingarbugliati di Wikie Collins con quei personaggi disperati non dissimili da quelli di Carolina Invernizio, altra scrittrice che aveva amato, forse per far dispetto a chi la considerava men che mediocre. I libri che lo avevano aiutato nel suo lavoro e che, volta a volta, aveva dovuto studiare e digerire pagina dopo pagina. Le memorie dei viaggi che gli avevano fatto conoscere più di mezzo mondo, quasi sempre acquistati perché il ricordo della bellezza non andasse perduto ma perdurasse anche dopo l’abbandono di quei luoghi.
Molti libri li aveva acquistati, anno dopo anno, in un piccolo paese sperduto nella campagna francese che, prima di scomparire per il totale abbandono degli abitanti, aveva deciso di trasformarsi. E le sue stalle, i suoi fienili, le sue modeste abitazioni erano divenuti altrettanti ricoveri di libri usati, offerti al volonteroso visitatore per pochi franchi, poi divenuti pochissimi euro. Il paese si chiamava Fontenay-la-Joute.
Sì, tutti i suoi libri erano lì, in quegli scatoloni da trasloco. Avrebbe dovuto spolverarli e catalogarli di nuovo prima di sistemarli negli scaffali. Sì, ma dove? Li avrebbe mai ritrovati i suoi scaffali odorosi di legno che coprivano interamente le pareti del suo studio? Sino a quando? Sino a ieri, a una settimana fa, o in un altro secolo?
Si affacciò un’ultima volta alla finestrella che gli offriva l’insolito panorama degli Stati Uniti d’America. O di una loro copia fedele. Nel cielo avevano ripreso a volare quei macabri uccelloni preistorici che pensava esistessero ormai solo in qualche film di Spielberg oppure, ma ridotti a scheletri fossili, in qualche museo di storia naturale, come quello bellissimo che aveva visitato a Londra con sua moglie e suo figlio. E suo figlio aveva voluto che, al reparto souvenir, comprasse un secchiellino di latta rossa con su scritto il logo del Museo: ci potrai mettere le tue penne, e le matite…

Nell’angolo più segreto del magazzino, seminascosta dietro gli scatoloni da imballo, trovò la bicicletta, la vecchia bici di quando era ragazzo e suo padre gliel’aveva regalata acquistandola a prezzo stracciato da un parente facoltoso che se n‘era fatta una nuova. Quella bici aveva sostituito la biciclettina rossa, vinta a un concorso di figurine Buitoni, che gli era servita sino a quando le sue gambe erano diventate troppo lunghe, Così era passato a questa nuova. Nuova si fa per dire, specie ora, intaccata qua e là dalla ruggine del tempo, dell’umidità e dell’abbandono. La divincolò a fatica dall’incombente architettura di scatoloni e riuscì a spingerla sino all’uscita. Provò ad inforcarla, senza nemmeno curarsi di richiudere la serranda, tanto quegli amati libri non li avrebbe concupiti né tantomeno rubati nessuno, nell’epoca digitale che aveva giurato odio alla carta, specie stampata. Li avrebbe ritrovati tutti là, neppure tirati fuori dagli scatoloni. E poi, vista la stranezza di quel caotico trasloco siderale, quando mai sarebbe riuscito a ritrovare lo stesso magazzino!?
Si accorse di essere ancora in grado di pedalare, forse più incerto sul manubrio, più debole sulle gambe. Ma le ruote giravano e lo portavano lontano. E si ritrovò in una stradicciola di campagna, irta di pietre e sassi che la rendevano impervia, analoga a quella sorta di viale un po’ sbilenco che dal paese portava alla sua casa in campagna. E dal viale deviò verso il bosco. Perché quello era il suo bosco, ne era completamente sicuro! Il piccolo labirinto verde fatto di querce, di lecci, di ornielli e di ambiti segreti che celavano piccolissime oasi di prato arruffato, selvaggio, dove spuntavano spontanei, di stagione in stagione, i ciclamini, le violette, i misteriosi gigli rossi dai pistilli velenosi e quelle bacche che si gonfiavano a primavera sino a divenire dei piccoli palloncini e tu  potevi divertirti a schiacciarli per farli esplodere, provocando un piccolo scoppio, come quello che avresti ottenuto, da adulto ma con ancora la voglia di giocare, facendo esplodere le boule degli imballaggi di plastica. Un bosco segreto e incantato dove ogni anno, a ottobre, sostavano di passaggio i colombacci. E suo padre con gli amici cacciatori stavano all’erta per spararli. E lui li ritrovava belli arrostiti sul desco casalingo, affogati nel guazzetto aromatizzato col finocchio selvatico, e c’era da fare attenzione perché qualche pallino da caccia non ti finisse fra i denti.
Il suo bosco, trasferito anch’esso tout court nel nuovo pianeta? Come avevano fatto? E se fosse stata soltanto un’illusione di bosco, un’oasi olografica creata in quel deserto americano che, stando alle scoperte precedenti, sembrava aver preso il posto dei familiari orizzonti della sua patria. Con l’eccezione di quella  rara sortita a Marsiglia e dintorni.
Ma se quel bosco era reale, allora doveva essere in grado di ritrovare anche la sua casa, la sua famiglia, sua moglie, i figli. Come fare? Affidarsi al caso, come era accaduto sin ora? Sperare nel ritorno di Peter Fonda, l’eroe triste dei suoi anni giovanili, che lo caricasse sul suo chopper e lo portasse via, sino alla soglia di casa sua? Ma sarebbe mai tornato Peter? O anche la sua sortita era stata un casuale incontro bizzarro, frutto di quel disordinato rapsodico allucinante trasloco?

E fu così che…
E fu così che incontrò il suo doppio. Gli si presentò davanti, appena girato l’angolo, e non fece fatica a riconoscerlo. Poteva riflettersi in lui come in uno specchio. Finalmente aveva qualcuno con cui scambiarsi i dubbi, le ansie, a cui porre le domande senza risposta, senza temere che potesse tergiversare, addurre scuse. Inventarsi frottole per placare la propria e l’altrui coscienza. Era una situazione che, in passato,  gli era servita per scrivere il suo primo racconto, pubblicato in elegante volumetto di poche pagine con la copertina bianca con su la foto di un vecchio palazzo di paese. Il Tizio che incontra se stesso, o meglio che può vivere due vite diverse, alternative, e scegliere l’una o l’altra secondo il bisogno e la necessità. Nella prima si era sacrificato e aveva cercato la morte ma nella seconda si era avviato verso un prevedibile happy end, al fianco della persona che aveva scelto come compagna di vita, o dalla quale era stato scelto.
Ma nel suo racconto l’incontro fra i due se stesso era avvenuto sempre a rispettosa distanza. Solo una certa volta, casualmente o inavvertitamente, a dispetto del destino che li voleva divisi, al protagonista era capitato d’incontrare il suo simile e interferire nella sua vita e nella sua sorte. Adesso no, ce l’aveva davanti:
-         Che debbo fare?
-         E che ne so? Se lo sapessi sarei un altro e non te.
Lapalissano, non faceva una grinza.
-         E allora perchè sei venuto?
-         A guarirti dalle illusioni. Sai benissimo, che non la ritroverai più la tua casa. Che fra un mese, forse due, forse un anno, tua moglie ti dimenticherà, o almeno il ricordo di te sarà meno lancinante, si trasformerà in qualcosa di dolce e di remoto.
-         E io?
-         E tu continuerai a vagare in questo mondo diverso, a volte amico, a volte ostile. A incontrare i tuoi ricordi, i luoghi del tuo passato, a dispiegare il tuo vissuto.
-         Ma non tornerò a casa?
L’altro io tacque. Forse non lo sapeva neanche lui. Un altro io inquieto senza certezze e senza prospettive. Altrimenti che doppio sarebbe stato?
-         Cosa mi conviene fare?
-         Continua a cercare, muoviti, non ti arrendere. E non guardare il cielo. Vi vedreste soltanto quegli strani esseri alati.
-         Gli pterodattili?
-         Li chiami così tu? Noi defunti li chiamiamo angeli. 
Lo lasciò andare. O meglio il suo doppio scomparve, come scompare l’immagine da uno specchio che cade a terra e si riduce in frantumi. E finalmente capì. E si rimise in cammino.
 fine

IL TRASLOCO - parte seconda

(Un romanzo breve oppure un racconto lungo: seconda delle tre parti)


Il cellulare
Il vetusto televisore aveva smesso di funzionare del tutto. Lo spense. A chi chiedere aiuto per rintracciare la famiglia? E inoltre la sua casa, il suo paese, i suoi amici? Ci doveva pur essere un numero di cellulare a cui rivolgersi.
Il fedele telefonino, unica ancora di salvezza in quel deserto d’incroci e interferenze, gli offrì sollecitamente l’indicazione di un centralino per reclami. Formò il numero. Gli rispose una voce in un inglese quasi incomprensibile. Già, incomprensibile per lui che dell’inglese sapeva solo quel centinaio di parole divenute d’uso comune! Al tempo della scuola gli avevano consigliato di studiare il francese: col francese ci leggi Balzac e Flaubert, ma con l’inglese? Le lettere commerciali te le scrive il commercialista. Obbiezione: dimentichi Shakespeare! No, ma Shakespeare l’hanno tradotto in italiano bestie e porci. Che te ne importa di leggerlo in inglese! E invece col francese… E il suo mendace consigliere si era dilungato a raccontargli le meraviglie di una lingua e di una letteratura in cui convivono Corneille e Molière, Balzac e Flaubert. E Prévert dove lo mettiamo? E ci puoi andare in vacanza a Parigi a vedere la Tour Eiffel!
E così adesso non riusciva a capire quel che la voce telefonica del call center si affannava a spiegargli. Bel risultato! Quanto alla Torre Eiffel chi sa che fine aveva fatto? Magari si erano sbagliati anche con lei e l’avevano trasferita in Giappone fra i terremoti o in Groenlandia fra i ghiacci. Chiuse il telefono indispettito e depresso. Che fare? Cambiò finestra negandosi al monotono panorama dei grattacieli e raggiunse di nuovo la camera da letto. Chissà che, nel frattempo, qualcosa non fosse cambiato o che l’alieno sbadato non avesse rimediato allo sbaglio madornale. E invece, niente! Il solito panorama della pianura del Far West solcata dagli zoccoli di cavalli selvaggi. A meno che non si sbagliasse anche lui e si trattasse della pampa argentina. Adesso si pentiva, oltre di non aver praticato l’inglese, di non aver studiato nemmeno la geografia.
Finito in un appartamento, vecchiotto e da periferia, piazzato nella prateria americana, dove era finita la sua casa minimale già situata al centro o quasi dell’opulenta capitale italiana? Doveva uscire di lì, mettersi alla ricerca di qualcuno o qualcosa. Seguire le vie del cuore, le uniche frequentabili in quel guazzabuglio di panorami a casaccio. Intercettare il cuore di sua moglie, la donna amata, connettersi a lei mediante cammini  misteriosi quanto affidabili. Come fare? Il numero telefonico del suo cellulare dava costantemente occupato. Probabilmente anche sua moglie stava cercando di venir fuori da un guazzabuglio analogo oppure, nel caso che il suo trasferimento fosse avvenuto con la precisione meticolosa millantata dalla voce della tivù, stava chiedendosi dove fosse finito quel distrattone di suo marito, sempre con la testa fra le nuvole.

Un cavallo baio si era staccato dal branco e galoppava deciso alla volta dell’incongrua casa che lo stava ospitando. Si era arrestato proprio a un metro dalla porta volgendo su di lui due grandi occhi acquosi, quasi patetici. Un appello? Un invito a fuggire da quell’inammissibile appartamento? Ma lui non sapeva come si  monta in groppa a un cavallo, pure avendolo visto fare in molti film, non solo da ardimentosi cow boys ma anche da gentili amazzoni e persino da giovinette spericolate. E poi serviva una sella, non era mica al Palio di Siena, dove i fantini montano – come si suol dire – a  pelo!
Qualcosa doveva aver spaventato l’animale che si allontanò velocemente rientrando nel branco. Forse era stato il rombo, sgraziato e irritante, di un motore. Tese l’orecchio. Con un’ultima potente sgasata uno sgraziato motociclettone venne a fermarsi proprio davanti alla sua porta. Un chopper, una di quelle strane moto che somigliano a mezzi d’assalto. Come quello che montava Peter Fonda in “Easy Rider”, film strampalato che a suo tempo gli era piaciuto, anche o soprattutto come appello alla libertà e alla rivolta. Si sarebbero capiti con Peter Fonda o con colui che ne aveva preso il posto?

Peter lo invitava a salire a bordo. E lui si chiedeva se accettare d’istinto quel cenno d’invito lasciando da parte ogni remora.
-         Per andare dove?
-         Dove vuoi andare?
-         Prima dovrei sapere dove mi trovo.
-         Su rrr - disse Peter aumentando la sgassata a folle, con l’urgenza di ripartire 
Come avevano fatto a capirsi all’istante? Non era americano l’attore di “Easy Rider”? Lo avevano doppiato per lui?..
-         Tu sei Peter Fonda, ti ho visto al cinema.
-         Certo, qui mi ci hanno portato, come è successo a te, a tutti. Ormai la Terra la ricordo appena.
-         Già, ma con me hanno combinato un pasticcio. Hanno sbagliato destinazione. Non so neanche dove mi trovo. Non so come fare per rintracciare la mia famiglia, ritrovare la mia casa, il mio lavoro?
Peter lo guardava in maniera strana: cosa gli stava cianciando quel tipo lì sulla porta? Niente niente che fosse matto? Ingranò la marcia e si allontanò sgasando.
Era di nuovo solo. Rientrò in quel bislacco appartamento non suo, sbarrò porte e finestre. Poteva sperare solo nell’unico legame digitale rimastogli col vecchio mondo, il suo cellulare, sempre che continuasse ad essere attivo…

Senza la sua casa
Senza i suoi affetti, le persone che amava e i suoi ricordi, la vita non aveva più senso. Meglio ancora, era diventato un essere non definito, un’ameba in un mondo acquatico che lo respingeva. Dove dirigersi, come fare, nell’impossibilità di riagganciarsi con il presente o almeno di riannodare il filo con il passato? Tutto sembrava respingerlo. Nel piccolo frigorifero solo una confezione di quelle merendine cellofanate che aveva sempre odiato, al muro un vecchio arazzo che mostrava alcune fanciulle in abiti ottocenteschi, ai piedi di una scalinata rococò, da residenza estiva per ricchi o perlomeno per benestanti. Facevano volare una pallina pennuta usando piccole racchette: il volano? Ma tutto era sbiadito, sfocato, come se gli anni  o il sole cocente avessero trasformato l’immagine in una sorta di simulacro evanescente. Di moderno gli restava il telefonino, o meglio il cellulare. Strano che in quel mondo, a mezzo fra un passato remoto mai conosciuto e un passato prossimo, basato in buona parte sulle immagini della vita trascorsa, gli fosse rimasto disponibile quel ripostiglio di memoria digitale. Forse l’apparecchietto gli era rimasto in tasca quando gli alieni lo avevano strappato in fretta e furia dal vecchio mondo per scaraventarlo in questo nuovo. Digitò ancora una volta il numero di sua moglie. Cellulare ancora occupato o forse spento. C’era speranza che, conclusa una di quelle chilometriche telefonate per cui sua moglie era famosa, il numero fosse di nuovo disponibile, a proporgli certezze, come necessario strumento rabdomantico per ritrovare la strada di casa e ricongiungersi con la famiglia. Alla tv, che aveva ripreso miracolosamente a funzionare e si era riaccesa da sola, stavano trasmettendo uno sceneggiato: c’era un sacerdote in talare che percorreva un viottolo di campagna leggendo il Breviario e compitandone le parole a fior di labbra. Quand’ecco che due brutti ceffi, vestiti come comparse d’opera – facciamo conto Sparafucile nel Rigoletto – ne interrompevano il percorso, interrogandolo irriguardosamente: “Questo matrimonio non sa da fare”… Ma quello era l’inizio dei “Promessi sposi”, tradotto in immagini nel vecchio film di Camerini, in bianco e nero! Dunque anche la televisione si era omologata alla casa, rispecchiandone l’età e i contenuti? Eppure, pochi istanti prima, quella stessa tv aveva diffuso chiaramente l’annuncio sul trasferimento dei terrestri. A meno che non se lo fosse  immaginato!
Cercò di cambiar canale usando i tasti decrepiti di quel massiccio apparecchio dagli spigoli arrotondati e finalmente riuscì a incappare in un notiziario a colori, introdotto dalla solita procace ragazzina che pochi istanti prima – o qualche ora ? – gli aveva comunicato il trasloco del pianeta: “manifestazioni di studenti sotto la torre Eiffel”, capelloni con camicie a fiori e giovinette dall’aria precocemente sbattuta, l’immaginazione al potere, poliziotti con lo sfollagente e gli scudi di plastica... Come? Eravamo ancora nel fatidico sessantotto?
Lo ricordava bene quell’anno: frequentava la facoltà d’architettura a Roma, a Valle Giulia, la gradinata delle manifestazioni, i manganelli della polizia, gli idranti e i fumogeni,  la speranza di fondare un ordine nuovo, con l’ausilio dei compagni di lotta di Parigi, Berkeley, Londra eccetera, la palingenesi, l’abbattimento delle barriere del potere, the wall, il muro. Poi qualche spinello, nuove droghe, una furiosa febbre erotica da curarsi nei nuovi ghetti del piacere e poi ancora tutto svanito nel nulla, nella resa. Ma invece, stando a quel vecchio televisore bombato, tutto faceva ancora parte di uno sconcertante ma esaltante presente. Che i traghettatori alieni si fossero sbagliati confondendo non solo i luoghi ma anche le date? Che terribile guazzabuglio erano riusciti a creare?

La corriera blu
Il rombo asmatico della solita moto interruppe i suoi pensieri. Peter Fonda era riapparso sul suo assurdo chopper e lo attendeva alla porta:
- Se volevi fare la comparsa, sei  in ritardo, il bus passa fra cinque minuti...
Qualcosa si muoveva finalmente. Il suono roco di un clacson, come quello che caratterizzava la vecchia corriera blu – uno scassato torpedone – che, da bambino, lo portava ogni mattina in città, dato che alla scuola del paese c’erano solo le elementari e lui voleva andare avanti, medie, ginnasio, liceo, forse l’università. Si tirò dietro l’uscio, senza preoccuparsi di sfilare la chiave. Magari non fosse riuscito più a tornarci in quella sorta di casa abusiva! Salì a bordo mescolandosi alla gente e prendendo possesso dell’unico posto lasciato libero, accanto al conducente. Gente di tutte le età, uomini, donne, vecchi, bambini. C’era anche un giovane di colore seminudo a cui nessuno rivolgeva la parola, anzi lo guardavano male, con sospetto: come ci era capitato un africano, uno zulù col culo di fuori, in mezzo a quelle brave persone? Vedeva sfilare l’orizzonte, attraverso gli angusti finestrini, quasi delle strette fessure, senza che avesse la possibilità di cogliere qualcosa di già visto e conosciuto: davanti all’autista solo una strada bianca, di terra battuta, come quelle impervie della sua campagna. Dove lo stavano portando? 
-         Dove andiamo?
-         A Marsiglia, dove stanno facendo le riprese, non te lo ha detto Peter? Non è tuo amico, Peter Fonda?
Siamo in piena follia, pensò. Come potevano arrivare a Marsiglia “via Terra”, senza attraversare l’Oceano? Un altro sbaglio di trasmissione o di collocazione da parte di quegli alieni ignoranti? Un altro trasloco fatto a cacchio? 
-         Stiamo quasi arrivati. Vedi il castello d’If? E’ lì che ci hanno imprigionato Edmondo Dantes. Non l’hai letto il romanzo?
Se c’era il castello d’If non c’era dubbio: dovevano trovarsi a Marsiglia. La vecchia corriera  aveva oltrepassato il porto, davanti  alla Cannebière - ma era un bus anfibio? - ed era andata a parcheggiarsi proprio  nell’isolotto della vecchia fortezza adibita a prigione. 
-         Svelti, tutti dal costumista. Detenuti a destra, secondini a sinistra, guardate il vostro cartellino …
Come aveva fatto quello strano pullman a superare l’Oceano e raggiungere la Francia? E lui come aveva fatto a non accorgersi di nulla? E si trovò catapultato su quello strano set, insieme a gente che non conosceva, non sapeva da dove arrivassero, che lingua parlassero. Lo vestirono da detenuto con un blusone di tela juta, gli sporcarono la faccia col trucco e gli arruffarono i capelli. E lo piazzarono nell’angusto cortile della prigione, a condividere l’ora d’aria con gli altri detenuti. Si ritrovò accanto a quello che doveva essere il protagonista, un giovane dai capelli lunghi sul collo e lo sguardo dolce e rassegnato, ammannito da due incantevoli occhi grigio azzurri.
Proiettato misteriosamente in una realtà decolorata, in bianco e nero. Come isolato dal resto del mondo che presumibilmente continuava ad esistere tal quale, con tutti i suoi colori, le sue tinte e le sue sfumature. Il vento si era attutito e i rumori del porto non si udivano più. L’operatore stava girando la manovella della vecchia macchina da presa, come ai tempi del cinema muto. Il volto, i lineamenti, lo sguardo di quel giovane protagonista - quei capelli fluenti, quegli occhi grigio-azzurri -  gli richiamavano alla mente un dejavue, evocandogli un profilo per qualche verso familiare. E giunse improvvisa la rivelazione! Come poteva aver tardato ad accorgersene! Quel giovane era suo padre, e stava interpretando il film che lo aveva visto protagonista negli anni venti! Non c’era dubbio: era suo padre a vent’anni. Lo riconosceva dalle fotografie che gli aveva mostrato più volte, a testimonianza di quel suo sogno giovanile durato purtroppo “l’espace d’un matin” e naufragato in una vita normale, senza gloria. “Montecristo” era stato il suo film migliore, girato negli anni Venti, in Francia. Ed ora, per qualche ineffabile miracolo, forse per qualche burla rassicurante o sconfortante, il destino lo aveva messo accanto a suo padre, retrocedendolo di quasi un secolo.
Come avrebbe voluto rivelarglisi, parlargli, confidarsi, chiedergli ancora – per l’ennesima e forse ultima volta – assistenza conforto aiuto. Muoveva le labbra ma senza riuscire a pronunciare nemmeno una parola. Già, negli anni venti il cinema non sapeva  ancora parlare. In quell’universo bianco e nero nessuno dei presenti era in grado di emettere un suono. Tentò di farsi riconoscere da quel giovane padre ma quegli, vedendosi abbrancato da un estraneo, si era come ritratto. Eppure, ma solo per un istante, nutrì la sensazione che potesse averlo riconosciuto. Cosa di un attimo. Nel cielo dove il grigio aveva sostituito l’azzurro volava un unico grande pterodattilo, con le grandi ali membranose a fendere l’aria di un crepuscolo, grigio anch’esso. Sarebbe mai ritornato il colore?
E terminò la giornata di lavoro. Gli misero in mano alcuni vecchi franchi, quelli ormai fuori corso da decine d’anni, e lo ricondussero alla vecchia corriera blu, dove era già in ansiosa attesa il conducente, un omino paffuto e untuoso, come quello che aveva condotto Pinocchio nel Paese dei Balocchi.
-          Svelti, vi riporto a casa.
A casa? Quale casa? Decise di scendere alla prima fermata. Che gli importava di rivedere quella casa non sua! Tentò ancora una volta di digitare il numero di sua moglie al cellulare. Occupato, lei stava ancora parlando, ma lasciò l’avviso di chiamata: perché non ci aveva pensato prima? Così lo avrebbero avvisato appena il numero fosse stato libero.