mercoledì 11 ottobre 2017

DIARIO DI LAVORO - 2



VITA BREVE ED EROICA DI IPPOLITO NIEVO - doc.tv, soggetto di Mauro Morassi e Nelo Risi; regia di Nelo Risi. Aiuto regia Leandro Castellani e Liliana
Cavani. BN – in onda 23 ottobre 1960
Pier Emilio Gennarini – patron dei nuovi assunti in RAI - volle affiancare me e Liliana Cavani al valido documentarista Nelo Risi, un amico milanese, sia pure di tendenze ideologiche certo non affini alle sue, il quale aveva ricevuto l’incarico di realizzare una “minibiografia“ da premettere allo sceneggiato di Vaccari sulle “Confessioni di un Italiano”, ribattezzate “La pisana”. La premessa avrebbe riguardato appunto la “Vita breve ed eroica di Ippolito Nievo”. L’incarico non poteva non entusiasmarmi. Seguire la ricerca del materiale iconografico, poi le riprese, nel Friuli, a Udine, nel castello di Colloredo, e poi il montaggio, l’edizione e così via…

domenica 8 ottobre 2017

LA BALLATA DELLO SCHIOPPO E DELLA CROCE



(due racconti fra storia e leggenda)
Punto di riferimento della narrativa popolare, sino a mezzo secolo fa o forse più, il cantastorie era il divulgatore delle vicende più appetite dalle piazze di mercato come dalle veglie contadine. Racconti fatti di parole e strofette, talvolta suffragate da un cartellone e da un foglietto volante. Ed erano fatti di sangue e d’amore, nefandezze e delitti, nonché vite esemplari di briganti e di santi.
Rievocando, con sensibilità aggiornata, i modi di questa vecchia  narrativa popolare l’autore narra e “canta” due “vite ribelli” a metà fra l’ottocento e i primi del secolo scorso: un  brigante che terrorizza i territori del Papa-re - una sorta di Robin Hood made in Italy, audace, coraggioso, sfrontato, ribelle – e, altrettanto ribelle anche se in altra accezione, un profeta messianico fondatore di una repubblica di eguali.
Due storie ispirate a personaggi veramente esistiti (il bandito Tommaso Rinaldini detto Mason dla Blona e il “profeta” David Lazzaretti detto “il Cristo dell’Amiata”) ma reinventate di sana pianta e narrate con la libera fantasia di un moderno cantastorie. Una lettura gradevolissima e coinvolgente.

PASSIONE ventidue grandi storie d'amore



Siamo tutti più o meno travolti dalle passioni, quelle di serie A ma anche quelle di serie B e C  e fino alla Z: per una squadra di calcio, una collezione di sottobicchieri da birra, la ricerca delle pizzerie, la visita ai musei o altro. Ma siamo tutti sfiorati dalla grande passione, quella delle storie d’amore immortali, esaltate dai poeti – primo in classifica Dante, seguito a ruota da Shakespeare – oppure dai pittori, dai romanzieri, dai musicisti, dai cineasti... Questo libro di poesie - o chiamatele filastrocche che è meglio - ne illustra ventidue, assortite fra Bibbia, romanzi celebri, poemi epici, tragedie, melodrammi lirici, e lo fa in modo irriverente e con il dovuto umorismo: ci sono i precursori Adamo ed Eva e poi Paolo e Francesca, Giulietta e Romeo, Renzo e Lucia, Cesare e Cleopatra, Sansone e Dalila, e tante celeberrime opere liriche, dalla Traviata a Rigoletto, da Carmen alla Cavalleria rusticana… Ad ogni poesiola segue una nota, un po’ dotta e un po’ divertiva: le due cose possano anche andare assieme. Un libretto da leggersi in un soffio, per confermare le nostre passioni  e divertircisi sopra…
Per illustrare i testi di Castellani, Festina Lente Edizioni ha chiamato a raccolta 32 noti cartoonist di diversa provenienza ed esperienza professionale.


mercoledì 4 ottobre 2017

DIARIO DI LAVORO, 1



Diario di lavoro - 1
Comincio la pubblicazione del mio “diario di lavoro”, nei settori della comunicazione e dello spettacolo, numerando i post di archivio e iniziando dal più vetusto, cioè dal remoto 1960.

I SABATI DI “CLASSE UNICA”: 1.L’evoluzione del western;        2.Tradizione e avanguardia nel cinema russo. Testi radiofonici di L.C. (non accreditato) trasmessi in febbraio.

Scrissi anche due conversazioni radiofoniche non firmate, sul Western e sul grande Cinema sovietico. Sentirle leggere alla Radio fu gratificante: apprezzai in particolar modo la voce di uno speaker, con cui avrei avuto rapporti di lavoro e di amicizia negli anni successivi. Si chiamava Riccardo Cucciolla.

venerdì 8 settembre 2017

PINOCCHIO IL GIORNO DOPO




“Com’ero buffo quand’ero burattino!” Già, ormai quel periodo buio se l’era lasciato alle spalle. Avrebbe avuto la vita felice che la buona fata gli aveva promesso. Non supponeva che all’arrivo della prima missiva, tramite Servizio Postale, indirizzata al signor Pinocchio Di Geppetto, appena tre giorni dopo la sua trasformazione, sarebbero iniziate le noie. L’Istituto Scolastico lamentava la sua reiterata assenza, di cui incolpava il genitore trascurato. Ma c’era ben altro: a che titolo si era esibito presso il teatrino del commendator Mangiafuoco? Precario, contratto a progetto, cococò? Dov’era la sua partita IVA, il versamento dei contributi e tutto il resto? A quale ufficio aveva esibito denunce, moduli, ricevute e cartacce varie? E i cinque zecchini a che titolo li aveva incamerati? Aveva evaso le tasse? Le trattenute e tutto il resto? E dov’era il contratto di lavoro stagionale per il periodo in cui aveva prestato servizio da cane presso il contadino? La tassa di soggiorno per la permanenza al villaggio turistico dei balocchi?
I giandarmi, gli odiati giandarmi se li vedeva già fuori dell’uscio, assieme all’ufficiale giudiziario, alla polizia tributaria, agli ispettori del lavoro eccetera eccetera.
Pinocchio raggiunse di nuovo la dimora eterea della Fata dai capelli turchini e implorò l’immediato ripristino alla precedente condizione esistenziale, cioè il ritorno all’età felice del burattiname. Sì, di legno, voleva essere tutto e interamente di legno, con buona pace di babbo Geppetto a cui peraltro avrebbe risparmiato tante preoccupazioni e nuovi guai che, alla sua età, potevano essergli fatali.

(L.C. "Dracula a Roma", Opposto ed. 2006)



lunedì 4 settembre 2017

AMARSI A GRADARA



Se vi interessa incontrare i protagonisti della più famosa "love story" del pianeta - dopo quella di Romeo e Giulietta, naturalmente - cercate di transitare, ma non prima di mezzanotte, sotto il lato est delle mura di Gradara, la parte più vecchia e incontaminata del vecchio Castello.
Gradara, in provincia di Pesaro ma a pochi passi dalla romagnola Cattolica, è una delle mete più frequentate dal turismo adriatico. Dunque non provateci durante l'estate, quando le note fragorose delle discoteche seminate nei dintorni, le gincane  automobilistiche al chiaro di luna o i cori dei turisti tedeschi inneggianti al vino e alla piadina sarebbero in grado di neutralizzare anche i gemiti dei fantasmi più volonterosi.
Invece, nelle notti d'inverno, quando la nebbia si trasforma in brina e il respiro in nuvola di fumo, non è improbabile che riusciate a udire distintamente i lamenti di Paolo e Francesca, intrecciati in un unisono d'amore. Riprova indiscutibile che il dramma cantato da Dante avvenne proprio qui, nonostante i dubbi insinuati da qualche storico puntiglioso. La "prova fantasma" è la più convincente.
Ma procediamo con ordine. Siamo nel secolo tredicesimo. Francesca, figlia di Guido da Polenta, è una fanciulla dolcissima e  bellissima,  che  si  affaccia  a  quel  mare di sentimenti tremori
speranze e sogni in cui naviga l'adolescenza. La vogliono sposa a un Malatesta, la potente famiglia che domina Rimini e la Romagna. Ma il Malatesta prescelto ad impalmare l'eterea fanciulla ravennate è un essere deforme e ignobile, Gianciotto, brutto nel corpo e cattivo nell'anima, come vuole la migliore tradizione favolistica, una sorta di ripetizione casalinga dello shakespeariano Riccardo III. Consapevole della sua scarsa avvenenza, Gianciotto ritiene più opportuno indicare il fratello Paolo, famoso invece per la sua bellezza, quale latore della richiesta ufficiale alla corte di Ravenna.
Dal solito spioncino, immancabile in ogni castello medioevale, Francesca riesce a spiare il bel Paolo a colloquio col genitore.
- Chi è quel giovane così leggiadro?, chiede arrossendo alla fedele nutrice. E la fedele nutrice, svanita e un po' ruffiana come tutte le nutrici, risponde:  - Ma è il Malatesta, venuto a chiedere la tua mano!
Francesca cade nell'equivoco - contatti diretti fra i due giovani non sono previsti dallo sbrigativo cerimoniale dell'epoca - e riserva immediatamente un'ampia porzione del suo cuore all'incantevole cavaliere.
Concluse per procura le nozze, Francesca raggiunge il Castello di Gradara e scopre l'inganno. Il suo sposo non è il bel giovane intravisto dallo spioncino della reggia paterna ma il bieco e deforme Gianciotto.
Glissiamo sulla luna di miele, presumibilmente agghiacciante, e arriviamo al cuore del dramma. Ci soccorre Dante: "amor che a nullo amato amar perdona..."
Paolo il bello ha la sciagurata idea di proporre come sollazzevole passatempo per la misera cognata la lettura degli amori di Lancillotto e Ginevra, una sorta di "soap opera" dell'epoca, potremmo dire. Il libro - è inevitabile - funziona da miccia e da scintilla, e i due giovani scoprono l'amore.
Scoppia il dramma. Gianciotto fiuta il tradimento. Ci sarà stato il solito Jago a sobillarlo? La storia non lo dice. Fatto sta che il marito cornificato finge una partenza, torna indietro, si apposta dietro l'uscio della camera fatale, sorprende i due amanti.
Per sottrarsi al pugnale del fratello, Paolo si getta dalla finestra ma rimane impigliato al ferro dell'imposta, Gianciotto gli è addosso, Francesca si frappone fra i due e accoglie la pugnalata in pieno petto. Poi il gobbo assassino finisce anche il fratello rivale...
All’epoca la storia dovette far scalpore se Dante, assiduo frequentatore della casa Da Polenta, ne fu così impressionato da riservarle uno dei momenti più alti e suggestivi della sua Divina Commedia.
Per secoli la tradizione ha ritenuto teatro del delitto il castello di Gradara, dove vi mostreranno ancora la camera di Francesca, l'ingresso segreto, l'uscio dell'agguato, la finestra e così via.
Ma c'è di più. Nel 1790 fu rinvenuto nel castello lo scheletro di una donna ricoperta di gioielli e vesti preziose: era Francesca? Francesca!, decretò il popolo, fugando ogni dubbio. E Paolo? Non voleva la tradizione che i due amanti fossero stati sepolti nella stessa tomba? E se poi qualche malvagio li avesse separati? Troverebbero piena giustificazione i periodici lamenti notturni dei due infelici innamorati che invocano la riunificazione!
La prova incontrovertibile che vuole Gradara sede della tragedia sono proprio quei lamenti - lamenti d'amore, è fuori discussione - che di tanto in tanto, quando tacciono le discoteche, si elevano strazianti dagli spalti. E se una notte o l'altra apparissero anche i fantasmi, completi di ricche vesti, oppure avvolti in un lenzuolo svolazzante o, meglio ancora, nudi come mamma li fece, stando alla tavola illustrata del Dorè? La locale benemerita pro-loco offrirebbe sicuramente una lauta ricompensa al fortunato... visionario.



domenica 16 luglio 2017

UNA FICTION ?



Se dovessi scrivere una fiction per la televisione italiana non saprei da che parte cominciare. La prima tentazione sarebbe quella di pescare fra la lista dei personaggi noti, appena defunti o addirittura vivi. Un Papa, non c’è che l’imbarazzo della scelta, purchè ci si limiti al nostro secolo o a quello appena trascorso. Cosa faceva il Papa attuale, o uno di quelli defunti da non troppo, a sei anni, a dieci, a diciotto, a ventisei, a trentacinque? Come nella vecchia agiografia di Jacopo da Varazze, dove i grandi santi sono già santi appena nati o subito dopo e, dalla più tenera età, si portano in capo, con motivato orgoglio, la loro brava piccola inossidabile aureola. Lasciando in pace Papi e Santi,  ci sarebbero i politici: la giovinezza di De Gasperi, o quella di Togliatti, oppure la vita di Pertini (strano che a Pertini non ci abbia ancora pensato nessuno). Stilisti e stiliste già abbondantemente praticati. Poi i sindacalisti, i capitani d’industria, qualche poeta purchè sufficientemente “maledetto”. Di pittori italici attuali o recenti, molto conosciuti a livello popolare non ce ne sono, quindi lasciamo stare la filiera. Si potrebbe provare con Guttuso, ma chi se lo ricorda?
E allora libriamoci sull’onda della pura invenzione. Una fiction di quelle interminabili, a puntate, bissabili o triplabili negli anni a venire purchè sostenute da prevedibile successo e da adeguata promozione. Tentiamo.
Una giovane extracomunitaria approda sui nostri lidi. Nel naufragio dello zatterone, pilotato da un bieco scafista, che tentava di traghettare una messe di clandestini sino alle acque italiane, sono morti suo marito e i suoi due figlioletti. In preda alla disperazione, la giovane libica si è gettata a nuoto ed è quasi riuscita a toccar la riva. Poi le forze le son venute meno ma è stata sollecitamente soccorsa da un pescatore con la sua barchetta, debitamente fornita di lampara.
Così la ragazza sfugge alle procedure d’identificazione, controlli medici, avvolgimento in copertina argentata e via di seguito. Il pescatore la trasferisce nella sua piccola capanna situata fra gli scogli siculi dove ospita anche un suo cugino del continente che si è recato da lui per dimenticare una delusione amorosa.
La ragazza - il volto debitamente incorniciato dallo shador -  è sfinita, sofferente. Il giovane ospite, che sta studiando medicina ed è prossimo alla laurea, vincendo la naturale ritrosia della ragazza, le presta le prime cure.
Intanto nel porto di Lampedusa lo zatterone, salvato in extremis dalla motovedetta nostrana, ha sbarcato i malconci superstiti. Si fa strada fra i corpi macilenti dei migranti un giovane disperato alla ricerca di sua moglie. Credendolo morto, dopo la perdita dei due piccoli, la donna si è gettata in mare ed è scomparsa fra le onde. Può essersi salvata, ha toccato terra, qualcuno l’ha vista?  
Sino a qui ci siamo. Quale programmista televisivo, quale critico letterario se la sentirebbero di non gradire una vicenda attuale, con gli esuli disperati, gli italiani ospitali, l’accoglienza immediata e l’integrazione a un passo: insomma una storia politically correct e anche commovente…
Da questo momento la mia fiction seguirebbe due vicende parallele. Quella della giovane libica esausta e disperata, soccorsa e guarita dal laureando che riesce a rimetterla in sesto restituendole nel contempo la forza di vivere, e quella del marito alla disperata ricerca di sua moglie. Con i relativi sviluppi: fra la giovane libica e il promettente laureando in medicina nasce un tenero sentimento che potrebbe preludere a qualcosa di più, come le puntate successive potrebbero incaricarsi di raccontare. E intanto, nel campo di prima accoglienza, il marito trova conforto in una fanciulla compaesana e co-salvata: insieme decidono di abbandonare il campo per cercare un lavoro saltuario nel paese ospitale.
Come autore di fiction saprei benissimo cosa fare, quali personaggi introdurre via via:  una giovane infermiera, un esoso datore di lavoro, un bieco caporale arruolatore di disperati, un poliziotto comprensivo ma fino a un certo punto, un sindaco compiacente, un criptoterrorista… E poi lancerei il personaggio del marito con annessa amica alla ricerca di lavoro in un vero e proprio road movie risalendo l’Italia e toccando di preferenza le regione fornite di generose e comprensive “film commission”, la Puglia, le Marche, su su sino al Piemonte.
Ma come scrittore con la Esse maiuscola sarei in serio imbarazzo: troppo stereotipi, troppi luoghi comuni, troppi passaggi obbligati, troppi occhiolini strizzati all’uopo.
Eppure debbo proseguire, non fosse altro che per terminare questa specie di bislacco raccontino. Come mi comporto? Faccio ricongiungere moglie e marito libici spezzando le due tenere storie d’amore che mi sono già fiorite sulla tastiera del computer? Troppo crudele e anche un po’ troppo “lieto fine”. Faccio proseguire le due nuove storie d’amore? La libica che si trasforma via via nella raffinata ed esotica consorte del medico alla moda, abbandonando shador e tradizioni? Ma poi un bel giorno una libica-doc che funge da badante al vecchio nonno dello sposo le ricorda le sue origini, la sacra religione dell’Islam, il tradimento della sua cultura, un’integrazione troppo a buon mercato. Che farà la giovane sposa? Riconquisterà il suo ripudiato shador?
Sull’altro versante avrei da seguire la vicenda dell’ex-marito che continua il suo difficile esodo su e giù per lo stivale prima di spostarsi in Germania, in Francia o in altro paese comunitario. Per lui la vita è dura. Un extracomunitario “cattivo” gli propone la facile via del vizio. Spacciare droga. Si fatica poco e si guadagna bene. Il giovane tentenna, starebbe quasi per aderire, ma....
Una retata. L’innocente ex-marito viene arrestato come spacciatore. In galera. La trama mi si complica nel cervello. E se a difenderlo dalle accuse accorresse l’angelo dei migranti, cioè l’avvocatessa degli extracomunitari, che poi sarebbe quella giovane paladina a suo tempo naturalizzatasi italiana grazie al matrimonio con un medico? Insomma la sua ex-moglie?
E se il buon clandestino cadesse nelle grinfie di un Iman “cattivo” che recluta terroristi da spedire nei luoghi caldi, l’Irak, la Siria, o per compiere atti di terrorismo nei paesi dell’Occidente?
E se inventassi anche qualche protagonista nostrano per arricchire il cast e non farne soltanto un racconto di extracomunitari? Che so: il figlio di un datore di lavoro rapito? Da chi? Perché? Un ricatto, una vendetta? Mi ci vorrebbe l’ispirazione. O meglio d’ispirazione ce ne ho anche troppa. Ci vorrebbe il coraggio di battere altre storie: perché non dedicarsi a una bella vicenda alla Jane Austen per esempio. Con trepide fanciulle da marito e stagionati rubacuori… Sicuramente mi divertirei di più. Ma non è proprio il caso. A quelle ci pensano già le telenovelas. 
(Leandro Castellani)