Alle
ore 9,42 dell’11 gennaio 2023, usando la tastierina istallatami da mio figlio
Aldo Emanuele Castellani, pongo mano a questo supplemento di memorie. Mi
correggo: pongo mano ai “Prolegomeni a qualsiasi altro mio scritto che voglia
dirsi o costituirsi come esaustivo.” Il tutto alla vigilia di un malefico evento
che non nomino perché andato a vuoto, nonché della presentazione al pubblico
fanese della mia autobiografia, bonaria e ottimistica, ma non certo buonista,
edita da Amazon, che sarà presentato e posto in vendita il 27 di questo mese
Cosa
narrare ancora? Nulla di nuovo. Ma forse specificare meglio che cosa ci sono
venuto a fare nel mondo infido, variegato e meraviglioso dello spettacolo, per
gli scarsamente informati.
Quindi,
bando all’umorismo – ammesso che la faccia a farne senza - e comincio questo mio nuovo e compendioso lavoro
con leggeri brividi alla base della schiena e brontolii al gran simpatico.
Come
consuetudine per uno scrittore che si definisca tale, comincio in medias res, visto
che ormai sono già passati circa venti minuti e si son fatte le dieci.
1.
Abbandono
Fano poco più che ventenne. Alla mia città natale ho regalato qualche spettacolo
allegro, da periodo carnevalesco, nel “piccolo teatro” inventato dal nulla presso
la parrocchia di San Marco. Inoltre – stavolta assieme agli amici Luciano
Anselmi e Paolo Petrelli - ho tentato di dar nuovo fiato alla storica
Filodrammatica Cesare Rossi, ideata vent’anni prima dal prof. Italo Mengaroni e
che ha galvanizzato i giovani della generazione precedente alla mia. In più –
ma dovrei dire in primo luogo - sono stato assiduamente e volontaristicamente
presente nelle organizzazioni del laicato cattolico, prima fra tutti l’Azione
Cattolica e poi la Federazione universitaria, la Fuci, mentre mi sono
programmaticamente e un po’apoditticamente astenuto dal frequentare i luoghi
topici del vitellonismo locale, dalla pista da ballo del Florida agli storici
tavolini del Caffè Centrale, nonché i ritrovi abituali della vigorosa goliardia
provinciale, pur conservando rapporti di amicizia con tutti o quasi i miei
coetanei senza mai ostentare presuntuose ostilità o intolleranti ritrosie.
A
Roma, dove sono stato inizialmente e abbastanza prodigiosamente cooptato per
meriti di “volontarismo giornalistico”, lavorerò alla rivista universitaria
“Ricerca” per circa tre anni, mentre concludo i miei due corsi di laurea
sostenendone le tesi, faccio apprendistato giornalistico e organizzativo,
scrivo recensioni (e reportages dal Festival di Venezia) per il più antico periodico
italiano di cinema, quella “Rivista del cinematografo” che vanta precedenti e firme
illustri. Poi, ritenendo pleonastico il lavorare ancora presso un’organizzazione
universitaria, dopo aver conclusa la mia esperienza e ottenuto le mie lauree, mi
appresto a tornare in patria. Le mie numerose collaborazioni giornalistiche – condotte
in modo professionale quanto ritroso – non sono tali da trattenermi ancora
nella capitale, di cui ho evitato - per scelta intellettuale e forse
caratteriale - i luoghi topici del salottiero nonché i circoli intellettuali impegnati,
quelli nei quali ci si può mettere in mostra e puntare a far carriera. Decido di
ritornare ai miei lidi, nei quali vivono i miei amatissimi genitori e sorella,
e mi accingo a vagliare alcune proposte d’insegnamento della storia e filosofia
in istituti secondari della mia Regione, materie per le quali ho già sostenuto in
modo estremamente brillante e positivo il cosiddetto Esame di Stato.
Ma
alla vigilia della mia partenza da Roma, un amico – per la cronaca un altro
esule dalle Marche, Daniele Cavalli, figlio del noto fotografo, senigalliese adottivo
– mi segnala un Concorso pubblico che sta per chiudersi: si cerca nuovo
personale in previsione dell’apertura di un secondo canale televisivo. Faccio
ancora in tempo? Mi iscrivo. Partecipo alla prima selezione scritta, che vede assiepati
sui banchi, dispersi in vari siti della penisola, ben diecimila aspiranti.
Vengo ammesso alla successiva selezione
orale. Mi si sussurra che sia arrivato primo su diecimila. Uno stage di circa un trimestre per i ventinove
vincitori della prova orale. Il tutto nel giro di pochi mesi, mentre l’Italia è
in fermento per la febbre delle gloriose Olimpiadi del Sessanta. Ma tutto questo
l’ho già narrato nella mia Autobiografia. Che mi ripeto a fare?
2.
Andiamo
avanti. A questo punto dovrei fare un po’ la storia della Televisione italiana
partendo dalle origini, ma non è che ne sappia molto e quanto disponibile alla lettura
non sempre è attendibile. Cerco di riassumere i fatti, appresi soprattutto per sentito
dire. Periodo sperimentale a Milano, L’EIAR, benemerita e inquinata industria
detentrice della licenza per la radiofonia, si è rinnovellata nel primo dopoguerra
cambiando il nome in RAI – Radio Audizioni Italiane - e apprestandosi ad aprire
un canale televisivo. Primo periodo di sperimentazione in Corso Sempione a
Milano, mentre a Roma la vecchia dirigenza massonica, proveniente in massima
parte da Torino, deve cedere terreno a nuovi equilibri politici in ascesa.
Soprattutto
per sentito dire conosco la mitica storia della parabola Guala. Filiberto Guala,
abile manager torinese, già amico del defunto futuro santo Pier Giorgio
Frassati, nominato Amministratore Delegato della RAI con pieni poteri, cercherà
di mettere in piedi una tv formatrice e, se possibile, riformatrice, in un
paese povero, reduce da una guerra disastrata e disastrosa, affettato e diviso fra
nord e sud nonché di elevato analfabetismo. Nascono i primi programmi, mentre personalità
nuove o inventate o riciclate, giornalisti provenienti, almeno in parte, dalla
cosiddetta corrente catto-comunista, studiano e abbozzano i primi programmi.
Dal cinema un po’ di secondo piano ma anche dal teatro e dalle nuove leve
giovanili si pescano registi e realizzatori in grado di apprendere e poi mettere
in campo, in modi “rivenduti e corretti”, quanto si sta già facendo negli Usa e altrove. Con un primo Concorso
pubblico si cercano nuove leve, specie in ambito milanese, fra gli allievi di
Mario Apollonio, teorico del teatro, nonché
fra quelli dell’Accademia di Silvio D’Amico e particolarmente fra i transfughi
più “impegnati” dalla Università Cattolica del Sacro Cuore. Fra i nuovi assunti
il filosofo Gianni Vattimo e poi Furio Colombo, Umberto Eco, Sergio Silva, Fabiano
Fabiani, Emanuele Milano, Federico Doglio, Giovanni Leto, molti dei quali costituiranno,
in tempi più o meno accelerati, le solide spalle della nuova impresa. Reazione
della vecchia consolidata staff massonico-radiofonica che bolla i “nuovi” con
l’infamante appellativo di “corsari”.
La
faccio breve: cataclismi vari, incompatibilità politiche, ostilità interne ed
esterne. Filiberto Guala, vista l’impossibilità di varare il nuovo, rinuncia anche
al vecchio e finirà per gettare la spugna e arrendersi alla sua più autentica vocazione
facendosi monaco trappista. I suoi uomini nuovi vengono disseminati fra i
vecchi o addirittura messi al bando. Ma ho condensato inizi, aspirazioni e battaglie di questa prima tv italiana in un
saggio, La TV italiana ha cinquant’anni,
pubblicato sull’importante rivista “Il Veltro” (n.3-4, maggio-agosto 2004).
3.
Al
tempo del mio ingresso nella già corposa compagine televisiva della Rai sembra
che la situazione stia ancora una volta per cambiare. Pier Emilio Gennarini, forse
il principale braccio armato della fallita rivoluzione di Guala, essendo stato il
primo a concepire un organico “piano editoriale” e soprattutto una “mission”
per una giovane tv formatrice e informatrice, dopo la scontata quarantena sembra
riprendere quota e spera che il nuovo Concorso pubblico – di cui è l’artefice e
il “patron” - nonché la prospettata imminente apertura di un nuovo canale, possano
finalmente varare una rinnovata e ritrovata tv, sotto l’egida del nuovo direttore
generale, Ettore Bernabei, fanfaniano di ferro, solidamente legato al potere
politico ma in certo qual modo “garante” del nuovo. Vincerà?
La
prima battaglia democratica Pier Emilio Gennarini l’ha già vinta alcuni anni
prima, nel 1958, varando un ciclo di documentari, Cinquant’anni 1898-1948, in cui si affrontano “fra cronaca e
storia”, senza pregiudizi ma con la
dovuta cautela, argomenti e fasi storiche recente come il prefascismo, il fascismo,
la seconda guerra mondiale e la Resistenza. Grandi polemiche ma grande
successo. Il merito di Gennarini, promotore e difensore dell’iniziativa, firmata dal giornalista Silvio Negro e dal
regista Gian Vittorio Baldi, va girato almeno in buona parte all’effettivo giovane capo-equipe dei realizzatori,
quel Sergio Silva che incontrerò e ritroverò più tardi come mio Dirigente nel
Servizio Cultura e poi promotore e gestore delle mie Cinque giornate di Milano.
Ma
Gennarini perderà, almeno per il momento, la sua battaglia. Si limiterà a
cooptare nel suo fantomatico Servizio Studi solo due elementi del Corso,
Liliana Cavani e il sottoscritto, dirigendoli verso impegni di tipo
realizzativo. Tutti gli altri nuovi “corsari” verranno dispersi per i meandri
dell’organigramma.
In
questi primi anni di vita la tv italiana ha affrontato la “prosa”, sia i classici
che i moderni e i nuovi autori, affrontando con coraggio e un pizzico di
spregiudicatezza un vasto repertorio teatrale e letterario italiano e straniero.
E poi ha inventato gli “sceneggiati seriali”, utilizzando il ricco carniera di
attori creati dal teatro di prosa e di rivista, e scoprendone altri. Ad Anton
Giulio Majano, vero creatore del “genere” si sono affiancati altri nomi, da
Sandro Bolchi a Edmo Fenoglio, al giovane e promettente Giacomo Vaccari,
prematuramente scomparso. Mentre Antonello Falqui con Guidino Sacerdote hanno
creato i grandi spettacoli di “varietà” per l’imperdibile “sabato sera”.
Tutti
spettacoli più o meno “fatti in casa”, all’interno degli studi Rai e con
maestranze dell’azienda. Con pochi
apporti esterni. Quanto al
reportage giornalistico e al “documentario” i nuovi realizzatori hanno
cercato di affrontare e raccontare un’Italia spesso ignota agli stessi
italiani.
Ed
eccomi arrivato al terzo punto, cioè
alla vigilia del mio ingresso in Rai.
4.
Non
sto a raccontare di nuovo la mia storia. L’ho già fatto e “ad abundantiam”
nella mia ponderosa autobiografia.
Quando, agli inizi degli
anni Sessanta, incontrai la televisione ero molto giovane ma la tv era più giovane di me: era proprio
una bambina, ancora alla ricerca di modi di essere e di esistere. Attingeva a
piene mani al repertorio teatrale nonché
alle sobrie ma sostanziose compagini di attori creati dal medesimo. E
utilizzava tecniche cinematografiche piuttosto elementari, scoprendo il ruolo privilegiato
di certi elementi di linguaggio solitamente tenuti in subordine, come la
tecnica del campo-controcampo, l’importanza essenziale dei “piani ravvicinati”,
in particolare del “primo piano”, a scapito del campo lungo e lunghissimo.
Grazie anche alla cooptazione di tecnici e maestranze importate, soprattutto
dal “cinema di genere”. Il tutto allestito in pochi studi fra Roma e Milano, con
scenografie elementari, l’utilizzazione di due - massimo tre - telecamere ingombranti,
una sola delle quali fornita di carrello, con varie limitazioni per quanto
riguarda i contrasti, il controluce, le
panoramiche veloci e così via. E con un montaggio di sequenze, atti
teatrali, azioni, tutto “fatto a priori”, cioè fissato prima della registrazione.
Per strada feci
molte esperienze, imparai molte cose, ma altre a mia volta ne insegnai a quella
bambina ancora ingenua che era la tv, peraltro aperta alla vita e desiderosa di
imparare.
Cominciamo dai documentari,
perché ho iniziato con i documentari, o meglio con le inchieste: due generi che
usano in parte gli stessi materiali ma con finalità diverse. Il documentario documenta – nasce dal cinema – mentre
l’inchiesta indaga – nasce dal
giornalismo – propone, fornisce pezze di appoggio alla scoperta di un fatto o
per verificare un’ipotesi.
Agli inizi degli
anni Sessanta esistevano due modi di fare documentari alla tv. Il primo riprendeva la tecnica dello
stagionato documentario cinematografico nostrano – medio e cortometraggio –
applicando una grammatica tassativa o quasi. Si cominciava con un gran “totale”
in “campo lungo” di un paesaggio o di una città, poi si passava a un “campo
medio”, a un campo ancora più ravvicinato o a una panoramica estenuantemente
lenta – da destra a sinistra o dal basso in alto –, mentre una voce “fuori
campo” declamava un testo pseudopoetico che spesso andava per conto suo.
L’ultima immagine del film era quasi sempre un tramonto. Annualmente i cortometraggi
cinematografici – spesso usati come micidiale “complemento programma” per le
sale cinematografiche, al pari dei cinegiornali e dei “prossimamente” - presentavano domanda per i previsti premi
ministeriali. Era storia corrente e risaputa che un’unica società, amministrata
da un produttore che era anche lo sposo di una brava attrice di prosa, si
accaparrasse tutti i premi, che volonterosi registi in erba realizzavano u sua
commissione con esigui tassativi metri di pellicola a disposizione, su temi
pseudoturistici e culturali. Senza eccezioni. Le uniche quanto mai sporadiche eccezioni
forse per qualche cineasta di chiara fama. Per esempio il mio maestro Nelo Risi
si era aggiudicato un premio per un cortometraggio dedicato al delitto di
Giacomo Matteotti. Ne ricordo alcune intense immagini che documentavano l’estremo viaggio della salma rinvenuta
attraverso il tragitto ferroviario fra i paesi della Bassa.
Il secondo modo di
fare documentario era quello introdotto dai nuovi telecronisti che avevano
scoperto una maniera più vivace per effettuare le riprese – invertibile in
16mm. –, spezzando la vecchia grammatica del cine-documentario grazie
all’introduzione delle “interviste”, o pseudo-tali perché quasi sempre con
testo messo a punto e iterato più volte alla ricerca della versione più lineare
e senza pause, con buona pace della spontaneità o della “verità”. Non dovevano
mai apparire microfoni in campo e molto raramente comparivano gli
intervistatori, se non quelli di chiara fama come lo scrittore-regista Mario
Soldati e, più avanti, lo scanzonato Ugo Gregoretti. O il cronista sportivo
Sergio Zavoli, con i suoi “processi” alle tappe del giro d’Italia. E con la debita eccezione di alcuni “stili”
personali: nel 1948, Carlo Alberto Chiesa aveva vinto il primo Prix Italia
della Sezione Documentario con una “finta” diretta della mattanza di tonni in
Sicilia, in realtà realizzata e montata a più mani. Ugo Gregoretti aveva
bissato il Premio nel 1960 con un divertente racconto fra poesia e umorismo
sulla Sicilia de Il Gattopardo.
5.
E veniamo a me. I
miei non erano documentari e neppure cronache tele-giornalistiche. Intanto
tiravo in ballo la Storia, remota e recente, argomento quasi tabù. E insieme ripudiavo
del vecchio cine-documentario la vecchia grammatica stantia, disprezzando i
campi lunghi a favore del primo piano e del dettaglio. Poi introducevo una
sorta di teaser – che io avevo battezzato
“pretitolo” –, ovvero una breve aggressiva premessa di un minuto, poco meno o
poco più, per catturare l’attenzione dello spettatore sul tema affrontato e
dibattuto nel corso del programma, ponendo gli interrogativi aperti che poi
avrebbero trovato risposta, o perlomeno sviluppo. Sino ad allora, non ci aveva
pensato nessuno. Poi lo avrebbero adottato in molti.
L’operazione andava
di pari passo con la messa a punto del commento parlato che avevo reso
strutturalmente più povero: frasi brevi, senza tema di ripetere i nomi propri dei
personaggi al posto dei pronomi, ritmo e scansioni agevoli per la lettura dello
speaker senza elucubrati tentativi di variazioni giornalistiche né tanto meno
tentazioni letterarie, insomma un commento parlato icastico,
martellante, incisivo. Anche qui senza paura di usare gli stessi termini, di
iterare ogni volta i nomi, inseguendo soprattutto la chiarezza, usando paragoni
verificabili quanto si trattava di citare cifre. Audio e video nascevano insieme. Sconcertava
molti colleghi che mi portassi in moviola la macchina da scrivere per far
lavorare in simbiosi audio e video.
Un’inchiesta su
fatti e personaggi della storia non doveva essere un programma di nicchia ma,
al contrario, doveva essere fruibile anche da un pubblico non particolarmente
acculturato.
Fu un esperimento
nuovo, cui corrispose un esito estremamente positivo, più tardi sancito dalla
vittoria del Prix Italia.
Avrei adottato
sostanzialmente la stessa formula e lo stesso linguaggio anche nelle mie
inchieste degli anni Sessanta-Settanta, tra le quali: Il caso Rajk, Il segreto di Rudolf Hess, L’assassinio di Trotsky, Operazione
Alsos, Jean Jaurès apostolo del
pacifismo, Marsiglia 1934. I
testi raccolti nel volume Giallo storia,
anche se rivisti e adattati per la pubblicazione, possono suggerirne un’idea.
Altra innovazione:
il ripudio – per quanto riguarda la colonna sonora – di un commento di tipo…
pastorale, vagamente sinfonico, insomma di stampo classico, cosiddetto
“d’epoca”, adottato di solito in programmi del genere ed ereditato dalla tradizione
documentaristica, in favore di un commento musicale decisamente moderno. Anche
stavolta, la ricerca di coloriture musicali non avulse dal connubio
parola-immagine: decisi che il commento musicale non doveva essere
necessariamente coevo alle immagini usate, ma che doveva rispondere alle
sottolineature emotive volute dall’autore.
6.
Misi definitivamente
a punto questo nuovo modo di fare inchiesta
quasi per caso,
anzi: potrei dire su commissione, quando ricevetti l’incarico di organizzare in
un racconto una serie di interviste ai maggiori scienziati nucleari che, in
base a un mio soggetto sulla Storia della
bomba atomica, peraltro ispirato dal libro Gli apprendisti stregoni di Robert Jungk, altri si erano curati di
raccogliere. In particolare era stato Virgilio Sabel, nei momenti liberi da un
suo corposo impegno documentaristico per il mondo circa le ultime novità
tecnologiche. Quelle interviste erano state parzialmente doppiate ma di fatto
abbandonate in moviola come praticamente irrecuperabili o inservibili.
Mi resi conto che sarebbe
stato troppo semplicistico ed elementare – quanto noioso per me e per i futuri fruitori
– limitarmi a giustapporre le interviste a materiale di archivio, a mo’ di
centone, seguendo la falsariga cronologica dei fatti e scrivendoci sopra un
minimo di commento esplicativo. Non era questa la strada giusta. Il materiale
di archivio a cui sarei ricorso doveva servire innanzitutto a motivare,
incalzare, “inquisire” i testimoni intervistati. Non dovevo limitarmi ad
arricchire le loro risposte, forse troppo lunghe o pleonastiche, con alcune
immagini. Le immagini non dovevano servire ad “alleggerire” le risposte dei
testimoni intervistati – rischiando addirittura di distrarre o deviare lo
spettatore –, ma dovevano servire a motivare le domande, gli interrogativi, i
perché, rendendole esaustive e... aggressive. E gli interrogativi introduttivi
dovevano essere utilizzati anche per presentare il personaggio chiamato in
causa, il suo contributo alla storia, le sue responsabilità, ma tutto questo
solo grazie alle immagini senza nessun intervistatore logorroico e indisponente.
Era la voce narrante ad assumersene il compito.
Occorre tener
presente che, negli anni Sessanta, non c’era la possibilità di accedere a molti
archivi giornalistici e cinematografici stranieri per procurarsi materiale fresco,
quindi il materiale disponibile era più o meno consunto e già visto, tra cui
quello targato LUCE e INCOM. Decisi di usare per quanto possibile il materiale di
repertorio usandolo come cifra, come icone evocatrici in una netta rispondenza
fra immagine e commento parlato, con un montaggio serrato che seguisse più le
tecniche degli “audio visual aids” che quelle del vecchio documentario di
derivazione cinematografica o dell’abborracciato giornalismo televisivo. Non
era importante cercare ogni volta immagini inedite o nuove per documentare una
battaglia, uno scontro, un momento della ricerca scientifica, un dibattito
politico, un fatto di costume, eventi e situazioni. Anzi risultava utile, se
non essenziale, iterare le stesse immagini – in parte già viste e conosciute –
assumendole come simbolo, come promemoria, come riproposta di un volto o di un
evento. Insomma: come una sorta di sigla-emblema di un fatto o di un
personaggio, spesso isolando le immagini dal loro contesto originale, dallo
spezzone di cinegiornale da cui provenivano. Inoltre le immagine potevano
servire non solo a richiamare e documentare un evento del passato, un
personaggio, ma anche ad evocare, a proporre metafore o eloquenti allegorie:
una veloce carrello , una panoramica, un mare in tempesta, una folla agitata, un
giro di valzer, la corsa sulle montagne russe del LUNA PARK. Tutte immagini che
potevano assumere un intuibile significato metaforico.
Si trattava per me di
costruire una sorta di sceneggiatura a posteriori per riuscire a comporre,
basandomi su documenti filmati e materiali iconografici nonché sulle interviste
girate, non tanto un resoconto piattamente oggettivo sulla costruzione della
prima arma atomica quanto un’indagine che chiamasse in causa gli stessi
protagonisti. Una sorta di giallo in cinque/sei puntate. Fu un lavoro molto
complesso, svolto prevalentemente alla moviola, da cui uscì un tipo di
costruzione nuova, che non era né un’inchiesta giornalistica né un mero
resoconto storico. Accostando fra loro come in un puzzle le diverse “pezze di
appoggio” costituite dalle testimonianze-intervista, invitavo il telespettatore
a mettersi anche lui alla ricerca dei fatti e dei dibattiti che avevano
determinato il lancio dell’atomica su Hiroshima.
L’inchiesta
diventava anche e soprattutto riflessione morale.
7.
Dopo il Prix Italia conquistato
nel 1965 ci fu il secondo passo: con alcuni “scarti” delle interviste raccolte
per la Storia della bomba atomica,
arricchiti da materiali di archivio e da due nuove interviste raccolte da me, compongo
L’enigma Oppenheimer, a tutt’oggi
l’inchiesta più premiata della televisione italiana. Ottenni il Leone d’oro alla
Mostra del Cinema di Venezia e quella fu la prima volta che una produzione RAI vinse
un massimo Premio per il documentario. Poi ricevetti il Premio Guglielmo
Marconi come miglior programma dell’anno, il Gran Premio della Critica
Internazionale al Festival della tv
di Montecarlo e ancora altri riconoscimenti.
L'enigma Oppenheimer sviluppa ulteriormente le soluzioni adottate per la Storia della bomba atomica. Scompare del
tutto la linea di demarcazione fra racconto e testimonianza diretta. Il
racconto della vita del “padre della bomba atomica” coincide con il tentativo
di recuperarne la biografia per approssimazioni successive, mediante documenti
e testimonianze che, a loro volta, costituiscono punti d'appoggio per proporre
nuove ipotesi, lumeggiare aspetti ignorati, aprire nuovi interrogativi. In
breve, fare della "ricostruzione" di un personaggio più un
"problema" che un "dato di fatto". A Parigi avevo scovato e
intervistato Haakon Chevalier, l’uomo accusato ingiustamente da Oppeheimer di
essere una spia atomica.
Non
posso sottacere il fatto che le mie “intuizioni” di linguaggio fecero scuola e
contribuirono a rinnovare e rinfrescare tecniche e modi del documentario televisivo.
Temi, stilemi e montaggio spregiudicato vennero celermente imitati e utilizzati
da tutti i settori della tv.
Il
mio programma L’enigma Oppenheimer
conteneva in fieri un suggerimento audiovisivo: quello di rappresentare, più
che di citare testi, era per qualche verso un “Teatro-Inchiesta” ma ancora
proposto solo in immagini e documenti graficamente elaborati in truka e animati
col montaggio. Quasi un’involontaria premessa alla mia creazione di un nuovo format: il teatro inchiesta.
Nel 1967 creai e misi
a punto un nuovo format, ma a quel tempo la parola “format” non esisteva e
nemmeno i copyright per certificare il diritto di autore. Quando il primo ciclo
del nuovo format ebbe successo, ci fu la
corsa per assicurarsene la paternità: dal funzionario tv che l’aveva promosso sino al direttore di Rete. Tutti
padri e creatori!
Teatro-Inchiesta (1967): la battezzai così. Una formula per raccontare
alcuni momenti della cronaca passata e della storia recente basandomi sui
documenti testuali. L'elemento "teatro" - inteso come ricostruzione
di tipo teatrale, con l’uso di attori - per drammatizzare e raccontare tali
documenti, evitando tassativamente di ridurli a pretesto per un generico
"sceneggiato": il programma doveva restare fondamentalmente
un'inchiesta, costruita sulla dialettica serrata fra indagine televisiva e
ricostruzione.
Forse
qualche anno più tardi mi accorsi di aver inventato il docu-drama o
docu-fiction o docu-film che dir si voglia. Prima, dopo oppure
contemporaneamente ai francesi e agli americani? Vallo a sapere!
La
mia formula, oltre tutto, avrebbe aperto nuovi spazi di drammaturgia televisiva
scavalcando le regole di compartimenti-stagno, rigidamente invalicabili, che
vigevano ancora in RAI, severe e tassative divisioni fra i vari Servizi
(documentari, “prosa”, rivista e così via), altrettante pastoie per chi volesse
fare, non già prosa, cinema, documentario, ma quel pastiche di generi che –
guarda un po’? - si chiama appunto “televisione”.
Teatro-inchiesta
rompeva questi opinabili compartimenti-stagno. Era un’idea semplice: il
documento testuale può fornire spunto per un’azione drammatica basata su fatti e
testi storicamente verificati, l’azione drammatica può costituire una predella,
una pezza d’appoggio per proseguire l’inchiesta con altri strumenti:
l’intervista, la ripresa documentaristica, l’iconografia.
In cicli successivi,
e con varie collocazioni, la formula fu assai feconda e sopravvisse sino al
1973.
8.
Dovrei pendere per buona
la definizione di Carlo Scaringi sul Radiocorriere TV: “Leandro Castellani è in
certo senso il padre della storia in televisione.” ? Penso proprio di sì. E forse
anche il padre di un modo diverso di concepire e realizzare uno sceneggiato
storico, come avrei dimostrato nelle mie Cinaue
giornate di Milano.
Gli unici precedenti,
per quanto riguardava questo tipo di sceneggiati, erano legati a visioni
tradizionalmente vetero-patriottiche come Ottocento
di Anton Giulio Majano, tratto dall’omonimo romanzo di Salvator Gotta, o i
cicli de I grandi camaleonti sulla
Rivoluzione Francese. Con Le Cinque Giornate di Milano, che riscrissi
e sceneggiai da capo, sia pure appoggiandomi al lavoro preparatorio del
milanese Luigi Lunari, proposi una lettura del tutto inedita del nostro
episodio risorgimentale, al di fuori della retorica patriottarda: la visione
federalista ed europeista di Carlo Cattaneo, il pre-gattopardismo conservatore
dei filosabaudi (Casati & C.), l’estremismo rivoluzionario dei guerriglieri
urbani ante litteram (Enrico Cernuschi). Guerriglia milanese contro esercito
austro-ungarico. Una visione del tutto inedita, ma trascritta nei moduli del
romanzo popolare, quello che occupava il prime time esclusivo della domenica,
con il dovuto spazio riservato all’immancabile storia d’amore, ma stavolta strettamente
collegata alla vicenda politica e basata anch’essa su inediti quanto
ineccepibili documenti storici.
Inoltre, mi permisi
un’incursione sul terreno del mio “teatro inchiesta” proponendo, nella quinta e
ultima puntata, la rievocazione dell’episodio di Porta Tosa non in termini di
rappresentazione ma attraverso la lettura delle pagine dell’Archivio Cattaneo proposte
direttamente dagli attori in abito borghese, disponibili a calarsi successivamente
nei personaggi della ricostruzione-finzione. Un espediente un po’ brechtiano
che userò di nuovo nel 1975, nel Tommaso
d’Aquino. Uso totale ed esclusivo di due cineprese 16mm. per le scene di
guerriglia e di azione. Anche il materiale registrato con tecnica elettronica -
gli interni negli studi di Corso Sempione - trascritto su pellicola: avrei
montato il tutto da solo, con la mia moviola di Roma. Una tecnica poi adottata anche
per lo sceneggiato in due parti Orfeo in
Paradiso. Dal punto di vista formale questo lungo film televisivo avrebbe
preso il largo dai tradizionali confini dello sceneggiato, nonostante restasse l’ambizione
di non disperdere lo stesso vasto pubblico del prime time: come
di fatto avvenne!
I miei numerosi
sceneggiati o film-tv, legati a
personaggi storici o momenti della
storia remota o recente, corrono dunque su questo binario agli antipodi della
cosiddetta “biopic”, quella basata sulle formule standard della sceneggiatura
all’americana – i tre atti, la scansione dei plot e così via –, che invece
finirà per informare le biografie storiche degli anni Duemila e che oggi è
diventato una sorta di modulo obbligato. La mia proposta di lettura continuava
ad essere, per qualche verso, quella dell’inchiesta: muoversi alla ricerca dei
motivi in serrata dialettica, l’interesse deve scaturisce dai fatti, dai
personaggi e non nella supposta drammatizzazione di avvenimenti che drammatici
già lo sono.
Così, anche nel mio
racconto dell’epopea dell’Ossola, Quaranta
giorni di libertà, ho rifiutato il consueto bandierone resistenziale ormai
di prammatica per descrivere in termini volutamente didascalici una Resistenza
composita, a più facce, mirando non tanto alla generazione dei nostalgici con
un’operazione alla “come eravamo” – forse auspicata dalla committenza - ma puntando al pubblico della generazione
successiva, cioè la mia, che di fatto non ha né conosciuto né vissuto appieno la
temperie resistenziale. Un “cinema povero”, come lo definì con leggero intento
polemico lo sceneggiatore Luciano Codignola, senza faraoniche ricostruzioni “all’americana”.
In definitiva credo
che, anche nel campo dello sceneggiato, il mio apporto sia stato abbastanza
rivoluzionario sia nelle tecniche sia nei contenuti.
9.
Agli inizi degli
anni Settanta affrontai i miei più complessi nonché fortunati lavori all’interno
degli studi televisivi della RAI (Torino e Milano), che ormai frequentavo e praticavo
al meglio nell’intento di rompere la monotonia e la lentezza dei più ammirati
sceneggiati, connaturata alla prassi d’uso della vecchia tecnica di ripresa
televisiva: poche e pesanti telecamere da trasportare da un ambiente
scenografico all’altro con relativo trascinamento di ingombranti cavi,
impossibilità di passare velocemente da una ripresa elettronica in studio a un
“inserto” in esterni, solitamente realizzato con tecnica cinematografica (16mm.
o 35mm.), costruzione delle riprese e montaggio a priori per lunghe sequenze o
tempi o atti teatrali eccetera.
Come cercavo di prendere
il largo dalla felice ma ingessata formula dello “sceneggiato”? Anzitutto, per
quanto possibile e praticabile, cercando di “muovere” le mie telecamere per
ottenere una ricchezza di “campi” e movimenti, suggeritimi dalle mia “educazione”
cinematografica, preferendo non di rado riprese dal basso, ricorrendo addirittura
a una relativamente piccola telecamera mobile – mi pare si chiamasse Ikegami –
peraltro odiata da molti cameramen, abituati alla sicura e riposante routine
dello studio. Poi moltiplicando gli inserti filmati, realizzati in 16 mm,
talora usando la cinepresa “a mano” o “a spalla”, dalla solida e affidabile
Arriflex alla nuova e un po’ capricciosa Eclair, particolarmente cara ai
giovani registi francesi.
E alla fine il salto
definitivo, rischioso quando ricco di prospettive: trascrivere tutto il
materiale elettronico registrato su “vidigrafo” o transcriber, cioè su pellicola
16 mm, e su colonna magnetica separata. Così conquistavo la possibilità di provvedere
successivamente – e personalmente - alla revisione e montaggio sia delle parti
registrate già montate che del girato su pellicola, senza soluzione di
continuità fra le due tecniche di partenza, in un unico coerente unicum
narrativo. Una rivoluzione un po’ in odio ai cosiddetti “tecnici” che
lamentavano la perdita di “definizione” del materiale. Osservazione forse
legittima ma la “perdita” era peraltro ampiamente compensata dal ritmo del
racconto, dalla sua efficacia come “spettacolo”, dalla possibilità tagliare gli
inevitabili “tempi morti” e di incidere sulle inquadrature ma anche sulla colonna sonora, su musica ed effetti, e così
via.
Inaugurata questa
soluzione tecnica ed espressiva – a iniziare, se ben ricordo dal mio Il muro - l’avrei seguita anche per i
due lavori successivi, Le cinque giornate
di Milano e l’Orfeo in paradiso. Mi
risulta che anche alcuni fra i miei più spericolati colleghi d’avventure adottassero
successivamente lo stesso procedimento, per esempio in alcune puntate del mio “Teatro-Inchiesta”, ma la nascita
ufficiale del procedimento sarebbe stata poi attribuita ufficialmente a Michelangelo
Antonioni che, al suo un po’ sofferto debutto televisivo, sarebbe riuscito a
farsi trascrivere in Inghilterra le immagini su pellicola per farne effettuare
poi un sommario montaggio (Il mistero di
Oberwald): insomma l’inventore del cavallo!
Ma la tv stava
cambiando. Il cinema, i suoi uomini, le sue maestranze tecniche, che sino ad
allora avevano disprezzato la cosiddetta sorella minore, stavano scoprendone i
pregi: vasta adesione di pubblico e soprattutto disponibilità di finanziamenti
sicuri. Sarebbe iniziato l’assalto alla tv da parte delle produzioni
cinematografiche, di serie A, di serie B
o di spericolati improvvisatori. Iniziava una nuova era, poi potenziata e
sponsorizzata dal sorgere delle televisioni cosiddette commerciali.
Ma questa è un’altra
storia.
10.
Tornando a me,
ritenni che era giunto il momento - dove aver dato vita a tanti espedienti per
fare delle mie cose dei prodotti di tipo cinematografico - di fare della tv con
tecnica compiutamente cinematografica. Accanto ai faraonici e dispendiose
appalti accaparrati dalle grandi Ditte esterne, la Rai aveva scoperto che piccole
produzioni, a prezzi rigidamente calmierati, contrattati e bloccati, potevano
ormai risultare più economiche rispetto a produzioni gestite direttamente nei
suoi Studi e quindi rappresentare una comoda via d’uscita verso il novero degli
impegni produttivi ormai fissati per legge.
E’ in questo clima e
grazie a questa formula che nascono i miei film televisivi, realizzati tramite
la società fondata assieme a mia moglie, primo fra tutti quella Ipotesi sulla scomparsa di un fisico atomico
tratta da un soggetto di Sergio Amidei, Diego Fabbri e Mirko Tebaldi, riscritto
da me dopo essere rimasto a lungo
abbandonato.
Al di là dei singoli
temi e dei singoli risultati, mi sembra particolarmente importante sottolineare
la novità della formula produttiva, il cui merito debbo condividere con mia
moglie, Maria Grazia Giovanelli. Un sistema produttivo agile, funzionale,
svincolato dalle gerarchie e liturgie del cinema e della televisione, che
anticipava la pratica dei film-makers, ossia dei realizzatori-produttori, anche
se la tecnologia di allora non facilitava certo il compito. Esperienza che le
televisioni si sarebbero affrettate a cancellare, consapevoli che il
contenimento e quindi l’abbattimento dei costi avrebbe potuto mettere in crisi
nuove operazioni finanziarie e speculative.
Negli anni
Settanta-Ottanta si facevano ancora film televisivi seguendo metodi
cinematografici vecchio stampo, con la pleonastica suddivisione e
moltiplicazione dei ruoli legati alle necessità di una tecnologia già desueta,
con relativa levitazione dei tempi e dei costi. Mia moglie ed io adottammo un
sistema diverso: troupe ridotta ma qualificata e… agguerrita; riprese
realizzate quanto più possibile in location esterne, di solito concentrate in
un territorio limitato, possibilmente fuori Roma. In questo, abbiamo preceduto
di un paio di decenni l’istituzione delle varie Film Commission. Un metodo di
lavoro, frutto della mia esperienza televisiva, che purtroppo non fece scuola.
La levitazione, abilmente pilotata, dei prezzi portò alla eliminazione delle
produzioni a basso costo come la mia, a favore delle fauci dei cinematografari
tardivamente convertiti al nuovo medium.
Purtroppo devo
constatare che, mentre il cinema si aggiorna nei modi e nelle tecnologie, i
metodi odierni della produzione televisiva sono ancora quelli pleonastici di un
cinema che, grazie alle nuove conquiste tecnologiche, dovrebbe essere ormai
scomparso…
11.
Un’altra esperienza
sulla quale vorrei richiamare l’attenzione del solerte lettore riguarda l’operazione
Fausto di Marlowe, un modo nuovo di
concepire e realizzare un testo teatrale per la tv.
Sino a quel momento, la cosiddetta “prosa televisiva” correva lungo due
direttrici. Prima direttrice: la ripresa di uno spettacolo di prosa dal teatro in
cui era stato allestito, in ripresa diretta o più spesso differita, usando due
o tre telecamere. Metodo valido per documentare gli exploit di grandi attori e
registi, ma legnoso e scarsamente fruibile come affascinante proposta
televisiva. Un po’ come fare la foto animata di un evento. Seconda direttrice:
l’adattamento in “studio” di un testo teatrale, adottando un tipo di
recitazione un po’ più destrutturata e l’articolazione in due o più ambienti.
Insomma: una spruzzata di sana tv
sul testo di teatro.
Per Il Fausto
di Marlowe ho adottato un sistema
del tutto diverso: proposta integrale del testo nella traduzione moderna di J.
Rodolfo Wilcock, ambientazione in location “dal vero” ma sostanzialmente in un
contesto unitario: la cripta e la chiesa di San Vincenzo al Furlo, i paesaggi e
gli ambienti di Piobbico e Urbania. Il tutto filmato in presa diretta, avendo
cura di non frantumare ogni singola scena in una serie di brevi inquadrature, per
favorire in tal modo la concentrazione e la resa degli attori.
Inoltre, avevo
cercato di tradurre l’immaginario elisabettiano in un immaginario italiano:
streghe al posto dei maghi, folletti e sparizioni a vista, Mamuthones in luogo dei
diavoli. Insomma: un grottesco tra farsa e tragedia. Indici di ascolto e
gradimento alle stelle. Era l’indicazione di un nuovo stile (o di un nuovo
format?) per fare teatro in tv? Ma
non ebbe seguito. Il “teatro in tv” sarebbe scomparso per poi rifiorire in
canali specialistici con la piatta o meno piatta registrazione di esperienze
già collaudate, quasi una pubblica gratificazione più che uno spettacolo per potenziali
fruitori,
Ma - come avrebbe
detto il buon Corrado Mantoni – “non finisce qui”. Fra i peccati che mi sono
stati imputati c’è quello di essermi occupato di troppi generi diversi.
Credo di avere
saggiato e sperimentato, sempre con intenti innovativi, le più svariate formule
di racconto televisivo: dalla rubrica, al programma didascalico a quello
musicale, all’intervista di strada, al programma seriale, allo sceneggiato e
altro ancora. Perché a sedurmi è stata ogni volta la possibilità di saggiare e
mettere in pratica nuovi modi ed esperimenti di linguaggio.
In definitiva,
potrei qualificarmi un antesignano della continua commistione o ibridazione fra
generi diversi – sceneggiati e telefilm, documentari e inchieste, interviste,
dibattiti – senza trascurare rubriche per la cosiddetta “telescuola”, servizi
non accreditati per la tv regionale lucana, programmi pomeridiani per ragazzi,
e così via. E da ultimo la meta-televisione, cioè la mia tv utilizzata come
materiale per una nuova verifica e rivisitazione a distanza: La bomba prima e dopo.
La mia predilezione
per la tv come nuova esaustiva e
feconda possibilità di linguaggio perderà progressivamente terreno negli anni
della neotv e della tv commerciale in cui ho assistito a uno
spento rifiorire dei generi standard nonché “globalizzati”, quali la fiction,
il talk show, l’inchiesta con interviste, i commenti di brani filmati citati e
riproposti dallo studio. Mentre l’innovazione passerà ai cosiddetti “format”,
formule a scatola chiusa coperte da copyright fondamentalmente iterativi e
monotoni.
E dovrei passare ad enumerare i miei difetti
o, se volete, i miei limiti. Che forse sono l’altra faccia dei miei pregi. Mio
merito – o forse difetto – non avere mai voluto ricoprire, rincorrere o cercare
la figura-stampella del conduttore o “mediatore in campo”, spesso rivelatasi – absit iniura
verbis e fatte le debite eccezioni - un mezzo per promuovere funzionari e
giornalisti al ruolo e al relativo prestigio di indispensabili comunicatori,
per renderli indispensabili e insostituibili, e accrescerne “il potere”. A suo tempo il buon Gennarini mi aveva insegnato come l’autore dovesse
mettersi sempre tra parentesi, ossia fuori campo, evitando sciocche e inutili esibizioni
personali. Errore: il personaggio sarebbe divenuto il “testimonial”
insostituibile di quasi ogni tipo di telespettacolo, facendo inutile e
pleonastico “spettacolo di sé”. Sarebbero divenute virali le passeggiate del
cosiddetto conduttore-recitante – magari a memoria o, come si diceva a scuola,
“a pappagallo”– fra i luoghi della storia o della bellezza.
Non ho mai curato la
promozione di me stesso anche se – modestia a parte – forse ne avrei avuto
tutti i numeri. Ho cercato invece che le cose, i fatti, il linguaggio delle
immagini e delle parole parlassero da soli e fossero in grado di catturare lo
spettatore in virtù della loro chiarezza, incisività, aggressività forse.
Linguaggio delle parole e dell’interesse, insomma: non passerella dell’autore.
12.
La storia è lunga,
ma l’essenziale credo di averlo già detto. E poi ci sono le mie incursioni nel
cinema, nello sceneggiato radiofonico, nello spettacolo musicale. E poi la
partecipazione ad un lungo seriale, i miei contributi teorici alla
massmediologia, la mia opera di docente, i miei conati di scrittura…
Certo non sarò ricordato
come un pioniere, all’altezza di quelli che la tv, sia quella cosiddetta
pubblica che quelle commerciali, quotidianamente ammanniscono riproponendo
presenze e meriti creativi, da Renzo Arbore alle sorelle Kessler, ma il mio
deciso, fattivo e… insostituibile contributo al linguaggio televisivo credo di
averlo dato. Servano questi sommari appunti a qualche volenteroso futuro
saggista e, perché no, a qualche operatore della tv desideroso di sapere da dove spuntino certe acquisizioni
poi divenute terreno comune.
Se e quando si
scriverà una “vera” storia della televisione – ovvero mai –, forse il mio
apporto sarà seriamente rivisto e valutato.
Per il momento,
dobbiamo accontentarci del mio saggio già citato sulla rivista “Il Veltro”, di
un mio libriccino edito da Studium nel 1995 e poi di nuovo nel 2002, La tv
dall’anno zero, oppure del mio volumetto
Il pianeta tv (Caravaggio editore, 2017), con una bella prefazione
dell’ottimo autore ed amico Giancarlo Governi. O magari si può ricorrere alle
mie dispense per i corsi universitari di “Teoria e tecniche della Televisione”. E a chi non
bastassero può ricorrere alle mie considerazioni da “teleterrorista” condensate
nel pamphlet Te la do io la tv,
(Scipioni ed., 2006) o, in extremis, al mio romanzetto di pura verosimile fantascienza,
Lo zolfo ,il fuoco e la TV
(WritersEditor, 2022).
(Fano, 18 gennaio 2023)